Cass. n. 17600/2021

Ai sensi dell’art. 55-bis del d.lgs. 165 del 2001 “Il termine per la contestazione dell’addebito decorre dalla data di ricezione degli atti trasmessi ai sensi del comma 3 ovvero dalla data nella quale l’ufficio ha altrimenti acquisito notizia dell’infrazione, mentre la decorrenza del termine per la conclusione del procedimento resta comunque fissata alla data di prima acquisizione della notizia dell’infrazione, anche se avvenuta da parte del responsabile della struttura in cui il dipendente lavora”.

Dunque, il legislatore ha previsto due distinte fattispecie per fissare la decorrenza del termine per effettuare la contestazione: da un lato, la comunicazione da parte del responsabile della struttura, dall’altra l’acquisizione altrimenti della notizia di infrazione.

Come questa Corte ha avuto modo di affermare (Cass.21193 del 2018, n. 7134 del 2017), ai fini della decorrenza del termine perentorio previsto per la conclusione del procedimento disciplinare dall’acquisizione della notizia dell’infrazione (ex art. 55-bis, comma 4, del d.lgs. n. 165 del 2001), in conformità con il principio del giusto procedimento, come inteso dalla Corte cost. (sentenza n. 310 del 5 novembre 2010), assume rilievo esclusivamente il momento in cui tale acquisizione, da parte dell’ufficio 1-\ competente regolarmente investito del procedimento, riguardi una – notizia di infrazione” di contenuto tale da consentire allo stesso di dare, in modo corretto, l’avvio al procedimento disciplinare, nelle sue tre fasi fondamentali della contestazione dell’addebito, dell’istruttoria e dell’adozione della sanzione; ciò vale anche nell’ipotesi in cui il procedimento predetto abbia ad oggetto, in tutto o in parte, fatti sui quali è in corso un procedimento penale, per cui sarebbe ammessa la sospensione del primo, e che, comunque, ai fini disciplinari, vanno valutati in modo autonomo e possono portare anche al licenziamento del dipendente.

 


Cass. n. 11762/2021

Questa Corte ha ricostruito il procedimento disciplinare come destinato a svolgersi attraverso le diverse fasi della sua apertura, della contestazione, dell’istruttoria amministrativa ed infine, della irrogazione della sanzione.

Tale ricostruzione ha poi portato, con riferimento alla normativa conseguente al d. Igs. 150/2009, a ravvisare fattispecie decadenziali soltanto nell’inosservanza dei tempi del procedere rispetto al termine (iniziale) per la contestazione, di cui all’art. 55- bis, co. 2 e 4, d. Igs. 165/2001) ed ai termini (finali) di conclusione del procedimento di irrogazione di cui alle stesse norme, oltre che, nel caso di sospensione in attesa della definizione del procedimento penale, dei termini (finali) di cui all’art. 55- ter, u.c., d. Igs. 165/2001, per effetto implicito nel rinvio di quest’ultima disposizione all’art. 55- bis, che appunto qualifica come perentori i termini ultimi di irrogazione.

Non è stata invece ritenuta di portata decadenziale l’inosservanza del termine di cinque giorni previsto per la trasmissione degli atti all’Ufficio per i Procedimenti Disciplinari (Cass. 14 dicembre 2018, n. 32491; Cass. 26 agosto 2015, n. 17153), ove non si dimostri un pregiudizio al diritto di difesa e, con riferimento anche al termine e le modalità per la convocazione a difesa disciplinati dall’art. 55- bis del d.lgs. n. 150 del 2009, ne è stata posta in evidenza la finalità di garanzia (Cass. 6 marzo 2019, n. 6555; Cass. 2 ottobre 2018, n. 23895, Cass. 22 agosto 2016, n. 17245, Cass. 10 agosto 2016, n. 16900), traendone la conseguenza che i vizi procedurali correlati all’audizione del lavoratore possono dare luogo a nullità del procedimento, e della conseguente sanzione, solo ove sia dimostrato, dall’interessato, un pregiudizio al concreto esercizio del diritto di difesa, e non di per sé soli.

D’altra parte, anche le recenti modifiche apportate dal d. Igs. 75/2017 (c.d. Riforma Madia), per quanto qui non applicabili ratione temporis, prevedono analogamente, nel nuovo comma 9- ter dell’art. 55-bis, che «la violazione dei termini e delle disposizioni sul procedimento disciplinare previste dagli articoli da 55 a 55-quater (…) non determina la decadenza dall’azione disciplinare né l’invalidità degli atti e della sanzione irrogata, purché non risulti irrimediabilmente compromesso il diritto di difesa del dipendente, e le modalità di esercizio dell’azione disciplinare, anche in ragione della natura degli accertamenti svolti nel caso concreto, risultino comunque compatibili con il principio di tempestività» e che «sono da considerarsi perentori il termine per la contestazione dell’addebito e il termine per la conclusione del procedimento».

Ciò posto, si rileva che l’art. 55- ter d. Igs. 165/2001 non prevede che la decisione della P.A. di sospendere il procedimento disciplinare sia comunicata al dipendente.

D’altra parte, è difficoltoso ricostruire un indiscriminato interesse del lavoratore a che il procedimento disciplinare prosegua, quando per i medesimi fatti sia pendente procedimento penale, visto che l’attesa (al di là del caso di provvedimenti cautelari, che a livello di ricostruzione generale non rileva) consente comunque la prosecuzione medio tempore del rapporto e permette la fruizione delle facoltà difensive insite nel procedimento penale.

In mancanza della prova di concreti ed effettivi pregiudizi al diritto di difesa, il fatto che la P.A., non palesi con comunicazione espressa l’intento di attendere l’esito del procedimento penale è pertanto privo di rilievo rispetto alla validità del procedimento disciplinare.

L’unica decadenza in tali casi è quella, già menzionata, che potrebbe verificarsi all’esito dell’ultimazione del processo penale, momento rispetto al quale la ripresa del procedimento disciplinare è rigorosamente regolata dall’art. 55- ter, co. 4, con riferimento a dati formali certi, il cui superamento cronologico come si è detto è causa di invalidità della sanzione.

Ma, rispetto a tale decadenza, la mancanza di comunicazione dell’originaria sospensione non ha alcun rilievo, in quanto dopo il giudicato la riattivazione ha luogo attraverso la rinnovazione della contestazione, la quale naturalmente consente di dispiegare ogni eventuale reazione riguardo al rispetto dei termini decadenziali in quel contesto previsti.

Quanto sopra consente altresì di escludere che il lavoratore possa dolersi del fatto che, dopo la sospensione del procedimento disciplinare, la P.A. non lo riattivi dopo le sentenze di primo o di secondo grado emesse in sede penale.

Questa Corte ha già precisato che quella di sospendere il procedimento disciplinare è «facoltà discrezionale attribuita alla P.A., la quale, fermo il principio della tendenziale autonomia del procedimento disciplinare rispetto a quello penale, può esercitarla qualora, per la complessità degli accertamenti o per altre cause, non disponga di elementi necessari per la definizione del procedimento, essendo legittimata, peraltro, a riprendere il procedimento disciplinare, senza attendere che quello penale venga definito con sentenza irrevocabile, allorquando ritenga che gli elementi successivamente acquisiti consentano la decisione» (Cass. 13 maggio 2019, n. 12662).

Tale ripresa anticipata è dunque facoltà propria della P.A., a tutela del proprio buon andamento, ma non sussiste alcun interesse giuridicamente tutelato del lavoratore a che essa abbia luogo, in quanto anche da questo punto di vista le tutele decadenziali sono previste solo in ragione del termine finale, susseguente al giudicato.

Suggestiva, ma infondata, è poi l’osservazione secondo cui la corretta prosecuzione del rapporto, con anche una promozione, nelle more del procedimento penale, avrebbe dovuto essere considerata nel giudizio sulla proporzione della sanzione.

Infatti, qualora la P.A., per ragioni di garanzia e cautela, decida di posticipare la propria decisione all’esito del procedimento penale, ciò non significa che l’apprezzamento della gravità e dell’improseguibilità del rapporto debba essere necessariamente condizionato dal comportamento tenuto medio tempore tenuto dal ricorrente.

La P.A., sospendendo il procedimento disciplinare, legittimamente evita ogni giudizio sui fatti commessi, ma la loro gravità è destinata pienamente a riemergere, in tutta la sua portata ed in ogni aspetto, una volta che, con il giudicato, essi si abbiano per definitivamente accertati.

Ne deriva che la regolare prosecuzione del rapporto dopo la sospensione del procedimento disciplinare non esclude la possibilità di valorizzare i fatti contestati anche quale ragione di licenziamento in tronco, se da essi, in sé considerati, discenda una valutazione che avvalori la conclusione in ordine alla rottura del rapporto fiduciario.

In definitiva il giudizio sull’incidenza dei reati commessi sul rapporto fiduciario resta valutazione di merito, nel caso di specie non implausibilmente fondata sulla gravità dei fatti e sulle peculiarità del lavoro pubblico, sotto il profilo del rispetto della legalità e senza che sia necessariamente decisivo quanto accaduto o il comportamento positivamente serbato dall’incolpato nella pendenza degli accertamenti penali.


2020

Cass. n. 14810/2020

In tema di pubblico impiego contrattualizzato, ai fini della decorrenza del termine perentorio previsto per la conclusione del procedimento disciplinare dall’acquisizione della notizia dell’infrazione (ex art. 55-bis, comma 4, del d.lgs. n. 165 del 2001) assume rilievo esclusivamente il momento in cui tale acquisizione da parte dell’ufficio competente regolarmente investito del procedimento, riguardi una “notizia di infrazione” di contenuto tale da consentire allo stesso di dare, in modo corretto, l’avvio del procedimento disciplinare, nelle sue tre fasi fondamentali  dell’istruttoria, dell’adozione della sanzione.

Il suddetto termine non può, pertanto, decorrere a fronte di una notizia che, per la sua genericità, non consenta la formulazione dell’incolpazione e richieda accertamenti di carattere preliminare volti ad acquisire i dati necessari per circostanziare l’addebito e ciò comporta che la contestazione può essere ritenuta tardiva solo qualora la P.A. rimanga ingiustificatamente inerte, pur essendo in possesso degli elementi necessari per procedere, nel senso anzidetto.

Quella indicata è l’unica interpretazione della normativa in oggetto ad essere conforme al principio del giu to procedimento – cui deve conformarsi l’azione della P.A. anche in sede d procedimento disciplinare a carico dei dipendenti – che è posto a garanzia dei principi di pubblicità e di trasparenza dell’azione della P.A. ai quali “va riconosciuto il valore di principi generali, diretti ad attuare sia i canoni costituzionali di imparzialità e buon andamento dell’amministrazione (art. 97 Cost. primo comma), sia la tutela di altri interessi costituzionalmente protetti come il diritto di difesa nei confronti della stessa Amministrazione (artt. 24 e 113 Cost.) nonché la tendenza ad indirizzare la suddetta azione al rispetto dei principi di economicità ed efficacia, grazie anche al conseguente deflazionamento del contenzioso derivante dall’emanazione del provvedimento finale (nella specie: di irrogazione della sanzione) sulla base di una corretta partecipata acquisizione dei fatti rilevanti (vedi, per tutte: Corte costituzionale, sentenza n. 310 del 2010).

Ciò vale anche nell’ipotesi in cui il procedimento disciplinare abbia ad oggetto, in tutto o in parte, fatti sui quali è in corso un procedimento penale, per cui sarebbe ammessa la sospensione del primo, e che, comunque, ai fini disciplinari, vanno valutati in modo autonomo e possono portare anche al licenziamento del dipendente.


2019

Cass. n. 31389/2019

Va riconosciuta l’operatività di una regola generale per la quale la decadenza dall’esercizio di facoltà destinate ad incidere sul rapporto di lavoro in essere, privato o pubblico che sia, non si determina anche nel caso in cui l’atto attraverso il quale la facoltà si esprime non sia pervenuto a conoscenza del soggetto destinatario, conseguendone, nell’ambito di un rapporto di lavoro pubblico, l’inconfigurabilità della contestazione disciplinare come tardiva, allorché, sia comprovato, come nella specie attraverso le risultanze del protocollo, essere stata la contestazione predisposta, anche se non pervenuta all’indirizzo del destinatario, entro il termine di venti giorni previsto dall’art. 55, comma 2, d.lgs. n. 165/2001 (cfr. Cass., SS.UU., 14 aprile 2010 n. 8830).


Cass. 31388/2019

Il legislatore del 2009 ha introdotto una disciplina inderogabile, che ha individuato due modelli di procedimento, rispettivamente ‘semplificato’ e ‘ordinario’, cui corrispondono diversi termini endoprocedimentali e di chiusura dell’iter: il primo, individuato dal comma 1 dell’art. 55 bis, d.lgs. cit. (primo periodo), si applica se il responsabile della struttura ha qualifica dirigenziale e in presenza delle infrazioni meno gravi, per le quali è prevista una sanzione superiore al rimprovero verbale ed inferiore alla sospensione dal servizio con privazione della retribuzione per più di dieci giorni (nello specifico, il termine decadenziale per la conclusione di detto procedimento è di sessanta giorni e decorre dalla contestazione dell’addebito al dipendente, come inequivocabilmente disposto dalla norma in esame).

Il secondo (cosiddetto ‘ordinario’), individuato dall’art. 55 bis, comma 1, secondo periodo) è diretto ad accertare le infrazioni punibili con le sanzioni più gravi e nel caso in cui il responsabile della struttura presso cui lavora il dipendente non sia dirigente (in ragione della maggior complessità dell’iter, la norma citata prevede un termine decadenziale di centoventi giorni per la conclusione del procedimento, decorrenti “dalla data di prima acquisizione della notizia dell’infrazione, anche se avvenuta da parte del responsabile della struttura”).

La suddetta specifica disciplina, ai sensi di quanto previsto dall’art. 68 dello stesso d.lgs. n. 150/2009, è sottratta alla contrattazione collettiva cui è riservata solo possibilità di definire la tipologia delle infrazioni e delle relative sanzioni (salvo in ogni caso quanto previsto dalle disposizioni del capo V – sanzioni disciplinari e responsabilità dei dipendenti pubblici – della medesima legge).


Cass. n. 30225/2019

In tema di procedimento disciplinare nel rapporto di pubblico impiego contrattualizzato, le disposizioni previste dall’art. 55 fino all’articolo 55-octies del d.lgs. n. 165 del 2001 (nel testo anteriore alle modifiche introdotte dal d.lgs. n. 75 del 2017, qui applicabile ratione temporis), costituiscono norme imperative, ai sensi e per gli effetti degli articoli 1339 e 1419, secondo comma, cod. civ., pertanto ai sensi del comma 4 dell’art. 55-bis dello stesso d.lgs. n. 165 del 2001, in, caso di infrazioni soggette a sanzioni più gravi di quelle previste nel primo periodo del comma 1 del medesimo articdo (come quella irrogata alla lavoratrice) contestazione dell’addebito deve essere effettuata entro quaranta giorni dall’acquisizione della notizia dell’infrazione da parte dell’ufficio competente, per tale intendendosi anche il responsabile della struttura in cui il dipendente lavora.

Tale decorrenza presuppone che la suddetta notizia dell’infrazione contenga gli elementi sufficienti a dare un corretto avvio al procedimento disciplinare, mentre il termine non può decorrere se la notizia, per la sua genericità, non consenta la formulazione dell’incolpazione, ma richieda accertamenti di carattere preliminare volti ad acquisire i dati necessari per circostanziare l’addebito, salvo restando che il differimento può essere giustificato soltanto dalla necessità, per l’Amministrazione datrice di lavoro, di acquisire conoscenza della riferibilità dei fatti, nelle linee essenziali, al dipendente e non anche dall’integrale accertamento degli stessi (vedi, per tutte: Cass. 20 marzo 2017, n. 7134 e Cass. 11 settembre 2018, n. 22075).

Ne deriva che la tempestività dell’avvio del procedimento disciplinare deve essere valutata in relazione alle caratteristiche proprie delle diverse vicende e anche alla complessità della struttura organizzativa dell’Amministrazione interessata, sicché il relativo accertamento corrisponde ad una valutazione dei fatti riservata al giudice del merito, che però deve dare conto, in modo chiaro, delle ragioni per le quali – specialmente laddove sussista un rilevante intervallo temporale tra i fatti contestati e l’avvio del procedimento disciplinare (come accade nella specie) – un simile ritardo possa considerarsi giustificato.

A tale ultimo riguardo deve essere considerato che la previsione dei termini perentori per dare l’avvio al procedimento disciplinare, nel pubblico impiego contrattualizzato, risponde non soltanto all’esigenza di consentire all’incolpato una più efficace difesa ed escludere il rischio che possa essere avviato nei suoi confronti un simile procedimento in qualsiasi momento ad libitum dell’Amministrazione datrice di lavoro, ma risponde anche criteri generali di correttezza e buona fede (art. 1175 e 1375 cod. civ.), applicabili alla stregua dei principi di imparzialità e di buon andamento di cui all’art. 97 Cost., visto che le Amministrazioni sono tenute a non tollerare che restino impunite condotte poste in essere dai dipendenti disciplinarmente valutabili, tanto che nel suddetto settore, diversamente da quel che accade nel lavoro privato, l’esercizio del potere disciplinare è obbligatorio e non facoltativo (vedi, per tutte: Cass. n. 8722/2017; Cass. n. 11160/2018; Cass. n. 27387/2018).

Proprio in considerazione di tali molteplici finalità, l’inerzia nell’avvio del procedimento disciplinare, derivante dall’ingiustificato mancato rispetto dei termini perentori imposti dal legislatore, comporta, per l’Amministrazione, la decadenza dall’azione disciplinare e per il dipendente, la decadenza dall’esercizio del diritto di difesa (art. 55-bis, comma 2, cit.).


Cass. n. 28928/2019

«I termini per lo svolgimento del procedimento disciplinare nel pubblico impiego, così come è per la distribuzione della competenza tra il responsabile della struttura e l’Ufficio per i procedimenti disciplinari, ai sensi dell’art. 55-bis d. lgs. 165/2001, si definiscono sulla base dei fatti quali indicati nell’atto di contestazione e delle sanzioni per essi astrattamente stabilite dallacontrattazione collettiva, che si individuano, qualora l’ipotesi rientri tra quelle espressamente enunciate dal C.C.N.L., nella misura massima edittale oppure, qualora si tratti di fatti di rilievo disciplinare non rientranti in tali specifiche ipotesi, sulla base della sanzione massima irrogabile”.

Da altro punto di vista e con riferimento all’omessa comunicazione della trasmissione degli atti all’U.P.D., pur prevista dalla legge, va confermato il principio per cui in materia di procedimento disciplinare nei confronti dei dipendenti delle P.A. i termini «endoprocedimentali hanno carattere ordinatorio ancorché debbano essere applicati nel rispetto dei principi di tempestività ed immediatezza, sicché l’inosservanza del termine previsto dall’art. 55, comma 4, del d.lgs. n. 165 del 2001 per la trasmissione degli atti all’ufficio designato per i procedimenti disciplinari ad opera del capo della struttura di appartenenza del dipendente, che ravvisi fatti non rientranti nella propria competenza (…), non determinano la decadenza dall’azione disciplinare» (Cass. 14 giugno 2016, n. 12213), se non allorquando risulti che ne venga in concreto pregiudicato il diritto di difesa (Cass., 10 agosto 2016, n. 16900).


Cass. n. 28741/2019

In materia di procedimento disciplinare nei confronti dei dipendenti delle P.A. i termini «endoprocedimentali hanno carattere ordinatorio ancorché debbano essere applicati nel rispetto dei principi di tempestività ed immediatezza, sicché l’inosservanza del termine previsto dall’art. 55, comma 4, del d.lgs. n. 165 del 2001 per la trasmissione degli atti all’ufficio designato per i procedimenti disciplinari ad opera del capo della struttura di appartenenza del dipendente, che ravvisi fatti non rientranti nella propria competenza (…), non determinano la decadenza dall’azione disciplinare» (Cass. 14 giugno 2016, n. 12213), se non allorquando risulti che ne venga in concreto pregiudicato il diritto di difesa (Cass., 10 agosto 2016, n. 16900).

In relazione al mancato rispetto del termine dilatorio tra contestazione e audizione personale, è stato detto e qui si riconferma che «in materia di procedimento disciplinare nel pubblico impiego contrattualizzato, l’art. 55 bis, comma 2, del d.lgs. n. 165 del 2001, prevede un termine, di carattere meramente endoprocedimentale, per la convocazione a difesa dell’incolpato, di dieci o, nel caso di provvedimenti più gravi, venti giorni, sicché la contrazione di esso può dare luogo nullità del procedimento, e della conseguente sanzione, solo ove sia dimostrato, dall’interessato, un pregiudizio al concreto esercizio del diritto di difesa» (Cass. 23 maggio 2019, n. 14069; Cass. 22 agosto 2016, n. 17245).


Cass. n. 16842/2019

L’inosservanza del c. 3 dell’art. 55 bis del d.lgs. n. 165 del 2001, che impone al dirigente della struttura amministrativa di trasmettere, entro cinque giorni dalla notizia del fatto, gli atti all’ufficio disciplinare non comporta, di per sé, l’illegittimità della sanzione inflitta.

E’ stato chiarito (16900/2016, 1781/2015) che la violazione del predetto termine assume rilievo solo allorché la trasmissione degli atti venga ritardata in misura tale da rendere eccessivamente difficile l’esercizio del diritto di difesa, evenienza questa non allegata dal ricorrente, o tardiva la contestazione dell’illecito, tardività da escludersi per quanto innanzi osservato (cfr. punto 4 di questa sentenza). 21. Il collegio intendere dare continuità, condividendoli, ai principi innanzi richiamati, ribaditi d questa Corte nella sentenza n. 22683 del 2018.


Cass. n. 14245/2019

Rispetto alla normativa antecedente alle modifiche introdotte dal d.lgs. 150/2009  è principio consolidato quello secondo cui, per quanto «con riferimento al procedimento disciplinare a carico dei pubblici dipendenti trova specifica applicazione, in generale, il requisito della tempestività della contestazione previsto dall’art. 55, comma quinto, del d.lgs. n. 165 del 2001», purtuttavia «con riguardo all’ipotesi del rilievo penale dei fatti addebitati, occorre precisare che, qualora sia intervenuta la sospensione cautelare del dipendente sottoposto a procedimento penale, ai fini della sussistenza del predetto requisito della tempestività, la definitiva contestazione può essere differita all’esito dello stesso procedimento penale» (Cass. 10 giugno 2016, n. 11985; Cass. 20 giugno 2014, n. 14103 e, a conferma della risalenza del principio, Cass. 28 settembre 2006, n. 21032).

Da tutto quanto precede deriva che la tempestività della contestazione non può essere misurata rispetto a questo o quel momento di conoscenza dei fatti storici ma, essendo tutto nato dal procedimento penale ed avendo la P.A. discrezionalmente dilazionato la contestazione, come poteva, sino all’esito del procedimento o processo penale, non ha senso interrogarsi sul momento in cui, nel corso dell’evolversi di quest’ultimo, si fosse avuta conoscenza più o meno certa e più o meno estesa della fondatezza dei comportamenti del dirigente rilevanti rispetto ai profili disciplinari del rapporto di lavoro.

L’obbligatorietà dell’azione disciplinare esclude che i comportamenti del datore di lavoro possano far sorgere un legittimo affidamento nella liceità della condotta, ove la stessa contrasti con precetti imposti dalla legge, dal codice di comportamento o dalla contrattazione collettiva.


Cass. n. 13026/2019

Ai fini della decorrenza dei termini perentori previsti dall’art. 55 bis per l’avvio e per la conclusione del procedimento disciplinare, assume rilievo esclusivamente il momento in cui l’acquisizione, da parte dell’ufficio competente regolarmente investito del procedimento, riguardi una «notizia di infrazione» di contenuto tale da consentire allo stesso di dare, in modo corretto, l’avvio al procedimento disciplinare, nelle sue tre fasi fondamentali della contestazione dell’addebito, dell’istruttoria e dell’adozione della sanzione (Cass. n. 7134/2017 e negli stessi termini Cass. n. 22075/2018, Cass. n. 21193/2018, Cass. n. 6989/2018).

Il «valore costituzionale di regole che assicurino il buon andamento della pubblica amministrazione (art. 97 Cost.) risulterebbe vulnerato da un’interpretazione che lasciasse nel vago il dies a quo del procedimento, rimettendolo – in ipotesi – anche a notizie informali o comunque pervenute ad uffici periferici di amministrazioni di grandi dimensioni.» ( Cass. n. 20733/2015 e Cass. n. 16900/2016).

Nell’impiego pubblico contrattualizzato, pertanto, la tempestività dell’iniziativa disciplinare va verificata sulla base delle regole imposte dal legislatore, sicché i principi affermati in relazione all’impiego privato possono essere estesi solo se ed in quanto compatibili con la normativa inderogabile di legge.

3.6. quest’ultima, come si è detto, attribuisce rilievo solo al momento in cui l’UPD e, prima ancora, il responsabile della struttura acquisiscono notizia dell’infrazione e ciò esclude ogni rilevanza della mera conoscibilità della condotta, conoscibilità che, lo si sottolinea per completezza, non rileva neppure nell’impiego privato in relazione al quale questa Corte ha affermato che «il lasso temporale tra i fatti e la contestazione, ai fini della valutazione dell’immediatezza del provvedimento espulsivo, deve decorrere dall’avvenuta conoscenza da parte del datore di lavoro della situazione contestata e non dall’astratta percettibilità o conoscibilità dei fatti stessi» ( Cass. n. 28974/2017 e Cass. n. 21546/2007).

Il rapporto alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche l’inerzia nella repressione del comportamento contrario ai doveri di ufficio può solo rilevare quale causa di decadenza dall’esercizio dell’azione, ove comporti il mancato rispetto dei termini perentori imposti dal legislatore, ma non può mai fare sorgere un legittimo affidamento nella liceità della condotta vietata, perché il principio dell’affidamento incolpevole presuppone che il potere del datore sia discrezionale, di modo che l’inerzia possa essere interpretata dal lavoratore subordinato come rinuncia all’esercizio del potere medesimo e come valutazione in termini di liceità della condotta.


Cass. n. 12160/2019

In tema di procedimento disciplinare nel rapporto di pubblico impiego contrattualizzato, ai sensi dell’art. 24 del c.c.n.l. del 22.1.2004 (normativa 2002 – 2005 economico 2002 – 2003) degli Enti Locali, la data di prima acquisizione della notizia dell’infrazione, dalla quale decorre il termine di venti giorni, entro il quale deve essere effettuata la contestazione disciplinare, coincide con quella in cui la notizia è pervenuta all’ufficio per i procedimenti disciplinari o, se anteriore, con la data in cui la notizia medesima è pervenuta al responsabile della struttura in cui il dipendente lavora, restando irrilevante la conoscenza non formalmente acquisita dal Responsabile della struttura e/o dall’Ufficio per i procedimenti disciplinari (così Cass. n. 1857/2016).

La conoscenza della notizia dei fatti disciplinarmente rilevanti, per essere correlata ad una serie di attività, da realizzarsi dall’organo competente nella sua istituzionale consistenza, postula un’attività di ufficializzazione della notizia dell’infrazione, anche attraverso un autonomo sistema di formale protocollazione, che è propria dell’Ufficio nel suo complesso, nella sua veste istituzionale, che prescinde dalle attività effettuate e/o ricevute dai singoli componenti dell’organo, sia esso individuale o collegiale.


Cass. n. 6555/2019

Il provvedimento di rinvio della audizione di cui all’art. 55 bis commi 2 e 4 del D.Lgs. n. 165 del 2001 ha natura di atto recettizio e in ragione di tale natura, ove l’ Amministrazione, pur avendo materialmente predisposto l’atto, non dia avvio alla procedura di comunicazione, non produce alcun effetto giuridico.

La violazione del termine e delle modalità per la convocazione a difesa disciplinati dall’art. 55 bis commi 2 e 4 del D.Lgs. n. 165 del 2001 può dare luogo alla nullità del procedimento e della conseguente sanzione disciplinare solo ove sia dimostrato, dall’interessato, un pregiudizio al concreto esercizio del diritto di difesa, e non di per sé sola.

Con riguardo al “nuovo differimento” della con vocazione del lavoratore, vietato dall’art. 55 bis del d.lgs. n. 165 de1 2001, alla convocazione deve attribuirsi la natura di atto recettizio, che si perfeziona una volta che sia pervenuto a conoscenza del destinatario.

La convocazione, pertanto, in ragione della sua natura, non può rimanere nella sfera interna del soggetto ma, per produrre effetti, deve essere portata a conoscenza del suo destinatario (Cass. 26825/2018).


Cass. n. 6552/2019

Con riguardo alla sanzione prevista dal quarto comma dell’art. 55 bis del D. Lgs. n.165 del 2001 per il mancato rispetto del termine per la contestazione disciplinare, essa opera solo in relazione ai termini imposti all’Ufficio competente per il procedimento disciplinare, per cui rileva la data di ricezione degli atti da parte di quest’ultimo, o, eventualmente, la notizia che abbia diversamente acquisito il medesimo ufficio, e non altri organi o articolazioni dell’ente, con la sola eccezione del responsabile della struttura di assegnazione del dipendente (vedi ex plurimis, Cass. n.16706/18, Cass. 9390/2017, Cass.n.18517/2016, Cass. n.19183/2016).

Non senza rimarcare che in conformità con il principio del giusto procedimento, come inteso dalla Corte Costituzionale (C. Cost. 310/2010), assume rilievo esclusivamente il momento in cui tale acquisizione, da parte dell’ufficio competente regolarmente investito del procedimento, riguardi una “notizia di infrazione” di contenuto tale da consentire allo stesso di dare, in modo corretto, l’avvio al procedimento disciplinare, nelle sue tre fasi fondamentali della contestazione dell’addebito, dell’istruttoria e dell’adozione della sanzione (cfr.Cass. 7134/2017 e negli stessi termini Cass. 25379/2017 e Cass. 6989/2018).


2018

Cass. n. 31482/2018

Ai fini della decorrenza del termine perentorio previsto per la conclusione del procedimento disciplinare dall’acquisizione della notizia dell’infrazione (ex art. 55-bis, comma 4, del d.lgs. n. 165 del 2001), in conformità con il principio del giusto procedimento, come inteso dalla Corte cost. (sentenza n. 310 del 2010), assume rilievo esclusivamente il momento in cui tale acquisizione, da parte dell’ufficio competente regolarmente investito del procedimento, riguardi una “notizia di infrazione” di contenuto tale da consentire allo stesso di dare, in modo corretto, l’avvio al procedimento disciplinare, nelle sue tre fasi fondamentali della contestazione dell’addebito, dell’istruttoria e dell’adozione della sanzione; ciò vale anche nell’ipotesi in cui il procedimento predetto abbia ad oggetto, in tutto o in parte, fatti sui quali è in corso un procedimento penale, per cui sarebbe ammessa la sospensione del primo, e che, comunque, ai fini disciplinari, vanno valutati in modo autonomo e possono portare anche al licenziamento del dipendente (Cass., n. 7134 del 2017) (conf. Cass. n. 11949/2019 – Cass. n. 6989/2018).

Ciò tenuto conto che la contestazione dell’addebito ha lo scopo di consentire al lavoratore incolpato l’immediata difesa e deve, conseguentemente, rivestire il carattere della specificità, senza l’osservanza di schemi prestabiliti e rigidi, purché siano fornite al lavoratore le indicazioni necessarie per individuare, nella sua materialità, il fatto o i fatti addebitati (Cass., n. 29240 del 2017).

La contestazione coincide con il momento in cui la Amministrazione datrice di lavoro esprime la propria valutazione in ordine alla rilevanza ed alla consistenza disciplinare della notizia e la consolida nell’atto di contestazione. Sulla scorta delle considerazioni svolte, deve affermarsi il seguente principio di diritto:

“In tema di procedimento disciplinare nel rapporto di pubblico impiego contrattualizzato, ai sensi dell’art. 55-bis, comma 4, d.lgs. n. 165 del 2001, ai fini della decadenza dall’azione disciplinare occorre avere riguardo alla data in cui l’amministrazione datrice di lavoro esprime la propria valutazione in ordine alla rilevanza e consistenza disciplinare della notizia dei fatti rilevanti disciplinarmente e la consolida nell’atto di contestazione, assumendo rilievo l’eventuale ritardo nella comunicazione solo allorché detto ritardo sia di entità tale da rendere eccessivamente difficile l’esercizio del diritto di difesa (Cass., n. 16900 del 2016)”.