Cass. n. 21398/2019

L’art. 18 della n. 109/1994, con il quale il legislatore ha introdotto un compenso ulteriore e speciale in favore dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni impegnati nell’attività di progettazione e realizzazione di opere pubbliche, è stato più volte riformulato e le modificazioni ed integrazioni rispetto al testo originario hanno principalmente riguardato, da un lato, la platea dei destinatari, dall’altro l’ambito di intervento della contrattazione collettiva decentrata nonché i rapporti fra quest’ultima e l’esercizio della potestà regolamentare attribuita alle singole amministrazioni ( si rimanda per l’evoluzione della normativa a Cass. n. 13937/2017), aspetti, questi, che non rilevano in modo specifico nella fattispecie.

In tutte le versioni succedutesi nel tempo il legislatore ha quantificato la somma massima da destinare all’incentivazione rapportandola in termini percentuali al costo dell’opera o del lavoro, senza precisare se l’importo così determinato dovesse essere al lordo o al netto degli oneri fiscali, previdenziali ed assistenziali che gravano sull’obbligazione retributiva.

Questa Corte, nell’interpretare le disposizioni succedutesi nel tempo, (L. n. 144/1999; L. n. 350/2003 -art. 3, comma 29 -; L. n. 266/2005 – art. 1, comma 207 -; d.lgs. n. 163/2006 – art. 92, comma 5) ha affermato che il compenso incentivante ha natura retributiva e, quindi, su di esso vanno operate le ordinarie ritenute previdenziali e fiscali, ivi comprese quelle gravanti sul datore di lavoro, con la conseguenza che la quota percentuale massima va calcolata al lordo e non al netto delle ritenute medesime (cfr. Cass. nn. 8522/2015, 19328/2012, 8344/2011, 17536/2010);

Si tratta, però, di pronunce rese in controversie nelle quali venivano in rilievo le obbligazioni, gravanti sul lavoratore e sul datore, direttamente connesse alla prestazione lavorativa in regime di subordinazione, e, quindi, il principio affermato non è risolutivo nella fattispecie, nella quale si discute dell’incidenza dell’IRAP, ossia di un onere posto ad esclusivo carico dell’amministrazione, tenuta al versamento dell’imposta, ex artt. 2 e 3, comma 1, lett. e bis, del d.lgs. n. 446/1997, in ragione della produzione o dello scambio di beni ovvero della prestazione di servizi.

Cò induce il Collegio a ritenere condivisibile l’orientamento espresso dalla giurisprudenza contabile (Corte dei Conti, Sezioni Riunite in sede di controllo, 7.10.2010 n. 33) secondo cui, in ragione dei presupposti impositivi, l’onere fiscale non può gravare sul lavoratore dipendente e, pertanto, si deve escludere che i commi 207 e 208 dell’art. 1 legge n. 266/2005, nella parte in cui si riferiscono, rispettivamente, agli «oneri assistenziali e previdenziali a carico dell’amministrazione» e, quanto al personale delle avvocature interne degli enti pubblici, agli «oneri riflessi», possano essere interpretati nel senso di ricomprendere anche la maggiore imposta che il datore di lavoro dovrà corrispondere a titolo di maggiorazione IRAP, in ragione del compenso aggiuntivo corrisposto al proprio personale.

Per le medesime ragioni la previsione contenuta nell’art. 92 del d.lgs. n. 163/2006, che ricalca sostanzialmente la norma di interpretazione autentica dell’art. 18 della legge n. 109/1994, è riferibile ai soli oneri previdenziali e costituisce un’eccezione al principio di carattere generale sancito dall’art. 2115 cod. civ., secondo cui «l’imprenditore e il prestatore di lavoro contribuiscono in parti eguali alle istituzioni di previdenza e di assistenza».

Ciò, peraltro, non significa che la quantificazione dell’incentivo non risenta della necessità di tener conto della maggiore imposta che verrà a gravare sull’ente, quale conseguenza indiretta dell’erogazione del trattamento retributivo speciale ed aggiuntivo, che comporta un innalzamento della base imponibile, perché soccorrono al riguardo altre disposizioni dettate sempre dalla legge n. 266/2005 nonché i principi generali ai quali, in tema di spesa, deve sempre essere orientata l’azione delle pubbliche amministrazioni.

Al riguardo va, infatti, osservato che le disposizioni della richiamata legge n. 266/2005, specificatamente volte a disciplinare le modalità di costituzione dei fondi destinati a spese relative al personale, includono in modo espresso nell’ammontare complessivo anche i maggiori oneri che ne derivano a titolo di IRAP (commi 181, 185 e 198), e ciò perché, se così non fosse, sui bilanci dello Stato e degli enti pubblici graverebbero spese prive della necessaria copertura.

Il Collegio, pertanto, condivide e fa proprie le conclusioni alle quali sono già pervenuti i giudici contabili secondo cui, in sede interpretativa, l’art. 1, comma 207 della legge n. 266/2005 e l’art. 92 del d.lgs. 163/2006, che del primo ripete il contenuto, vanno armonizzati con i principi che regolano la costituzione dei fondi, con la conseguenza che le amministrazioni dovranno quantificare le somme che gravano sull’ente a titolo di IRAP, rendendole indisponibili, e successivamente procedere alla ripartizione dell’incentivo, corrispondendo lo stesso ai dipendenti interessati al netto degli oneri assicurativi e previdenziali.

In altri termini «le disposizioni sulla provvista e la copertura degli oneri di personale (tra cui l’IRAP) si riflettono in sostanza sulle disponibilità dei fondi per la progettazione e per l’avvocatura interna, ripartibili nei confronti dei dipendenti aventi titolo, da calcolare al netto delle risorse necessarie alla copertura dell’onere IRAP gravante sull’amministrazione» ( Corte dei Conti n. 33/2010 cit.).


Cass. n. 21329/2019

In tema di trattamento economico del personale degli uffici tecnici incaricati della progettazione di opere pubbliche, il compenso incentivante di cui all’art. 18 della I. n. 109 del 1994, sia nella formulazione originaria che in quella derivata dalle successive modifiche, può essere attribuito se previsto dalla contrattazione collettiva decentrata e se sia stato adottato l’atto regolamentare dell’amministrazione aggiudicatrice, volto alla precisazione dei criteri di dettaglio per la ripartizione delle risorse finanziarie confluite nell’apposito “fondo interno”, e solo ove l’attività di progettazione sia arrivata in una fase avanzata, per essere intervenuta l’approvazione di un progetto esecutivo dell’opera da realizzare).


Cass. n. 16843/2019

Questa Corte (Cass. n. 19441/2018) ha già affermato che il dato testuale e quello sistematico delle disposizioni contenute nell’art. 87 evidenziano in modo chiaro ed inequivoco che le parti collettive hanno voluto differenziare le modalità di computo del compenso per le ore di lavoro eccedenti le 18 ore settimanali: applicazione della maggiorazione del 10% ovvero, in alternativa, in modo forfetario quanto ai docenti (comma 2); applicazione della sola maggiorazione del 10% quanto ai coordinatori provinciali (comma 3) (n.d.r. – fattispecie riferito all’art. 87 del CCNL comparto scuola del 2006-2009).


Cass. n. 11238/2019

E’ pacifico che per i crediti  retributivi dei pubblici dipendenti maturati dopo il 31 dicembre 1994 – come nella specie – per effetto dell’art. 22, comma 36, della legge n. 724 del 1994 (che ha positivamente superato il vaglio di costituzionalità come risulta dalla sentenza della Corte costituzionale n. 559 del 2000) opera il divieto di cumulo di rivalutazione monetaria ed interessi e quindi, come accessorio del credito, va corrisposta la maggior somma tra l’ammontare degli interessi legali e quello della rivalutazione monetaria, anziché il cumulo di interessi legali e rivalutazione monetaria.


Cass. n. 10570/2019

L’indennità di incentivazione (prevista per i dipendenti dell’Azienda Risorse Idriche di Napoli) venne introdotta in via sperimentale, allo scopo di scoraggiare la tendenza assenteistica nei posti di lavoro, dall’accordo sindacale del 2 settembre 1971, ratificato con delibera aziendale del 27 novembre 1971, con il quale venne stabilito di corrispondere al personale AMAN (poi ARIN) una indennità nella misura dello 0,80% dello stipendio lordo di fatto percepito, per ogni giorno di effettiva presenza e fino ad un massimo di 22 giorni al mese.

Successivamente, con delibera del 29 aprile 1975, la Commissione Amministratrice dell’ARIN rese definitiva l’indennità in questione, avendo accertato che erano state raggiunte le finalità che avevano ispirato l’introduzione di tale indennità, e cioè una massiccia contrazione delle assenze e dei permessi, con conseguente più elevato indice di produttività.

Con la stessa delibera si stabilì altresì che l’indennità di incentivazione costituisse parte integrante delle disposizioni di cui al regolamento organico aziendale del 22 settembre 1945.

Gli statini paga prodotti dal ricorrente (nella specie, in numero di tre relativi all’ultimo anno di servizio) fossero insufficienti ai fini della determinazione delle differenze pensionistiche derivanti dal computo dell’indennità di incentivazione.

Tale indennità, come risulta dall’accordo aziendale del 2 settembre 1971, sopra citato, istitutivo della stessa, è infatti corrisposta nelle giornate di “effettiva presenza e fino ad un massimo di 22 giorni al mese”, ciò che esclude che possa farsi riferimento solamente ad uno o più mesi, trattandosi di importi suscettibili di variazione in ragione, appunto, dell’ effettiva presenza dell’interessato.


Cass. n. 10344/2019

Il compenso incentivante previsto in favore del personale degli uffici tecnici di P.A. per la progettazione di opere pubbliche dall’art. 18, primo comma, legge n. 109 del 1994 e succ. mod., posto a carico delle amministrazioni aggiudicatarie o titolari di atti di pianificazione generale, particolareggiata od esecutiva – compenso che costituisce trattamento retributivo accessorio a carattere premiale rispetto a quello ordinario ed incentivante dell’attività lavorativa svolta con mansioni di progettazione – è disciplinato nei suoi presupposti dal regolamento che tali amministrazioni sono chiamate ad emanare ai sensi dell’art. 6, legge n. 127 del 1997, e richiede in generale un’attività di progettazione per un’opera pubblica, prevista nel suddetto atto di pianificazione, .per la realizzazione della quale ci sia stata l’aggiudicazione dell’appalto (vedi ex plurimis, Cass. 12.4.2011 n.8344, Cass. 5.6.17, n. 13937).


La previsione di onnicomprensività di cui all’art. 24, co. 3, d. Igs. 165/2001 non consente in alcun modo di riconoscere plurimi compensi in ragione della pluralità di incarichi o funzioni che la medesima amministrazione attribuisca al medesimo dirigente.

A nulla rilevando il fatto, in qualche misura insito nella pluralità di incarichi, che le mansioni, rispetto alle singole funzioni, possano esser differenziate o presentare tratti di più o meno spiccata autonomia.

Si è infatti reiteratamente affermato il principio, qui da ribadire, secondo cui «nel pubblico impiego privatizzato vige il principio di onnicomprensività della retribuzione dirigenziale, in ragione del quale il trattamento economico dei dirigenti remunera tutte le funzioni e i compiti loro attribuiti secondo il contratto individuale o collettivo, nonché qualsiasi incarico conferito dall’amministrazione di appartenenza o su designazione della stessa» (Cass. 8 febbraio 2018, n. 3094,rispetto al caso di conferimento di una reggenza; Cass. 30 marzo 2017, n. 8261; Cass. 5 ottobre 2017 n. 23274; Cass. 7 marzo 2017, n. 5698).

Né d’altra parte si può ritenere che la normativa si ponga in contrasto con l’art. 36 Cost., con riferimento alla necessità che la remunerazione sia coerentecon la «quantità e qualità» del lavoro prestato e ciò in quanto la previsione espressa, di cui all’art. 24, co. 3, cit., di un trattamento retributivo correlato«alle funzioni attribuite, alle connesse responsabilità e ai risultati conseguiti»esprime una flessibilità che naturalmente consente le debite graduazioni dell'(unica) retribuzione, senza necessità di ricorrere a duplicazioni di poste e compensi.


Cass. n. 21442/2018

Il principio espresso dall’art. 45 d.lgs. n. 165/2001, secondo il quale le amministrazioni pubbliche garantiscono ai propri dipendenti parità di trattamento contrattuale, opera nell’ambito del sistema di inquadramento previsto dalla contrattazione collettiva e vieta trattamenti migliorativi o peggiorativi a titolo individuale, ma non costituisce parametro per giudicare le differenziazioni operate in quella sede, in quanto la disparità trova titolo non in scelte datoriali unilaterali lesive della dignità del lavoratore, ma in pattuizioni dell’autonomia negoziale delle parti collettive, le quali operano su un piano tendenzialmente paritario e sufficientemente istituzionalizzato, di regola sufficiente, salva l’applicazione di divieti legali, a tutelare il lavoratore in relazione alle specificità delle situazioni concrete (conf. all’orientamento consolidato della Corte relativamente all’inquadramento dei dipendenti della categoria C, posizione economica C3, del comparto Ministeri: Cass. n. 4434/2018; Cass. nn. 19275, 19041, 17920 del 2017; Cass. n. 24979/2016; Cass. n. 3682/214; Cass. nn. 29939, 22437, 5504 del 2011, Cass. n. 11982/2010).


PERSONALE UNIVERSITARIO NON DOCENTE

Cass. n. 21569/2019

Le Sezioni Unite di questa Corte con la sentenza n. 9279 del 2016 , chiamate a comporre il contrasto, evidenziato con l’ordinanza interlocutoria 8 maggio 2015 n. 9388 della Sezione Lavoro in relazione alla questione relativa al computo della retribuzione di posizione della dirigenza sanitaria (cosiddetta “indennità dirigenziale”) nell’indennità perequativa ex art. 31 D.P.R. n. 761 del 1979 spettante al personale universitario, hanno affermato che “l’indennità di perequazione spettante al personale universitario non docente in servizio presso strutture sanitarie, riconosciuta dall’art. 1 della I. n. 200 del 1974 per remunerare la prestazione assistenziale resa dal personale universitario non medico nelle cliniche e negli istituti di ricovero e cura convenzionati con gli enti ospedalieri o gestiti direttamente dalle Università, deve essere determinata – in caso di equiparazione tra l’originario VIII livello di cui alla I. n. 312 del 1980 (relativo ai dipendenti dell’Università) e il IX livello, poi divenuto 10 livello dirigenziale (relativo ai dipendenti ospedalieri) – senza includere automaticamente nel criterio di computo la retribuzione di posizione dei dirigenti del comparto sanità, la quale può essere riconosciuta solo se collegata all’effettivo conferimento di un incarico direttivo”.

Le Sezioni Unite nella richiamata sentenza n. 9279 del 2016 (cfr. punti da 35 a 37) hanno ricostruito il quadro normativo di fonte legale e contrattuale e hanno rilevato che il CCNL dell’area della dirigenza per il personale dell’area della dirigenza sanitaria, professionale, tecnica ed amministrativa del S.S.N. del 5.12.1996 per il quadriennio normativo 1994-1997, alpari del CCNL 8 giugno 2000 (area della dirigenza sanitaria professionale tecnica ed amministrativa del servizio sanitario nazionale per il quadriennio 1998 – 2001), con I ‘art. 53 del c.c.n.l. 5 dicembre 1996 e l’art. 40 del c.c.n.l. 8 giugno 2000), hanno correlato la retribuzione di posizione dei dirigenti all’ incarico agli stessi conferito dall’azienda o ente.

Nella sentenza innanzi richiamata è stato attribuito rilievo alla piena coerenza delle disposizioni di fonte pattizia col quarto comma dell’art. 31 D.P.R. n. 761 del 1979, che vincola la corresponsione dell’indennità De Maria, all’equiparazione del personale universitario a quello del SSN, a parità dì mansioni, funzioni e anzianità.

E’ stato precisato che l’intento perequativo del trattamento economico del personale universitario rispetto a quello del personale sanitario, che costituisce la “ratio legis” dell’art. 31 e che viene realizzato con la previsione dì una indennità (appunto perequativa) che fa riferimento al trattamento complessivo spettante ai dipendenti del SSN e che si applica in modo sostanzialmente automatico, trova un limite logico, oltre che giuridico, in quelle componenti del trattamento economico complessivo del personale sanitario che non dipendono direttamente ed esclusivamente dall’inquadramento contrattuale, ma sono erogate in correlazione al conferimento di incarichi come quello dirigenziale.

Alla sentenza delle SSUU n. 9279 del 2016 si è uniformata la successiva giurisprudenza di questa Corte (Cass. nn. 8357, 8356, 8355, 7826, 7825,7824 del 2018, 20771/2018, 4631/2018, 20771/2018).