Cass. n. 12648/2019

L’art. 51, comma 6, T.U. n. 917/1986, non richiede per la sua applicazione che le indennità e le maggiorazioni ivi previste siano corrisposte in maniera fissa e continuativa, anche indipendentemente dalla effettuazione della trasferta e dal tipo di essa: ciò che rileva è unicamente che si tratti di erogazione corrispettiva dell’obbligo contrattuale assunto dal dipendente di espletare normalmente le proprie attività lavorative in luoghi sempre variabili e diversi e quindi al di fuori di una qualsiasi sede di lavoro prestabilita, restando irrilevanti le modalità di erogazione dell’indennità (cfr. in tal senso Cass. nn. 396 e 3824 del 2012, 22796 del 2013).

Inoltre, in argomento, è intervenuto l’art. 7-quinquies, dl. 22 ottobre2016 n. 193 (conv. in L. 10 dicembre 2016 n. 225), il quale, nel dettare disposizioni in materia di «Interpretazione autentica in materia di determinazione del reddito di lavoratori in trasferta e trasfertisti», ha disposto che «Il comma 6 dell’articolo 51 del testo unico delle imposte sui redditi, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917», debba interpretarsi «nel senso che i lavoratori rientranti nella disciplina ivi stabilita sono quelli per i quali sussistono contestualmente le seguenti condizioni: a) la mancata indicazione, nel contratto o nella lettera di assunzione, della sede di lavoro; b) lo svolgimento di un’attività lavorativa che richiede la continua mobilità del dipendente; c) la corresponsione al dipendente, in relazione allo svolgimento dell’attività lavorativa in luoghi sempre variabili e diversi, di un’indennità o maggiorazione di retribuzione in misura fissa, attribuite senza distinguere se il dipendente si è effettivamente recato in trasferta e dove la stessa si è svolta».

Si è poi precisato al comma 2, che «Ai lavoratori ai quali, a seguito della mancata contestuale esistenza delle condizioni di cui al comma 1, non è applicabile la disposizione di cui al comma 6 dell’articolo 51 del testo unico di cui al citato decreto del Presidente della Repubblica n. 917 del 1986 è riconosciuto il trattamento previsto per le indennità di trasferta di cui al comma 5 del medesimo articolo 51».

Indi, le Sezioni Unite di questa Corte (sentenza n. 27093 del 15.11.2017) hanno statuito che «E’ conforme ai principi costituzionali di ragionevolezza e di tutela del legittimo affidamento nella certezza delle situazioni giuridiche, oltre che all’art. 117, comma 1, Cost., sotto il profilo del principio di preminenza del diritto e di quello del processo equo di cui all’art. 6 della CEDU, l’art. 7 quinquies del D.L. n. 193 del 2016 (conv. con modif. in L. n. 225 del 2016) – che ha introdotto una norma retroattiva autoqualificata di “interpretazione autentica” del comma 6 dell’art. 51 del d.P.R. n. 917 del 1986 …”.

 


Cass. 23035/2018

L’art. 51, comma 6, T.U. n. 917/1986, non richiede per la sua applicazione che le indennità e le maggiorazioni ivi previste siano corrisposte in maniera fissa e continuativa, anche indipendentemente dalla effettuazione della trasferta e dal tipo di essa: ciò che rileva è unicamente che si tratti di erogazione corrispettiva dell’obbligo contrattuale assunto dal dipendente di espletare normalmente le proprie attività lavorative in luoghi sempre variabili e diversi e quindi al di fuori di una qualsiasi sede di lavoro prestabilita, restando irrilevanti le modalità di erogazione dell’indennità (cfr. in tal senso Cass. nn. 396 e 3824 del 2012, 22796 del 2013) (ndr. sull’argomento è intervenuto l’art. 7 quinquies, d.l. n. 193/2016, conv. con L. n. 225/2016).


Cass. n. 17253/2018

L’ammontare della retribuzione assoggettata a contribuzione obbligatoria è sottratto all’autonomia negoziale delle parti ed è direttamente determinato dalla legge, (cfr. per indennità di trasferta, Cass., S.U., n. 27093 del 2017; Cass., S.U. n. 3292 del 1985).

Secondo quanto affermato dalla costante giurisprudenza di legittimità, e recentemente ribadito dalle Sezioni Unite (sentenza n. 27093 del 2017) il compenso (indennità) da corrispondere per la trasferta può avere carattere risarcitorio oppure retributivo, a seconda che:

a) riguardi le spese dal lavoratore sostenute per recarsi temporaneamente in un luogo diverso da quello in cui l’impresa svolge la sua attività, individuato da parte del datore di lavoro, come destinazione stabile e continuativa del lavoratore stesso per lo svolgimento della sua ordinaria prestazione lavorativa. In questo caso l’emolumento ha carattere risarcitorio, anche se non è da escludere, a priori, che possa esservi una (residuale) componente retributiva, onde spetta al giudice del merito stabilire, in relazione al contenuto delle specifiche pattuizioni contrattuali, quale parte di tale indennità abbia funzione risarcitoria e quale, invece, funzione retributiva;.

b) riguardi il corrispettivo della peculiarità della abituale collaborazione richiesta al dipendente, consistente nell’obbligo di espletare la propria attività in luoghi sempre differenti, ipotesi in cui non è identificabile la connotazione tipica della “trasferta in senso proprio”, costituita dalla temporanea dislocazione del lavoratore in un luogo diverso dalla normale sede di lavoro. In questo secondo caso, l’emolumento diviene un elemento non occasionale e predeterminato della retribuzione (anche se di importo non strettamente costante), così da dovere essere ricompreso nella base di computo del TFR etc. (cfr. anche Cass. n. 18479 del 2014; Cass. n. 27826 del 2009; Cass. n. 3278 del 2004).

Questa Corte ha più volte affermato in riferimento all’art. 12, L. n. 153 del 1969, come tale disposizione, nel momento esclude dalla base imponibile ai fini contributivi le somme corrisposte al lavoratore a titolo di indennità di trasferta in cifra fissa limitatamente al 50% del loro ammontare, pone una presunzione legale di coesistenza in pari misura nella suddetta indennità di una parte remunerativa e di una parte restitutoria, (cfr. Cass. 18269 del 2010; Cass. n. 16142 del 2014).

Come recentemente ribadito dalle Sezioni Unite (sentenza n. 27093 del 2017), a seguito delle modifiche apportate dal D.Lgs. n. 314 del 1997, resta invariato il persistente riconoscimento della duplice componente del compenso – comunque denominato e pagato – in parte restitutoria (quanto alle spese) e in parte retributiva (quanto al maggior disagio della prestazione), che porta alla forfettaria presunzione legislativa della tassabilità nella misura del 50 per cento dell’ammontare corrisposto o alla fissazione di specifici tetti di tassabilità (ndr: la delimitazione della materia controversa alle trasferte occasionali ha reso del tutto irrilevante, rispetto alla pronuncia lo ius superveniens di cui all’art. 7 quinquies, D.L. n. 193 del 2016, convertito in L. n. 225 del 2016 e la pronuncia delle Sezioni Unite di questa Corte n. 27093 del 2017, entrambi relativi al comma 6 dell’art. 51 TUID).

Spetta al datore di lavoro, che pretenda di avere accesso ai benefici contributivi previsti in caso di trasferta dei dipendenti, dimostrare la causa dell’esonero dall’assoggettamento a contribuzione e che tale prova può essere fornita con qualunque mezzo, non essendo necessaria documentazione giustificativa che non costituisce requisito di forma ad substantiam o ad probationem (Cass. n. 2899 del 2015; Cass. n. 2419 del 2012; Cass. n. 1077 del 1999).


Cass. n. 16579/2018

In argomento, è intervenuto il D.L. nr. 193 del 2016, art. 7 quinquies, (conv. con legge nr. 225 del 2016), il quale, nel dettare disposizioni in materia di «Interpretazione autentica in materia di determinazione del reddito di lavoratori in trasferta e trasfertisti», ha disposto, al comma 1, che «l’art. 51, comma 6, del testo unico delle imposte sui redditi, di cui al D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917 ( recte già art. 48 come sostituito dall’art. 3 del D.Igs. nr. 314 del 1997)», debba interpretarsi «nel senso che i lavoratori rientranti nella disciplina ivi stabilita sono quelli per i quali sussistono contestualmente le seguenti condizioni: a) la mancata indicazione, nel contratto o nella lettera di assunzione, della sede di lavoro; b) lo svolgimento di un’attività lavorativa che richiede la continua mobilità del dipendente; c) la corresponsione al dipendente, in relazione allo svolgimento dell’attività lavorativa in luoghi sempre variabili e diversi, di un’indennità o maggiorazione di retribuzione in misura fissa, attribuite senza distinguere se il dipendente si è effettivamente recato in trasferta e dove la stessa si è svolta», precisando poi, al comma 2, che « ai lavoratori ai quali, a seguito della mancata contestuale esistenza delle condizioni di cui al comma 1, non è applicabile la disposizione di cui all’art. 51, comma 6, del testo unico di cui al citato D.P.R. n. 917 del 1986, è riconosciuto il trattamento previsto per le indennità di trasferta di cui al medesimo art. 51, comma 5» (la disposizione è stata ritenuta costituzionalmente conforme ai principi costituzionali da Cass. S.U.n. 27093/2017).

Nella specie, la Corte territoriale ha ritenuto la società ricorrente tenuta a corrispondere i contributi INPS nella misura di cui al comma 6 dell’art. 51 TIUR in ragione del fatto che «l’attività aziendale comporta continui spostamenti di tutti i dipendenti […] in cantieri di lavoro sempre diversi […] che le attività svolte in sede […] costituiscono una porzione ridottissima delle attività […] che l’azienda eroga per tali spostamenti, per tutti i giorni lavorati fuori sede, una indennità giornaliera, sotto la voce «indennità trasferta Italia» di importo variabile».

I giudici di merito, così argomentando, non hanno correttamente applicato la previsione di legge, difettando, nella fattispecie, i requisiti stabiliti dal comma 6 dell’art. 51, nel testo risultante dall’art. 7 quinquies cit., in ragione dello svolgimento di un’attività lavorativa che, solo in via prevalente e non continuativa, ha richiesto la mobilità del dipendente e dell’assenza di corresponsione in «misura fissa» dell’indennità di trasferta.


Cass. S.U. n. 27093/2017

E’ conforme ai principi costituzionali di ragionevolezza e di tutela del legittimo affidamento nella certezza delle situazioni giuridiche, oltre che all’art. 117, comma 1, Cost., sotto il profilo del principio di preminenza del diritto e di quello del processo equo di cui all’art. 6 della CEDU, l’art. 7 quinquies del d.l. n. 193 del 2016 (conv. con modif. in I. n. 225 del 2016) – che ha introdotto una norma retroattiva autoqualificata di “interpretazione autentica” del comma 6 dell’art. 51 del d.P.R. n. 917 del 1986, con la quale si è stabilito, al comma 1, che i lavoratori rientranti nella disciplina prevista dal comma 6 sono quelli per i quali sussistono contestualmente le seguenti condizioni: a) la mancata indicazione, nel contratto o nella lettera di assunzione, della sede di lavoro; b) lo svolgimento di un’attività lavorativa che richiede la continua mobilità; c) la corresponsione al dipendente, in relazione allo svolgimento dell’attività lavorativa in luoghi sempre variabili e diversi, di un’indennità o maggiorazione di retribuzione “in misura fissa”, attribuite senza distinguere se il dipendente si sia effettivamente recato in trasferta e dove la stessa si è svolta, e che, in caso di mancata contestuale esistenza delle suindicate condizioni, è riconosciuto il trattamento previsto per le indennità di trasferta di cui al comma 5 del medesimo art. 51.

In materia di trattamento contributivo dell’indennità di trasferta, alla stregua dei criteri di interpretazione letterale, storica, logico- sistematica e teleologica, l’espressione “anche se corrisposta con carattere di continuità” – presente sia nell’art. 11 I. n. 467 del 1984, sia nel vigente art. 51, comma 6, d.P.R. n. 917 del 1986 (così come nel successivo art. 48, comma 6, nel testo risultante dalle modifiche introdotte dal d.lgs. n. 314 del 1997) – deve essere intesa nel senso che l’eventuale continuatività della corresponsione del compenso per la trasferta non ne modifica l’assoggettabilità al regime contributivo (e fiscale) meno gravoso (di quello stabilito in via generale per la retribuzione imponibile) rispettivamente previsto dalle citate disposizioni


Cass. n. 15379/2017

In materia di obblighi contributivi, ove l’attività d’impresa si esplichi nella realizzazione di scavi e posa di condotte per conto di altra impresa (nella specie, l’ENEL) con spostamento degli operai e dei tecnici in cantieri di lavoro sempre diversi, senza che vi sia uno stabilimento di produzione ma solo un deposito di automezzi ed attrezzature, la posizione dei lavoratori va ricondotta ai “trasfertisti”, che sono tenuti per contratto ad una attività lavorativa in luoghi variabili, diversi da quello della sede aziendale (conf. ord.n. 4837/2013).

Ne consegue che, in applicazione dell’art. 3, comma 6, del d.lgs. n. 314 del 1997 (applicabile “ratione temporis”), gli emolumenti erogati ai dipendenti a titolo di indennità di trasferta concorrono a formare il reddito nella misura del cinquanta per cento del loro ammontare e, su detto importo, è configurabile l’obbligo contributivo dell’azienda”.

Ai fini della computabilità o meno dell’indennità di trasferta nel calcolo dell’indennità di anzianità e del t.f.r., nella nozione di “trasferisti” rientrano i lavoratori subordinati destinati a svolgere sistematicamente e professionalmente la propria attività quasi interamente al di fuori della sede aziendale, sempre in luoghi diversi, senza alcuna sede lavorativa fissa e predeterminata, percependo la retribuzione indipendentemente dalla effettiva effettuazione della trasferta, secondo un accertamento di fatto riservato al giudice di merito, sindacabile in sede di legittimità solo in presenza di vizi logici e giuridici.


Cass. n. 16034/2018

Spetta al datore di lavoro che pretenda di avere accesso ai benefici contributivi previsti in caso di trasferta dei dipendenti o di rimborso per spese di viaggio, dimostrare la causa dell’esonero dell’assoggettamento a contribuzione, potendo tale prova essere fornita con qualunque mezzo, (Cass. n. 2899 del 2015; Cass. n. 2419 del 2012; Cass. n. 1077 del 1999).


Cass. n. 6896/2018

La trasferta si distingue dal trasferimento in quanto è caratterizzata dalla temporaneità dell’assegnazione del lavoratore ad una sede diversa da quella abituale, nell’interesse e su disposizione unilaterale del datore di lavoro, essendo irrilevante che egli abbia manifestato la propria disponibilità e che svolga mansioni identiche a quelle espletate presso l’abituale sede di lavoro (cfr. Cass. 27 novembre 2002, n. 16812; Cass. 25 ottobre 2001, n. 13193).