Cass. n. 20916/2019

Gli atti di gestione dei rapporti di lavoro dei dipendenti del Comune sono riservati alla esclusiva competenza del personale che riveste la qualifica dirigenziale, le cui attribuzioni, ai sensi dell’art. 107, comma 4, del d. lgs. n. 297 del 2000, possono essere derogate soltanto espressamente e – ad opera di specifiche disposizioni legislative” (Cass. n. 31091/2018).

In parte qua, la disposizione è sovrapponibile a quella che si legge nell’art. 4 c. 3 del d. Igs. n. 165 del 2001 (a sua volta riproduttiva della disposizione contenuta nell’art. 3 c. 3 del d.lgs. 3 febbraio 1993 n. 29, come modificato dal d.lgs. 29 ottobre 1998 n. 387).

Nell’art. 48 comma 2 del d. lgs. n. 267 del 2000 non è rinvenibile alcuna deroga alla sfera di competenza dei dirigenti degli enti locali in quanto i poteri della Giunta Comunale sono ritagliati dall’art. 107 del d. lgs. n. 267 del 2000 nell’ambito della regola fondamentale della separazione tra funzioni di indirizzo politico-amministrativo, spettanti agli organi di governo e funzioni di gestione amministrativa, proprie dei dirigenti.

Va anche osservato che il d.lgs. n. 267 del 2000 contiene numerose disposizioni che garantiscono all’apparato burocratico amministrativo di operare nel rispetto dei principi di imparzialità efficienza e legalità e nell’ambito del principio di separazione delle funzioni di indirizzo politico-amministrativo rispetto alle funzioni di gestione amministrativa.

Nella citata sentenza n. 31091 del 2018 si è altresì affermato che nel complesso e articolato sistema delineato dal d.lgs. n. 267 del 2000, l’inerzia degli organi di governo che si compendi nella mancata adozione di norme statutarie e regolamentari (artt. 6, 7, 48 c.3) e nel mancato esercizio di funzioni di indirizzo politico- amministrativo (artt. 42 c. 1, 48 c. 2, 50 commi 1 e 10) in ordine alle linee fondamentali di organizzazione degli uffici volte ad evitare vuoti di potere gestorio-amministrativo, non vale affatto a giustificare e a legittimare interferenze da parte di organi politici nell’ambito delle competenze proprie della dirigenza amministrativa in aperta violazione del più volte richiamato principio inderogabile di separazione di cui al richiamato art. 107 del d.lgs. n. 267 del 2000.


Cass. n. 15512/2019

L’art. 24 del CCNL 1.9.1995 per il personale non dirigenziale del comparto sanità si interpreta nel senso che, in caso di assenza per infortuni sul lavoro e malattie dovute a causa di servizio, il periodo di conservazione del posto di lavoro è quello stesso previsto, per sommatoria, dai commi 1 e 2 dell’art. 23 in relazione alle assenze per malattia e va calcolato con le medesime modalità stabilite dalla disposizione contrattuale alla quale l’art. 24 rinvia.

Il comma 6 dell’art. 23, applicabile ex art. 24 comma 2 una volta decorso il periodo massimo di conservazione del posto di lavoro, disciplina due distinte causali di recesso e, pertanto, non richiede, in caso di maturazione del comporto, che il dipendente sia anche inidoneo ad ogni proficuo lavoro, perché il licenziamento riconducibile alla previsione dell’art. 2110 cod.civ. va tenuto distinto da quello per sopravvenuta inidoneità fisica.