Cass. n. 14071/2020

Il D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 45, comma 2, non vieta ogni trattamento differenziato nei confronti delle singole categorie di lavoratori ma solo quelli contrastanti con specifiche previsioni normative, restando escluse dal sindacato del giudice le scelte compiute in sede di contrattazione collettiva.

La distinzione in termini stipendiali operata dalla contrattazione collettiva fra il personale appartenente al ruolo ad esaurimento e gli altri dipendenti della ex nona qualifica funzionale, tutti ormai inseriti nell’area contrattuale “C, non determina una violazione di legge, ma costituisce attuazione della norma transitoria contenuta nel D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 69, comma 3, in virtù della quale il personale delle qualifiche ad esaurimento di cui al D.P.R. 30 giugno 1972, n. 748, artt. 60 e 61 (e successive modificazioni ed integrazioni) e quello di cui alla L. 9 marzo 1989, n. 88, art. 15, i cui ruoli sono contestualmente soppressi a far data dal 21.2.93, conserva le qualifiche medesime ad personam.

La sopravvivenza di qualifiche ad personam costituisce una consapevole eccezione legislativa rispetto all’assetto ordinario, eccezione prevista dallo stesso testo unico (D.Lgs. n. 165 del 2001) che contempla, all’art. 45, il principio della parità di trattamento, per cui l’interpretazione  sistematica di tali norme impedisce l’estensione ad altre categorie del trattamento stipendiale corrispondente alle predette qualifiche.

La disposizione di cui al D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 69, comma 3, trova giustificazione nel diverso percorso professionale del soppresso ruolo ad esaurimento, per cui non si pone in contrasto con precetti costituzionali (art. 3, 36 e 97 Cost.).

Si è in particolare osservato che le qualifiche ad esaurimento provengono dal riordino dei ruoli organici delle carriere direttive delle amministrazioni dello Stato, anche ad ordinamento autonomo, effettuato dal D.P.R. n. 748 del 1972 (a seguito della istituzione della dirigenza).

La nona qualifica funzionale venne invece istituita dal D.L. n. 9 del 1986, art. 2, convertito nella L. n. 78 del 1986, che stabilì il relativo trattamento economico iniziale in misura non superiore al 90% (92% a norma del D.L. n. 413 del 1989, art. 1, comma 4) di quello del direttore di divisione del ruolo ad esaurimento.

Con la cd. prima privatizzazione del pubblico impiego, il D.Lgs. n. 29 del 1993, art. 25, comma 4, ha previsto che il personale delle qualifiche ad esaurimento, i cui ruoli venivano contestualmente soppressi dalla data di entrata in vigore del decreto, conservava la qualifica apicale non dirigenziale.

Questa disciplina speciale per i funzionari apicali è stata confermata successivamente, fino al D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 69, comma 3, che ha ribadito che detto personale conserva la qualifica ad personam e che ad esso possono essere attribuite sia funzioni vicarie del dirigente, sia funzioni di direzione di uffici di particolare rilevanza non riservati al dirigente.

Altresì è ribadito che il relativo trattamento economico, che tenga conto delle più elevate mansioni svolte a carattere direttivo, è definito tramite il relativo contratto collettivo.

In coerenza con questa direttiva di fondo la contrattazione collettiva ha inquadrato i dipendenti dei due gruppi nella medesima area C ma mantenendo, nelle successive tornate contrattuali— a partire da quella relativa al quadriennio normativo 1998/2001, biennio economico 1998/1999— un trattamento economico differenziato, attraverso l’attribuzione alle qualifiche dell’ex ruolo ad esaurimento di un incremento retributivo superiore a quello degli altri appartenenti alla qualifica C3.

Il trattamento differenziato trova quindi la propria legittimazione nel citato D.Lgs. n. 29 del 1993, art. 25, comma 4, e, comunque, la propria giustificazione nella considerazione del diverso percorso professionale dei due gruppi di dipendenti oltre che nel carattere necessariamente temporaneo della sopravvivenza della categoria e della qualifica.

Non è ipotizzabile un contrasto della pattuizione collettiva con il principio di non discriminazione, inidoneo a vietare ogni trattamento differenziato nei confronti delle singole categorie di lavoratori, rilevando sotto tale profilo solo le specifiche previsioni contenute nell’ordinamento interno, europeo ed internazionale (cfr. ex plurimis, Cass. n. 11982/2010, n. 22437/2011, n. 9313/2013; 5276/2013, n. 19616/2014, n. 21264/2014, n. 21260/2014, n. 25057/2014, n. 18096/2014, n. 13386/2015, n. 13600/2015, n. 13707/2015, n. 14442/2015, n. 18096/2015, n. 18084/2015; 25396/2015 n. 18714/2016; 4334/2018 24979/2016, 18578/2016, 13051/2016; 19275/2017, 19041/2017, 18300/2017, 17920/2017, 8714/2017, 7350/2017; 27399/2018).


Cass. n. 12719/2020

Questa Corte (Cass. 26378/2007) ha già affermato che in materia di trattamento normativo e retributivo dei dipendenti comunali, in relazione all’istituto denominato “livello retributivo differenziato” di cui agli artt. 35 e 36 del d.P.R. n. 333 del 1990, il servizio prestato prima dell’immissione in ruolo, non può rilevare ai fini del requisito necessario per essere ammessi a selezione (essendo richiesti tre anni di “effettivo servizio di ruolo nella qualifica”), ma può dar luogo all’attribuzione di punteggi alla stregua di eventuali previsioni in tal senso della contrattazione collettiva decentrata (il principio è stato ribadito nella successiva sentenza Cass. n. 9930/2011).


Cass. n. 11362/2020

La questione di causa è stata già esaminata da questa Corte (ex aliis: Cassazione civile sez. lav., 27/04/2015, n.8522; n. 17536/10), la quale ha chiarito che la L. 23 dicembre 2005, n. 266, art. 1, comma 207 (secondo il quale la L. 11 febbraio 1994, n. 109, art. 18, comma 1, e successive modificazioni, deve interpretarsi nel senso che la quota percentuale di ripartizione della incentivazione per la progettazione di opere pubbliche, «è comprensiva anche degli oneri previdenziali e assistenziali a carico dell’amministrazione») — è norma di  interpretazione autentica, con efficacia retroattiva, senza che rilevi la circostanza che il legislatore sia già intervenuto con la L. n. 350/2003, art. 3, comma 29, essendo quest’ultima disposizione diretta a disciplinare la ripartizione dei compensi per gli enti locali senza rinnovare il testo dell’art. 18, comma 1 citato ma, anzi, richiamandolo. T

ali considerazioni non sono inficiate dalla circostanza che l’ art. 1, comma 207, della legge n. 266 del 2005, sia stato successivamente abrogato dal D.Lgs. n. 163 del 2006, art. 256, posto che la disposizione, proprio perchè di interpretazione autentica di una precedente normativa, aveva già esplicato i propri effetti volti a chiarire l’effettiva valenza della norma interpretata.


Cass. n. 11361/2020

Questa Corte ha da tempo chiarito (Cassazione civile sez. un., 14/10/2009, n.21744 ) che deve escludersi in radice il potere del datore di lavoro pubblico di introdurre deroghe, anche a favore dei dipendenti, all’assetto definito in sede di contrattazione collettiva.

Si tratta di uno dei principi cardine della contrattualizzazione del rapporto di lavoro pubblico, espresso in numerose disposizioni del suo statuto (D.Lgs. n. 165 del 2001): i rapporti di lavoro sono regolati esclusivamente dai contratti collettivi e dalle leggi sul rapporto di lavoro privato; i contratti individuali possono incidere sui trattamenti economici definiti in sede collettiva solo se specificamente abilitati; persino il potere legislativo – salvo che non introduca esplicitamente una clausola di salvaguardia – deve cedere di fronte alle disposizioni dei contratti collettivi in ambito economico (art. 2); sul trattamento economico, interamente definito dai contratti collettivi, non può incidere il datore di lavoro in violazione del principio di parità di trattamento contrattuale (art. 45, commi 1 e 2).

Si veda poi il complesso di norme che regolano la stipulazione dei contratti collettivi e la verifica e il mantenimento dei costi (artt. 46- 50).

Tale principio esclude che il COMUNE possa con proprio regolamento introdurre compensi accessori non previsti dalla contrattazione collettiva.


Cass. n. 10222/2020

Il diritto a percepire l’incentivo per la progettazione, di natura retributiva, previsto dall’art. 18 della legge n. 109/1994 sorge, alle condizioni previste dalla normativa vigente ratione temporis, in conseguenza della prestazione dell’attività incentivata e nei limiti fissati dalla contrattazione decentrata e dal regolamento adottato dall’amministrazione. L’omesso avvio della procedura di liquidazione o il mancato completamento della stessa non impedisce l’azione di adempimento, che può essere proposta dal dipendente una volta spirati i termini previsti dalla fonte regolamentare.

Questa Corte è stata più volte chiamata a pronunciare su questioni inerenti la natura, i limiti oggettivi e soggettivi, i presupposti condizionanti l’insorgenza del diritto a percepire l’incentivo di progettazione, disciplinato, dapprima, dall’art. 18 della legge n. 109/1994, più volte modificato dal legislatore, quindi dall’art. 92 del d.lgs. n. 163/2006 ed infine dall’art. 113 del d.lgs. n. 50/2016, che in luogo dei “corrispettivi ed incentivi per la progettazione” ha previsto gli “incentivi per funzioni tecniche”.

La ricostruzione del quadro normativo è stata compiutamente effettuata da Cass. n. 13937/2017 e, più di recente, da Cass. n. 2284/2019, alla cui motivazione si rinvia ex art. 118 disp. att. cod. proc. civ., perché in questa sede interessa solo rimarcare, per risolvere la questione che qui viene in rilievo, che il legislatore, derogando alla disciplina generale del trattamento accessorio dettata dal d.lgs. n. 165/2001, ha previsto, in una logica premiale ed al fine di valorizzare le professionalità esistenti all’interno delle pubbliche amministrazioni, un compenso ulteriore, da attribuire, secondo le modalità stabilite dalle diverse versioni della norma succedutesi nel tempo, al personale impegnato nelle attività di progettazione interna agli enti oltre che in quelle di esecuzione dei lavori pubblici.

Quanto alla natura dell’emolumento ed ai presupposti condizionanti l’insorgenza del diritto, la giurisprudenza di questa Corte, valorizzando la ratio della disposizione, si è consolidata nell’affermare che l’incentivo ha carattere retributivo (Cass. n. 21398/2019 e la giurisprudenza ivi richiamata al punto 6) ma, poiché il legislatore ha rimesso, dapprima alla contrattazione collettiva decentrata e successivamente alla potestà regolamentare attribuita alle amministrazioni, la determinazione delle modalità di ripartizione del fondo, la nascita del diritto è condizionata, non dalla sola prestazione dell’attività incentivata, bensì anche dall’adozione del regolamento, in assenza del quale il dipendente può fare valere solo un’azione risarcitoria per inottemperanza agli obblighi che il legislatore ha posto a carico delle amministrazioni appaltanti ( Cass. n. 13937/2017, Cass. n. 3779/2012, Cass. n. 13384/2004).

Sulla base della disciplina dettata dagli artt. 1183 e seguenti cod. civ., il credito diviene esigibile nel momento in cui sia spirato il termine concesso al debitore per il pagamento, sicché il datore di lavoro pubblico non può certo opporre al prestatore la mancata conclusione del procedimento interno necessario per la liquidazione della spesa, al fine di sottrarsi all’adempimento di un’obbligazione di carattere retributivo, allorquando, come nella fattispecie, gli atti da adottare non siano costitutivi del diritto ma svolgano una funzione meramente ricognitiva, in quanto finalizzati ad accertare che la prestazione sia stata resa nei termini indicati dalla fonte attributiva del diritto stesso.

Il principio secondo cui nei confronti delle amministrazioni pubbliche l’esigibilità del credito si realizza solo con l’emissione del mandato di pagamento è stato affermato da questa Corte solo per escludere che il creditore possa pretendere prima di detta data interessi corrispettivi, ma da detto principio, comunque inapplicabile ai crediti derivanti dal rapporto di lavoro per i quali vale la disciplina dettata dall’art. 22 della legge n. 724/1994 ( cfr. Cass. n. 9134/1995 e già prima Cass. S.U. n. 9202/1990), non si può certo trarre la conseguenza che in assenza della conclusione del procedimento di liquidazione sarebbe impedito al creditore di agire in giudizio per far valere l’inadempimento dell’amministrazione rispetto ad un’obbligazione già scaduta.

Le disposizioni normative e regolamentari vanno, infatti, interpretate alla luce dei principi affermati dalla Corte Costituzionale in tema di accesso alla tutela giurisdizionale e, quindi, considerando che da tempo il giudice delle leggi ha evidenziato che «gli artt. 24 e 113 Cost. non impongono una correlazione assoluta tra il sorgere del diritto e la sua azionabilità, la quale, ove ricorrano esigenze di ordine generale e superiori finalità di giustizia, può essere differita ad un momento successivo, sempre che sia osservato il limite imposto dall’esigenza di non rendere la tutela giurisdizionale eccessivamente difficoltosa, ovvero di non differirla irrazionalmente, lasciandone privo l’interessato per un periodo di tempo incongruo» (Corte Cost. n. 154/1992).


Cass. n. 9306/2020

«I premi o compensi incentivanti previsti dagli artt. 17 e 18 del CCNL 1 aprile 1999 per il comparto delle regioni ed autonomie locali non possono avere rilevanza ai fini della determinazione del c.d. “maturato economico” perché si tratta di compensi espressamente introdotti come strettamente correlati “ad effettivi incrementi di produttività e di miglioramento quali-quantitativo dei servizi”, in coerenza con gli obiettivi annualmente predeterminati dagli enti di appartenenza secondo la disciplina del d.lgs. n. 29 del 1993 e successive modificazioni ed integrazioni. Tali compensi, quindi, non costituiscono componenti fisse e necessarie dello stipendio complessivo annuo» (Cass. 5 marzo 2019, n. 6345).


Cass. n. 5898/2020

In tema di trattamento economico dei dipendenti del Ministero della Sanità, l’indennità di cui all’ art. 7 della legge n. 362 del 1999 si iscrive nell’ambito dell’incentivazione sperimentale del personale non appartenente al ruolo sanitario, secondo un modello dinamico di pianificazione degli oneri connessi, in coerenza con i parametri previsti dagli strumenti di programmazione e bilancio ex artt. 1 bis della legge n. 468 del 1978 e 48 del d.lgs. n. 165 del 2001; di conseguenza, è legittima e rispettosa dei parametri costituzionali ex artt. 3 e 36 Cost. nonché dei principi di non discriminazione di cui agli artt. 20 e 21 della Carta di Nizza e della direttiva n. 2000/78/CE, la disapplicazione di tale indennità disposta dall’art. 67, comma 2, del d.l. n. 112 del 2008, conv., con modif., in legge n. 133 del 2008, in quanto funzionale alla stabilizzazione della finanza pubblica” (vedi, per tutte: Cass. 23 maggio 2018, n. 12804).


Cass. n. 33134/2019

Il lavoro pubblico e il lavoro privato non possono essere totalmente assimilati (Corte cost., sentenze n. 120 del 2012 e n. 146 del 2008) e le differenze, pur attenuate, permangono anche in séguito all’estensione della contrattazione collettiva a una vasta area del lavoro prestato alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni, e che la medesima eterogeneità dei termini posti a raffronto connota l’area del lavoro pubblico contrattualizzato e l’area del lavoro pubblico estraneo alla regolamentazione contrattuale (Corte cost., sentenza n. 178 del 2015).

In particolare i principi costituzionali di legalità ed imparzialità concorrono comunque a conformare la condotta della pubblica Amministrazione e l’esercizio delle facoltà riconosciutele quale datore di lavoro pubblico in regime contrattualizzato» (…) «D’altro canto la peculiarità del rapporto di lavoro pubblico, rinviene la sua origine storica, non solo nella natura pubblica del datore di lavoro, ma nella relazione che sussiste tra la prestazione lavorativa del dipendente pubblico e l’interesse generale, tutt’ora persistente anche in regime contrattualizzato (Cass. n. 11595 del 6 giugno 2016) (n.d.r.: in base al predetto principio la Corte ha affermato che in mancanza di una norma di legge non sussiste in diritto al riconoscimento del servizio pre-ruolo prestato presso le scuole paritarie”).


Cass. n. 30993/2019

In ordine alla nozione di retribuzione valida a fini contributivi, tale da escludere dalla base di computo del premio di fine servizio l’indennità dirigenziale, o meglio la retribuzione di posizione, spettante ai dirigenti, la giurisprudenza, (cfr. ex aliis, Cass. n. 1156/2017, Cass. n 18999/2010, Cass. n. 15906/2004, Cass. n. 9901/2003, Cass. n. 681/2003, Cass. SS.UU. n. 3673/1997) ha da tempo statuito che la retribuzione contributiva, alla quale per i dipendenti degli enti locali si commisura, a norma dell’art. 4, della legge 8 marzo 1968, n. 152, l’indennità premio di servizio, è costituita solo dagli emolumenti testualmente menzionati dall’art. 11, comma 5, della legge citata.

Si tratta di una elencazione tassativa e nella quale la dizione “stipendio o salario” richiede una interpretazione restrittiva, limitata alle sole sue componenti oggetto di specifica menzione, come gli aumenti periodici, la tredicesima mensilità e il valore degli assegni in natura; per l’effetto, sempre alla stregua della costante giurisprudenza di questa Corte, ai fini del premio di fine servizio non si tiene conto dell’indennità per le funzioni dirigenziali (o retribuzione di posizione), anche ove – in ipotesi – integri parte fissa del globale trattamento retributivo del lavoratore, giacché l’indennità per le funzioni dirigenziali non rientra fra gli emolumenti specificamente indicati dalla norma e non può considerarsi come componente dello stipendio nel senso adoperato dalla citata norma di previsione.


Cass. n. 26617/2019

La clausola contrattuale di cui alla nota a verbale dell’art. 76 del c.c.n.l. del comparto scuola del 24 luglio 2003 va interpretata nel senso che la ritenuta relativa all’indennità integrativa speciale sullo stipendio, ivi stabilita, per il personale in servizio all’estero deve ritenersi non applicabile con riferimento al successivo c.c.n.l. comparto scuola del 29 novembre 2007 non essendo in tale contratto reiterata la relativa previsione.


Cass. n. 21398/2019

L’art. 18 della n. 109/1994, con il quale il legislatore ha introdotto un compenso ulteriore e speciale in favore dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni impegnati nell’attività di progettazione e realizzazione di opere pubbliche, è stato più volte riformulato e le modificazioni ed integrazioni rispetto al testo originario hanno principalmente riguardato, da un lato, la platea dei destinatari, dall’altro l’ambito di intervento della contrattazione collettiva decentrata nonché i rapporti fra quest’ultima e l’esercizio della potestà regolamentare attribuita alle singole amministrazioni ( si rimanda per l’evoluzione della normativa a Cass. n. 13937/2017), aspetti, questi, che non rilevano in modo specifico nella fattispecie.

In tutte le versioni succedutesi nel tempo il legislatore ha quantificato la somma massima da destinare all’incentivazione rapportandola in termini percentuali al costo dell’opera o del lavoro, senza precisare se l’importo così determinato dovesse essere al lordo o al netto degli oneri fiscali, previdenziali ed assistenziali che gravano sull’obbligazione retributiva.

Questa Corte, nell’interpretare le disposizioni succedutesi nel tempo, (L. n. 144/1999; L. n. 350/2003 -art. 3, comma 29 -; L. n. 266/2005 – art. 1, comma 207 -; d.lgs. n. 163/2006 – art. 92, comma 5) ha affermato che il compenso incentivante ha natura retributiva e, quindi, su di esso vanno operate le ordinarie ritenute previdenziali e fiscali, ivi comprese quelle gravanti sul datore di lavoro, con la conseguenza che la quota percentuale massima va calcolata al lordo e non al netto delle ritenute medesime (cfr. Cass. nn. 8522/2015, 19328/2012, 8344/2011, 17536/2010);

Si tratta, però, di pronunce rese in controversie nelle quali venivano in rilievo le obbligazioni, gravanti sul lavoratore e sul datore, direttamente connesse alla prestazione lavorativa in regime di subordinazione, e, quindi, il principio affermato non è risolutivo nella fattispecie, nella quale si discute dell’incidenza dell’IRAP, ossia di un onere posto ad esclusivo carico dell’amministrazione, tenuta al versamento dell’imposta, ex artt. 2 e 3, comma 1, lett. e bis, del d.lgs. n. 446/1997, in ragione della produzione o dello scambio di beni ovvero della prestazione di servizi.

Cò induce il Collegio a ritenere condivisibile l’orientamento espresso dalla giurisprudenza contabile (Corte dei Conti, Sezioni Riunite in sede di controllo, 7.10.2010 n. 33) secondo cui, in ragione dei presupposti impositivi, l’onere fiscale non può gravare sul lavoratore dipendente e, pertanto, si deve escludere che i commi 207 e 208 dell’art. 1 legge n. 266/2005, nella parte in cui si riferiscono, rispettivamente, agli «oneri assistenziali e previdenziali a carico dell’amministrazione» e, quanto al personale delle avvocature interne degli enti pubblici, agli «oneri riflessi», possano essere interpretati nel senso di ricomprendere anche la maggiore imposta che il datore di lavoro dovrà corrispondere a titolo di maggiorazione IRAP, in ragione del compenso aggiuntivo corrisposto al proprio personale.

Per le medesime ragioni la previsione contenuta nell’art. 92 del d.lgs. n. 163/2006, che ricalca sostanzialmente la norma di interpretazione autentica dell’art. 18 della legge n. 109/1994, è riferibile ai soli oneri previdenziali e costituisce un’eccezione al principio di carattere generale sancito dall’art. 2115 cod. civ., secondo cui «l’imprenditore e il prestatore di lavoro contribuiscono in parti eguali alle istituzioni di previdenza e di assistenza».

Ciò, peraltro, non significa che la quantificazione dell’incentivo non risenta della necessità di tener conto della maggiore imposta che verrà a gravare sull’ente, quale conseguenza indiretta dell’erogazione del trattamento retributivo speciale ed aggiuntivo, che comporta un innalzamento della base imponibile, perché soccorrono al riguardo altre disposizioni dettate sempre dalla legge n. 266/2005 nonché i principi generali ai quali, in tema di spesa, deve sempre essere orientata l’azione delle pubbliche amministrazioni.

Al riguardo va, infatti, osservato che le disposizioni della richiamata legge n. 266/2005, specificatamente volte a disciplinare le modalità di costituzione dei fondi destinati a spese relative al personale, includono in modo espresso nell’ammontare complessivo anche i maggiori oneri che ne derivano a titolo di IRAP (commi 181, 185 e 198), e ciò perché, se così non fosse, sui bilanci dello Stato e degli enti pubblici graverebbero spese prive della necessaria copertura.

Il Collegio, pertanto, condivide e fa proprie le conclusioni alle quali sono già pervenuti i giudici contabili secondo cui, in sede interpretativa, l’art. 1, comma 207 della legge n. 266/2005 e l’art. 92 del d.lgs. 163/2006, che del primo ripete il contenuto, vanno armonizzati con i principi che regolano la costituzione dei fondi, con la conseguenza che le amministrazioni dovranno quantificare le somme che gravano sull’ente a titolo di IRAP, rendendole indisponibili, e successivamente procedere alla ripartizione dell’incentivo, corrispondendo lo stesso ai dipendenti interessati al netto degli oneri assicurativi e previdenziali.

In altri termini «le disposizioni sulla provvista e la copertura degli oneri di personale (tra cui l’IRAP) si riflettono in sostanza sulle disponibilità dei fondi per la progettazione e per l’avvocatura interna, ripartibili nei confronti dei dipendenti aventi titolo, da calcolare al netto delle risorse necessarie alla copertura dell’onere IRAP gravante sull’amministrazione» ( Corte dei Conti n. 33/2010 cit.).


Cass. n. 21329/2019

In tema di trattamento economico del personale degli uffici tecnici incaricati della progettazione di opere pubbliche, il compenso incentivante di cui all’art. 18 della I. n. 109 del 1994, sia nella formulazione originaria che in quella derivata dalle successive modifiche, può essere attribuito se previsto dalla contrattazione collettiva decentrata e se sia stato adottato l’atto regolamentare dell’amministrazione aggiudicatrice, volto alla precisazione dei criteri di dettaglio per la ripartizione delle risorse finanziarie confluite nell’apposito “fondo interno”, e solo ove l’attività di progettazione sia arrivata in una fase avanzata, per essere intervenuta l’approvazione di un progetto esecutivo dell’opera da realizzare).


Cass. n. 16843/2019

Questa Corte (Cass. n. 19441/2018) ha già affermato che il dato testuale e quello sistematico delle disposizioni contenute nell’art. 87 evidenziano in modo chiaro ed inequivoco che le parti collettive hanno voluto differenziare le modalità di computo del compenso per le ore di lavoro eccedenti le 18 ore settimanali: applicazione della maggiorazione del 10% ovvero, in alternativa, in modo forfetario quanto ai docenti (comma 2); applicazione della sola maggiorazione del 10% quanto ai coordinatori provinciali (comma 3) (n.d.r. – fattispecie riferito all’art. 87 del CCNL comparto scuola del 2006-2009).


Cass. n. 11238/2019

E’ pacifico che per i crediti  retributivi dei pubblici dipendenti maturati dopo il 31 dicembre 1994 – come nella specie – per effetto dell’art. 22, comma 36, della legge n. 724 del 1994 (che ha positivamente superato il vaglio di costituzionalità come risulta dalla sentenza della Corte costituzionale n. 559 del 2000) opera il divieto di cumulo di rivalutazione monetaria ed interessi e quindi, come accessorio del credito, va corrisposta la maggior somma tra l’ammontare degli interessi legali e quello della rivalutazione monetaria, anziché il cumulo di interessi legali e rivalutazione monetaria.


Cass. n. 10570/2019

L’indennità di incentivazione (prevista per i dipendenti dell’Azienda Risorse Idriche di Napoli) venne introdotta in via sperimentale, allo scopo di scoraggiare la tendenza assenteistica nei posti di lavoro, dall’accordo sindacale del 2 settembre 1971, ratificato con delibera aziendale del 27 novembre 1971, con il quale venne stabilito di corrispondere al personale AMAN (poi ARIN) una indennità nella misura dello 0,80% dello stipendio lordo di fatto percepito, per ogni giorno di effettiva presenza e fino ad un massimo di 22 giorni al mese.

Successivamente, con delibera del 29 aprile 1975, la Commissione Amministratrice dell’ARIN rese definitiva l’indennità in questione, avendo accertato che erano state raggiunte le finalità che avevano ispirato l’introduzione di tale indennità, e cioè una massiccia contrazione delle assenze e dei permessi, con conseguente più elevato indice di produttività.

Con la stessa delibera si stabilì altresì che l’indennità di incentivazione costituisse parte integrante delle disposizioni di cui al regolamento organico aziendale del 22 settembre 1945.

Gli statini paga prodotti dal ricorrente (nella specie, in numero di tre relativi all’ultimo anno di servizio) fossero insufficienti ai fini della determinazione delle differenze pensionistiche derivanti dal computo dell’indennità di incentivazione.

Tale indennità, come risulta dall’accordo aziendale del 2 settembre 1971, sopra citato, istitutivo della stessa, è infatti corrisposta nelle giornate di “effettiva presenza e fino ad un massimo di 22 giorni al mese”, ciò che esclude che possa farsi riferimento solamente ad uno o più mesi, trattandosi di importi suscettibili di variazione in ragione, appunto, dell’ effettiva presenza dell’interessato.


Cass. n. 10344/2019

Il compenso incentivante previsto in favore del personale degli uffici tecnici di P.A. per la progettazione di opere pubbliche dall’art. 18, primo comma, legge n. 109 del 1994 e succ. mod., posto a carico delle amministrazioni aggiudicatarie o titolari di atti di pianificazione generale, particolareggiata od esecutiva – compenso che costituisce trattamento retributivo accessorio a carattere premiale rispetto a quello ordinario ed incentivante dell’attività lavorativa svolta con mansioni di progettazione – è disciplinato nei suoi presupposti dal regolamento che tali amministrazioni sono chiamate ad emanare ai sensi dell’art. 6, legge n. 127 del 1997, e richiede in generale un’attività di progettazione per un’opera pubblica, prevista nel suddetto atto di pianificazione, .per la realizzazione della quale ci sia stata l’aggiudicazione dell’appalto (vedi ex plurimis, Cass. 12.4.2011 n.8344, Cass. 5.6.17, n. 13937).


La previsione di onnicomprensività di cui all’art. 24, co. 3, d. Igs. 165/2001 non consente in alcun modo di riconoscere plurimi compensi in ragione della pluralità di incarichi o funzioni che la medesima amministrazione attribuisca al medesimo dirigente.

A nulla rilevando il fatto, in qualche misura insito nella pluralità di incarichi, che le mansioni, rispetto alle singole funzioni, possano esser differenziate o presentare tratti di più o meno spiccata autonomia.

Si è infatti reiteratamente affermato il principio, qui da ribadire, secondo cui «nel pubblico impiego privatizzato vige il principio di onnicomprensività della retribuzione dirigenziale, in ragione del quale il trattamento economico dei dirigenti remunera tutte le funzioni e i compiti loro attribuiti secondo il contratto individuale o collettivo, nonché qualsiasi incarico conferito dall’amministrazione di appartenenza o su designazione della stessa» (Cass. 8 febbraio 2018, n. 3094,rispetto al caso di conferimento di una reggenza; Cass. 30 marzo 2017, n. 8261; Cass. 5 ottobre 2017 n. 23274; Cass. 7 marzo 2017, n. 5698).

Né d’altra parte si può ritenere che la normativa si ponga in contrasto con l’art. 36 Cost., con riferimento alla necessità che la remunerazione sia coerentecon la «quantità e qualità» del lavoro prestato e ciò in quanto la previsione espressa, di cui all’art. 24, co. 3, cit., di un trattamento retributivo correlato«alle funzioni attribuite, alle connesse responsabilità e ai risultati conseguiti»esprime una flessibilità che naturalmente consente le debite graduazioni dell'(unica) retribuzione, senza necessità di ricorrere a duplicazioni di poste e compensi.


Cass. n. 21442/2018

Il principio espresso dall’art. 45 d.lgs. n. 165/2001, secondo il quale le amministrazioni pubbliche garantiscono ai propri dipendenti parità di trattamento contrattuale, opera nell’ambito del sistema di inquadramento previsto dalla contrattazione collettiva e vieta trattamenti migliorativi o peggiorativi a titolo individuale, ma non costituisce parametro per giudicare le differenziazioni operate in quella sede, in quanto la disparità trova titolo non in scelte datoriali unilaterali lesive della dignità del lavoratore, ma in pattuizioni dell’autonomia negoziale delle parti collettive, le quali operano su un piano tendenzialmente paritario e sufficientemente istituzionalizzato, di regola sufficiente, salva l’applicazione di divieti legali, a tutelare il lavoratore in relazione alle specificità delle situazioni concrete (conf. all’orientamento consolidato della Corte relativamente all’inquadramento dei dipendenti della categoria C, posizione economica C3, del comparto Ministeri: Cass. n. 4434/2018; Cass. nn. 19275, 19041, 17920 del 2017; Cass. n. 24979/2016; Cass. n. 3682/214; Cass. nn. 29939, 22437, 5504 del 2011, Cass. n. 11982/2010).


PERSONALE UNIVERSITARIO NON DOCENTE

Cass. n. 21569/2019

Le Sezioni Unite di questa Corte con la sentenza n. 9279 del 2016 , chiamate a comporre il contrasto, evidenziato con l’ordinanza interlocutoria 8 maggio 2015 n. 9388 della Sezione Lavoro in relazione alla questione relativa al computo della retribuzione di posizione della dirigenza sanitaria (cosiddetta “indennità dirigenziale”) nell’indennità perequativa ex art. 31 D.P.R. n. 761 del 1979 spettante al personale universitario, hanno affermato che “l’indennità di perequazione spettante al personale universitario non docente in servizio presso strutture sanitarie, riconosciuta dall’art. 1 della I. n. 200 del 1974 per remunerare la prestazione assistenziale resa dal personale universitario non medico nelle cliniche e negli istituti di ricovero e cura convenzionati con gli enti ospedalieri o gestiti direttamente dalle Università, deve essere determinata – in caso di equiparazione tra l’originario VIII livello di cui alla I. n. 312 del 1980 (relativo ai dipendenti dell’Università) e il IX livello, poi divenuto 10 livello dirigenziale (relativo ai dipendenti ospedalieri) – senza includere automaticamente nel criterio di computo la retribuzione di posizione dei dirigenti del comparto sanità, la quale può essere riconosciuta solo se collegata all’effettivo conferimento di un incarico direttivo”.

Le Sezioni Unite nella richiamata sentenza n. 9279 del 2016 (cfr. punti da 35 a 37) hanno ricostruito il quadro normativo di fonte legale e contrattuale e hanno rilevato che il CCNL dell’area della dirigenza per il personale dell’area della dirigenza sanitaria, professionale, tecnica ed amministrativa del S.S.N. del 5.12.1996 per il quadriennio normativo 1994-1997, alpari del CCNL 8 giugno 2000 (area della dirigenza sanitaria professionale tecnica ed amministrativa del servizio sanitario nazionale per il quadriennio 1998 – 2001), con I ‘art. 53 del c.c.n.l. 5 dicembre 1996 e l’art. 40 del c.c.n.l. 8 giugno 2000), hanno correlato la retribuzione di posizione dei dirigenti all’ incarico agli stessi conferito dall’azienda o ente.

Nella sentenza innanzi richiamata è stato attribuito rilievo alla piena coerenza delle disposizioni di fonte pattizia col quarto comma dell’art. 31 D.P.R. n. 761 del 1979, che vincola la corresponsione dell’indennità De Maria, all’equiparazione del personale universitario a quello del SSN, a parità dì mansioni, funzioni e anzianità.

E’ stato precisato che l’intento perequativo del trattamento economico del personale universitario rispetto a quello del personale sanitario, che costituisce la “ratio legis” dell’art. 31 e che viene realizzato con la previsione dì una indennità (appunto perequativa) che fa riferimento al trattamento complessivo spettante ai dipendenti del SSN e che si applica in modo sostanzialmente automatico, trova un limite logico, oltre che giuridico, in quelle componenti del trattamento economico complessivo del personale sanitario che non dipendono direttamente ed esclusivamente dall’inquadramento contrattuale, ma sono erogate in correlazione al conferimento di incarichi come quello dirigenziale.

Alla sentenza delle SSUU n. 9279 del 2016 si è uniformata la successiva giurisprudenza di questa Corte (Cass. nn. 8357, 8356, 8355, 7826, 7825,7824 del 2018, 20771/2018, 4631/2018, 20771/2018).


DOCENTI ISTITUTI AFAM

Cass, n. 303/2020

I docenti degli istituti di alta formazione, di specializzazione e di ricerca nel settore artistico e musicale (AFAM) non hanno diritto allo stesso trattamento economico e contrattuale dei docenti universitari, in quanto la I. n. 508 del 1999, pur inquadrando detti istituti tra le istituzioni di alta cultura riconosciute dall’art. 33 Cost. e garantendone l’autonomia statutaria e organizzativa, affida tuttavia la disciplina del rapporto di lavoro dei dipendenti alla contrattazione collettiva nell’ambito di un apposito comparto e regola il conferimento degli incarichi di insegnamento secondo modalità diverse sia da quelle previste per gli insegnanti di scuola primaria e secondaria, sia da quelle proprie dei professori universitari, per i quali l’art. 3, del d.lgs. n. 165 del 2001 ha mantenuto lo statuto pubblicistico.

Le pronunce richiamate hanno ritenuto manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 2, comma 6, della legge n. 508/1999, sulla quale si incentra il ricorso, alla luce del costante orientamento della giurisprudenza costituzionale secondo cui la violazione del principio di eguaglianza sussiste solo qualora situazioni sostanzialmente identiche siano disciplinate in modo ingiustificatamente diverso, ma non quando la diversità di disciplina corrisponda ad una diversità di situazioni, perché in tal caso la discrezionalità del legislatore non può essere sindacata ( Corte Cost. nn. 192 e 79 del 2016, n. 85 del 2013, n. 340 del 2004).