Cass. n. 17424/2021

“Nel giudizio instaurato ai fini del riconoscimento della sussistenza di un unico rapporto di lavoro a tempo indeterminato, sul presupposto dell’illegittima apposizione al contratto di un termine finale ormai scaduto, affinché possa configurarsi una risoluzione del rapporto per mutuo consenso, è necessario che sia accertata — sulla base del lasso di tempo trascorso dopo la conclusione dell’ultimo contratto a termine, nonché del comportamento tenuto dalle parti e di eventuali circostanze significative — una chiara e certa comune volontà delle parti medesime di porre definitivamente fine ad ogni rapporto lavorativo; la valutazione del significato e della portata del complesso di tali elementi di fatto compete al giudice di merito, le cui conclusioni non sono censurabili in sede di legittimità se non sussistono vizi logici o errori di diritto” (v. Cass. 12-12- 2017 n.29781, Cass. 13-8-14 n.17940, Cass. 10-11-2008 n. 26935).

Tale principio va enunciato anche in questa sede, rilevando, inoltre che, come pure è stato precisato, “grava sul datore di lavoro, che eccepisca la risoluzione per mutuo consenso, l’onere di provare le circostanze dalle quali possa ricavarsi la volontà chiara e certa delle parti di volerè porre definitivamente fine ad ogni rapporto di lavoro” (v. Cass. 2-12-2002 n. 17070).


2020

Cass. n. 25036/2020

«La risoluzione consensuale del contratto non costituisce oggetto di eccezione in senso proprio, essendo lo scioglimento per mutuo consenso un fatto oggettivamente estintivo dei diritti nascenti dal negozio bilaterale, desumibile dalla volontà in tal senso manifestata, anche tacitamente, dalle parti, che può essere accertato d’ufficio dal giudice, pure in sede di legittimità, ove non vi sia necessità di effettuare indagini di fatto…., e la deduzione, da parte del datore di lavoro, convenuto per l’accertamento della conversione del rapporto a tempo indeterminato per l’illegittima apposizione del termine, che il rapporto si è risolto per mutuo consenso, non integra una domanda riconvenzionale, in quanto non finalizzata ad ottenere un provvedimento positivo, sfavorevole al lavoratore, ma, semplicemente, il rigetto della domanda di quest’ultimo» (cfr., tra le altre, Cass. nn. 23586/2018, cit.; 16339/2015; 10201/2012; 12075/2007; 24802/2006).


Cass. n. 4093/2020

Affinché possa configurarsi una risoluzione del rapporto per mutuo consenso, è necessario che sia accertata – sulla base del lasso di tempo trascorso dopo la conclusione dell’ultimo contratto a termine, nonché del comportamento tenuto dalle parti e di eventuali circostanze significative – una chiara e certa comune volontà delle stesse parti di porre definitivamente fine ad ogni rapporto lavorativo.

La mera inerzia del lavoratore dopo la scadenza del contratto a termine, quindi, è di per sé insufficiente a ritenere sussistente una risoluzione del rapporto per mutuo consenso, mentre grava sul datore di lavoro, che eccepisca tale risoluzione, l’onere di provare le circostanze dalle quali possa ricavarsi la volontà chiara e certa delle parti di volere porre fine ad ogni rapporto di lavoro» (così, testualmente, Cass. n. 20605/2014; cfr., pure, nella materia, ex plurimis, Cass. nn. 11262/2013; 5887/2011, 23319/2010, 26935/2008, 20390/2007, 23554/2004).


2019

Cass. n. 21152/2019

Finché possa configurarsi una risoluzione del rapporto per mutuo consenso, è necessario che sia accertata – sulla base del lasso di tempo trascorso dopo la conclusione dell’ultimo contratto a termine, nonché del comportamento tenuto dalle parti e di eventuali circostanze significative – una chiara e certa comune volontà delle stesse parti di porre definitivamente fine ad ogni rapporto lavorativo.

La mera inerzia del lavoratore dopo la scadenza del contratto a termine, quindi, è di per sé insufficiente a ritenere sussistente una risoluzione del rapporto per mutuo consenso, mentre grava sul datore di lavoro, che eccepisca tale risoluzione, l’onere di provare le circostanze dalle quali possa ricavarsi la volontà chiara e certa delle parti di volere porre fine ad ogni rapporto di lavoro» (così, testualmente, Cass. n. 20605/2014; cfr., pure, nella materia, ex plurimis, Cass. nn. 11262/2013;5887/2011, 23319/2010, 26935/2008, 20390/2007, 23554/2004).

Orbene, nella fattispecie, si è in presenza di precisi elementi delibatori offerti dalla parte datoriale, dai quali, inequivocabilmente, si evince che la lavoratrice era stata convocata, a seguito di conciliazione intervenuta tra le parti, in sede sindacale, il 31.5.2006  per firmare il contratto a tempo indeterminato, per ben otto volte e che, la prima volta, aveva rinunziato e le altre sei volte, non si era presentata; ed infine, l’ottava volta, il 28.7.2010, aveva nuovamente rinunziato.

A fronte di tale comportamento, nonché del fatto che, per ben sette anni, aveva sempre dimostrato di non volere concludere il contratto a tempo indeterminato con Poste, appare invero peregrina la proposizione, da parte della lavoratrice, di un ricorso per sentire dichiarare l’illegittimità dell’apposizione del termine ai contratti di cui si tratta, al fine di vedersi riconoscere un rapporto di lavoro a tempo indeterminato, rifiutato per otto volte consecutive.


Cass. n. 9475/2019

L’accertamento della risoluzione per mutuo consenso deve essere effettuato non solo sul decorso del tempo avuto riguardo all’epoca della iniziativa giudiziale del lavoratore ma anche su ulteriori circostanze, che, nel caso d specie, hanno riguardato la conclusione di plurimi contratti successivi,  di altra tipologia (somministrazione di manodopera) con intervento di altre società di somministrazione, che può essere ritenuta concludente nel senso del disinteresse del lavoratore all’instaurazione di un rapporto con l’originaria datrice di lavoro.

Ciò in applicazione del principio che la durata rilevante del comportamento omissivo del lavoratore nell’impugnare la clausola che fissa il termine può considerarsi “indicativa della volontà di estinguere il rapporto di lavoro tra le parti” ove “concorra con altri elementi convergenti” (tra le altre, Cass. 17/3/2015 n. 5240, Cass. 28/1/2014 n. 1780, Cass. 11/3/2011 n. 5887, Cass. 4/8/2011 n. 16932, Cass. 18/11/2010 n. 23319, Cass. 15/11/2010 n. 23057, oltre a Cass. Sez Un. 27/10/2016 n. 21691).


Cass. 8215/2019

Secondo le Sezioni unite civili di questa Corte (sent. n. 21691 del 27 ottobre 2016), premesso il dato normativo dell’art. 1372, co. 1, c.c., salvo che non sia richiesta la forma scritta ad substantiam, il mutuo consenso sullo scioglimento del rapporto può essere desumibile da comportamenti concludenti.

Con specifico riferimento al caso dei contratti a tempo determinato detta sentenza ha avallato l’orientamento giurisprudenziale in base al quale la durata rilevante del comportamento omissivo del lavoratore nell’impugnare la clausola che fissa il termine può considerarsi “indicativa della volontà di estinguere il rapporto di lavoro tra le parti”, ma sempre che “concorra con altri elementi convergenti” che inequivocabilmente palesino la volontà risolutiva, con giudizio che attiene al merito della controversia (per tutte v. Cass. n. 29781 del 2017).

Occorre quindi che il decorso del tempo sia accompagnato da ulteriori circostanze fattuali, le quali siano complessivamente apprezzate dal giudice di merito inducendo il convincimento del medesimo, anche per la loro combinazione, nel senso che esse denotino una volontà chiara del lavoratore di porre fine definitivamente al rapporto di lavoro con la controparte.

Erra in diritto, pertanto, la Corte di Appello laddove afferma che il mero decorso del tempo tra la cessazione del rapporto di lavoro e l’impugnazione del contratto costituisca “condotta socialmente tipica idonea a perfezionare la risoluzione per mutuo consenso” anche “in mancanza di ulteriori elementi”.

La selezione del solo elemento temporale, senza che siano valorizzati ulteriori comportamenti tenuti dalle parti, impone la cassazione della sentenza impugnata (da ultimo: Cass. n. 7692 del 2018), affinché il giudice del rinvio possa rivalutare l’intera vicenda storica, argomentando in modo appropriato su eventuali circostanze ulteriori che, unitamente al decorso di un tempo rilevante, possano adeguatamente sorreggere il ragionamento inferenziale circa la prova del mutuo consenso sullo scioglimento del rapporto.


Cass. n. 4224/2019

Affinché possa configurarsi una risoluzione del rapporto per mutuo consenso, è necessario che sia accertata – sulla base del lasso di tempo trascorso dopo la conclusione dell’ultimo contratto a termine, nonché del comportamento tenuto dalle parti e di eventuali circostanze significative – una chiara e certa comune volontà delle stesse parti di porre definitivamente fine ad ogni rapporto lavorativo.

La mera inerzia del lavoratore dopo la scadenza del contratto a termine, quindi, è di per sé insufficiente a ritenere sussistente una risoluzione del rapporto per mutuo consenso, mentre grava sul datore di lavoro, che eccepisca tale risoluzione, l’onere di provare le circostanze dalle quali possa ricavarsi la volontà chiara e certa delle parti di volere porre fine ad ogni rapporto di lavoro» (così, testualmente, Cass. n. 20605/2014; cfr., pure, nella materia, ex plurimis, Cass. nn. 11262/2013; 5887/2011, 23319/2010, 26935/2008, 20390/2007, 23554/2004).

Orbene, nella fattispecie, la Corte distrettuale si è attenuta a tale consolidato principio e, con una motivazione puntuale relativamente alla non configurabilità del mutuo consenso, ha reputato che la complessiva valutazione di tutti gli elementi del caso concreto non potesse indurre a ritenere cessato il rapporto di lavoro, per mutuo consenso tacito, alla data del 14.7.2007, in cui il contratto si è concluso, poiché il semplice decorso di pochi mesi tra la detta data e la messa in mora del datore di lavoro, con offerta delle prestazioni lavorative da parte della ricorrente (12.5.2008), e la riscossione delle ultime somme alla stessa dovute, compreso il TFR, non integrano una condotta incompatibile, sotto il profilo obiettivo, con la ripresa della funzionalità del rapporto di lavoro, in considerazione del fatto che tali somme erano finalizzate a garantire i fondamentali bisogni materiali e morali della lavoratrice e della propria famiglia; funzione, questa, costituzionalmente assegnata alle spettanze retributive.


Cass. n. 1851/2019

L’accertamento della sussistenza di una concorde volontà delle parti diretta allo scioglimento del vincolo contrattuale costituisce apprezzamento di merito che, se immune da vizi logici, giuridici e adeguatamente motivato, si sottrae al sindacato di legittimità, secondo le rigorose regole sui motivi che possono essere fatti valere al fine di incrinare la ricostruzione di ogni vicenda storica antecedente al contenzioso giudiziale, previste dall’art. 360 n. 5 cod. proc. civ., tempo per tempo vigente (Cass. n. 29781/2017; conformi, fra le altre: Cass. n. 13660/2018; n. 13661/2018; n. 13958/2018).


Cass. n. 833/2019

Proprio perché l’azione di nullità del termine, ai sensi dell’art. 1422 c.c., è imprescrittibile, il mero decorso del tempo tra la scadenza del contratto e la proposizione di siffatta azione giudiziale non può, di per sè solo, costituire elemento idoneo ad esprimere in maniera inequivocabile la volontà della parti di risolvere il rapporto a tempo indeterminato. Consentendo l’ordinamento di esercitare il diritto entro limiti di tempo predeterminati, o l’azione di nullità senza limiti, il tempo stesso non può contestualmente e contraddittoriamente produrre, da solo e di per sè, anche un effetto di contenuto opposto, cioè l’estinzione del diritto ovvero una presunzione in tal senso, atteso che una siffatta conclusione sostanzialmente finirebbe per vanificare il principio dell’imprescrittibilità dell’azione di nullità e/o la disciplina della prescrizione, la cui maturazione verrebbe contra legem anticipata secondo contingenti e discrezionali apprezzamenti.

Per tali ragioni appare necessario, per la configurabilità di una risoluzione per mutuo consenso, manifestatasi in pendenza del termine per l’esercizio del diritto o dell’azione, che il decorso del tempo sia accompagnato da ulteriori circostanze oggettive le quali, per le loro caratteristiche di incompatibilità con la prosecuzione del rapporto, possano essere complessivamente interpretate nel senso di denotare “una volontà chiara e certa della parti di volere, d’accordo tra loro, porre definitivamente fine ad ogni rapporto lavorativo” ( in tali termini, Cass. 15.11.2010 n. 23057). Ed incombe sulla parte che faccia valere in giudizio la risoluzione per mutuo consenso allegare prima e provare poi siffatte circostanze (v. Cass. sez. lav. n. 2279 dell’1/2/2010, n. 16303 del 12/7/2010, n. 15624 del 6/7/2007).


2018

Cass. n. 28933/2018

In tema di prova presuntiva del mutuo consenso tacito, spetta innanzi tutto al giudice del merito valutare l’opportunità di fare ricorso alle presunzioni, individuare i fatti certi da porre a fondamento del relativo processo logico, apprezzarne la rilevanza, l’attendibilità e la concludenza al fine di saggiarne l’attitudine, anche solo parziale o potenziale, a consentire inferenze logiche circa l’esistenza ignota di una comune volontà risolutoria; indi compete sempre al giudice del merito procedere ad una valutazione complessiva di tutti gli elementi indiziari precedentemente selezionati ed accertare se essi siano concordanti e se la loro combinazione, e non piuttosto una visione parcellizzata di essi, sia in grado di fornire una valida prova presuntiva tale da ingenerare il convincimento in ordine all’esistenza o, al contrario, all’inesistenza di uno scioglimento del contratto per mutuo consenso.


Cass. n. 26480/2018

Nel giudizio instaurato ai fini del riconoscimento di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato per nullità del termine apposto al contratto grava sul datore di lavoro, che eccepisca la risoluzione per mutuo consenso del rapporto, l’ onere di provare le circostanze dalle quali possa ricavarsi la volontà chiara e certa delle parti di volere porre definitivamente fine ad ogni rapporto lavorativo ( cfr Cass.2279/2010), deve rilevarsi che , come statuito da questa corte (cfr Cass. n.1841/2016, Cass. n.2732/16) l’accertamento di una concorde volontà delle parti diretta a sciogliere un contratto costituisce un giudizio che attiene al merito della causa ( cfr Cass. SU n. 21691/2016 ) costituendo un accertamento in fatto.

Nel caso in esame la corte di merito ha valutato che l’elemento temporale, ossia il tempo intercorso tra la fine della prestazione lavorativa e la data di messa in mora di Poste, durato circa quattro anni, e la rioccupazione avvenuta con un rapporto precario dal gennaio 2006, non potevano costituire da soli elementi significativi, apprezzabili come circostanza utile per la configurazione di una volontà dismissiva del rapporto. La motivazione della corte territoriale sul punto non può ritenersi insufficiente , contraddittoria o comunque priva di logicità e dunque non è sindacabile in questa sede, dove ” l’oggetto del sindacato non è il rapporto sostanziale intorno al quale le parti litigano , bensì unicamente la sentenza di merito che su quel rapporto ha deciso” ( così Cass.n.29781/2017 cit.).


Cass. n. 25722/2018

La durata rilevante del comportamento omissivo del lavoratore nell’impugnare la clausola che fissa il termine può considerarsi «indicativa della volontà di estinguere il rapporto di lavoro tra le parti» ove «concorra con altri elementi convergenti» e statuito, come già detto, che «il relativo giudizio attiene al merito della controversia» .

Nel caso sottoposto all’attenzione del Collegio, come risulta dallo storico della lite, il giudice del fatto ha correttamente applicato la regola di diritto indicata da questa Corte, considerando la durata rilevante del comportamento omissivo del lavoratore nell’impugnare la clausola del contratto, in uno ad altri elementi prospettati in causa (in particolare la condotta sistematica del lavoratore di svolgimento di altre prestazioni lavorative, per conto di diversi datori di lavoro, nell’arco temporale di instaurazione dei rapporti a termine con il datore di lavoro interessato alla vertenza), ed è pervenuto alla conclusione, congruamente motivata, della sussistenza di una comune volontà di porre fine al rapporto di lavoro.


Cass. n. 25299/2018

Grava sul datore di lavoro, che eccepisca la risoluzione per mutuo consenso dei contratti succedutisi nel tempo, l’onere di provare le circostanze dalle quali possa ricavarsi la volontà chiara e certa delle parti di volere porre definitivamente fine ad ogni rapporto di lavoro (Cass. n. 16932/2011; Cass. n. 17070/2002).


Cass. n. 24120/2018

La decisione del Giudice di Appello, di ritenere risolto per mutuo consenso un contratto impugnato a distanza di anni 3 e mesi 6 dalla scadenza non risulta coerente con la consolidata giurisprudenza di legittimità la quale, premesso il dato normativo dell’art. 1372, co. 1, cod. civ. secondo cui il contratto può essere sciolto “per mutuo consenso”, e l’insegnamento in base al quale, salvo che non sia richiesta la forma scritta ad substantiam, il mutuo consenso sullo scioglimento del rapporto può essere desumibile da comportamenti concludenti, ha costantemente ribadito, con riferimento ai contratti a tempo determinato, che il mero decorso del tempo tra la cessazione del contratto e l’impugnativa dello stesso non è sufficiente a configurare un disinteresse alla prosecuzione del rapporto di lavoro essendo necessario che venga fornita la prova di altre significative circostanze denotanti una chiara e certa volontà delle parti di porre definitivamente fine ad ogni rapporto lavorativo (cfr., tra le altre, Cass. 17/3/2015 n. 5240, Cass. 28/1/2014 n. 1780, Cass. 11/3/2011 n. 5887, Cass. 4/8/2011 n. 16932, Cass. 18/11/2010 n. 23319, Cass. 15/11/2010 n. 23057) (conf. Cass. n. 24352/2018; Cass. n. 19514/2018).

In tale linea argomentativa si pone Cass. Sez. Un. 27/10/2016 n. 21691 la quale, premesso che la durata rilevante del comportamento omissivo del lavoratore nell’impugnare la clausola che fissa il termine può considerarsi “indicativa della volontà di estinguere il rapporto di lavoro tra le parti” ove “concorra con altri elementi convergenti”, ha puntualizzato che “il relativo giudizio attiene al merito della controversia”, conseguendone che tale apprezzamento, se immune da vizi logici, giuridici e adeguatamente motivato, si sottrae al sindacato di legittimità, secondo le regole sui motivi che possono essere fatti valere al fine di incrinare la ricostruzione di ogni vicenda storica antecedente al contenzioso giudiziale, previste dall’art. 360, n. 5, cod. proc. civ. , tempo per tempo vigente ( Cass. 12/12/2017 n. 29781 ).

La sentenza impugnata non è conforme all’insegnamento di questa Corte soprarichiamato in quanto, nella ricostruzione del significato negoziale da attribuire alla condotta della lavoratrice, finisce con il valorizzare esclusivamente il dato temporale rappresentato dal decorso del tempo tra la data di scadenza dell’ultimo contratto e l’impugnativa stragiudiziale della lavoratrice. A tale ambito, deve, infatti, sostanzialmente ricondursi, l’ulteriore elemento, preso in considerazione dalla Corte, rappresentato dal mancato svolgimento di attività lavorativa successivamente alla cessazione del rapporto di lavoro in quanto anche in relazione a tale elemento il giudice di merito finisce con il conferire rilievo ad una pretesa inerzia della lavoratrice nel corso di un determinato arco temporale; in ogni caso, il mancato svolgimento di attività lavorativa nel periodo successivo alla cessazione del rapporto non appare idoneo, per assoluto difetto di univocità, a fondare il ragionamento presuntivo alla base della decisione di seconde grado (conf. Cass. n. 20929/2018) (ndr, principio relativo alla risoluzione di un rapporto di lavoro antecedente alla riforma di cui alla L. n. 183/2010).


Cass. n. 22671/2018

Nel giudizio instaurato ai fini del riconoscimento della sussistenza di un unico rapporto di lavoro a tempo indeterminato sul presupposto dell’illegittima apposizione al contratto di un termine finale ormai scaduto, per la configurabilità di una risoluzione del rapporto per mutuo consenso, è necessario che sia accertata – sulla base del lasso di tempo trascorso dopo la conclusione dell’ultimo contratto a termine, nonché del comportamento tenuto dalla parti e di eventuali circostanze significative – una chiara e certa comune volontà delle parti medesime di porre definitivamente fine ad ogni rapporto lavorativo; la valutazione del significato e della portata del complesso di tali elementi di fatto compete al giudice di merito, le cui conclusioni non sono censurabili in sede di legittimità se non sussistono vizi logici o errori di diritto (cfr., in particolare, ex plurimis, Cass. n. 17150/2008; Cass. n. 19217/2014) (ndr, principio relativo alla risoluzione di un rapporto di lavoro antecedente alla riforma di cui alla L. n. 183/2010) (conf. Cass. n. 20733/2018 – 22398/2018 –  23053/2018).


Cass. n. 20463/2018

In tema di prova presuntiva del mutuo consenso tacito, spetta innanzi tutto al giudice del merito valutare l’opportunità di fare ricorso alle presunzioni, individuare i fatti certi da porre a fondamento del relativo processo logico, apprezzarne la rilevanza, l’attendibilità e la concludenza al fine di saggiarne l’attitudine, anche solo parziale o potenziale, a consentire inferenze logiche circa l’esistenza ignota di una comune volontà risolutoria; indi compete sempre al giudice del merito procedere ad una valutazione complessiva di tutti gli elementi indiziari precedentemente selezionati ed accertare se essi siano concordanti e se la loro combinazione, e non piuttosto una visione parcellizzata di essi, sia in grado di fornire una valida prova presuntiva tale da ingenerare il convincimento in ordine all’esistenza o, al contrario, all’inesistenza di uno scioglimento del contratto per mutuo consenso (ndr, principio relativo alla risoluzione di un rapporto di lavoro antecedente alla riforma di cui alla L. n. 183/2010).


Cass. n. 20457/2018

Sulla scorta di SS.UU. n. 21691 del 2016, deve essere affermato il principio secondo cui, nel caso di contratti a tempo determinato, la risoluzione del rapporto per mutuo consenso ai sensi dell’art.1372, co. 1, c.c., sulla base del comportamento inerte del lavoratore e di altri elementi significativi concorrenti, è giudizio che attiene al merito della controversia; ne deriva che l’apprezzamento circa l’idoneità degli elementi presuntivi a consentire inferenze rientra nei compiti affidati al giudice del fatto, senza che il convincimento da questi espresso in relazione al complesso degli indizi, soggetti ad una valutazione globale e non con riferimento singolare a ciascuno di essi, possa essere suscettibile di un diverso o rinnovato apprezzamento in sede di legittimità (vedi Cass. 12/12/2017 n.29781).


Cass. n. 13958/2018

Non sono significative della volontà del lavoratore di recedere dal contratto (e di rinunciare all’impugnazione) l’assenza di rivendicazioni, l’offerta di prestazione, la riscossione delle competenze di fine rapporto.(tra tutte Cass. 20390/2007).

L’azione di impugnazione del termine apposto al contratto, infatti, è da intendersi come un’azione di nullità, ancorché parziale, ex art.1419 c.c. consentita senza limiti di tempo ed impedita, esclusivamente, dall’esistenza di una volontà chiara e certa delle parti di volere, d’accordo, la definitiva cessazione del rapporto.


Cass. n. 12795/2018

In tema di prova presuntiva del mutuo consenso tacito, spetta innanzi tutto al giudice del merito valutare l’opportunità di fare ricorso alle presunzioni, individuare i fatti certi da porre a fondamento del relativo processo logico, apprezzarne la rilevanza, l’attendibilità e la concludenza al fine di saggiarne l’attitudine, anche solo parziale o potenziale, a consentire inferenze logiche circa l’esistenza ignota di una comune volontà risolutoria; inoltre compete sempre al giudice del merito procedere ad una valutazione complessiva di tutti gli elementi indiziari precedentemente selezionati ed accertare se essi siano concordanti e se la loro combinazione, e non piuttosto una visione parcellizzata di essi, sia in grado di fornire una valida prova presuntiva tale da ingenerare il convincimento in ordine all’esistenza o, al contrario, all’inesistenza di uno scioglimento del contratto per mutuo consenso” (cfr. Cass. n. 29781/2017).