Cass. n. 15464/2021

Come da questa Corte già precisato (v. Cass. 26 agosto 2016, n. 17373), applicando i medesimi principi già affermati con riferimento alla conclusione del procedimento disciplinare (v. Cass. 9 marzo 2009, n. 5637; Cass. 3 dicembre 2008, n. 28726), in ambito di riattivazione del procedimento disciplinare, tenuto conto della funzione che l’atto realizza, ai fini del rispetto del termine occorre avere riguardo alla data di adozione dello stesso. Detti principi, infatti, costituiscono applicazione della regola più generale secondo la quale “la decadenza è impedita dal compimento di un atto tipico entro un termine determinato: se l’atto ha carattere recettizio, la sua conoscenza (o conoscibilità) da parte del destinatario rileva, esclusivamente, ai fini della produzione degli effetti tipici dell’atto, a meno che essa non sia prevista, nella fonte che contempla la decadenza (legale, o negoziale, o provvedimentale), come elemento costitutivo della fattispecie impeditiva” (v. Cass., Sez. Un., 14 aprile 2010, n. 8830).

Quanto alla disciplina legale, nulla prevedono al riguardo gli artt. 55 bis e ter del d.lgs. n. 165 del 2001, introdotti dal d.lgs. n. 150 del 2009, successivamente modificati dal d.lgs. n. 75 del 2017 (si ricorda che, per il periodo precedente la modifica legislativa di cui al d.lgs. n. 150 del 2009, ai sensi dell’art. 74 del d.lgs. n. 29 del 1993, come sostituito dall’art. 38 del d.lgs. n. 546 del 1993, “a far data dalla stipulazione del primo contratto collettivo, ai pubblici dipendenti privatizzati non si applicano il d.P.R. 10 gennaio 1957, n. 3, da art. 100 a art. 123 e le disposizioni ad esso collegate” e che dalla stessa data “sono abrogate tutte le restanti disposizioni in materia di sanzioni disciplinari … incompatibili con le disposizioni del decreto n. 29 del 1993”, e così anche le norme della I. n. 19 del 1990, emanate in relazione al procedimento disciplinare previsto dal citato T.U. sul pubblico impiego, e che, ai sensi dell’art. 72, comma 1, del medesimo d.lgs. n. 29 del 1993 è stata statuita “l’inapplicabilità delle norme generali e speciali del pubblico impiego a seguito della stipulazione dei contratti collettivi in relazione ai soggetti ed alle materie in essi contemplati”, ed anche previsto, al comma 3, che a far data dalla stipulazione del primo contratto collettivo sono abrogate “tutte le restanti disposizioni in materia di sanzioni disciplinari per i pubblici impiegati incompatibili con le disposizioni del presente decreto” – v. Cass. 3 marzo 2010, n. 5105 che richiama Cass. 16 maggio 2003, n. 7704 -).

Quanto alla disciplina contrattuale (si vedano gli artt. 25 del c.c.n.l. Comparto Ministeri del 16 maggio 1995, 14 del c.c.n.l. del 12 giugno 2003, 27 c.c.n.l. del 14 settembre 2007), non vi è alcuna disposizione pattizia che preveda che la riattivazione del procedimento sia anche portata a conoscenza dell’interessato entro un termine di decadenza, per cui l’effetto impeditivo si produce con la formazione dell’atto che dà nuovo impulso alla azione disciplinare, a prescindere dalla sua successiva comunicazione.

Nel caso in esame il procedimento disciplinare era stato sospeso in attesa dell’esito di quello penale.

È stato ritenuto da questa Corte che tale sospensione costituisce facoltà discrezionale attribuita alla P.A. (così Cass. 5 aprile 2018, n. 8410; Cass. Cass. 13 maggio 2019, n. 12662; Cass. 12 marzo 2020, n. 7085), nell’interesse del buon andamento di essa ed in attuazione di un canone di prudenza, che di tale principio è espressione e che è insito nei parametri di complessità di accertamento o insufficienza degli elementi disponibili cui fa riferimento la norma.

Né si ritiene che il dipendente possa subire un pregiudizio dalla sospensione del procedimento disciplinare, in quanto egli si vede assicurato ex ante un accertamento più accurato effettuato dall’autorità giudiziaria, e quindi da un soggetto imparziale, con le garanzie che l’ordinamento riconosce sia all’imputato che al soggetto sottoposto ad indagini (v. Cass. 9 giugno 2016, n. 11868).

Se è vero che è la P.A., pur avendo sospeso il procedimento disciplinare non è tenuta a mantenere tale sospensione fino alla definizione del processo penale e, qualora sia venuta in possesso di elementi di valutazione ulteriori (ad es. degli atti delle indagini preliminari ovvero della sentenza di primo grado) può riattivare il procedimento e adottare il relativo provvedimento (si veda l’espressa previsione ora contenuta nella parte finale del primo comma dell’art. 55 ter del d.lgs. n. 165 del 2001, come novellato dal d.lgs. n. 75 del 2017, secondo cui l’azione disciplinare sospesa può essere riattivata anche prima del giudicato penale e, quanto alla valenza non innovativa ma meramente chiarificatrice di tale riforma, Cass. n. 12662/2019 cit.), tuttavia non vi è nessun obbligo in tal senso.


Cass. n. 11634/2021

Il primo motivo denuncia la violazione dei termini decadenziali di cui agli artt. 9 L. 19/1990 e 5 L. 97/2001, entro cui andava applicata la sanzione della destituzione con riferimento alla data di conoscenza della sentenza penale irrevocabile di proscioglimento per prescrizione, nonché rispetto alla data di avvio del procedimento disciplinare, in violazione altresì degli artt. 9 L. 19/1990, 92, 117 e 120 d.p.r. 3/1957, il tutto con riferimento all’ipotesi di cui all’art. 360 n. 3 c.p.c.

I primi termini di cui si assume la violazione sono quelli dell’art. 9 L. 19/1990 e dell’art. 5, co. 4, L. 97/2001.

Entrambe le norme stabiliscono un termine iniziale, a far data dalla comunicazione della sentenza «di condanna» in sede penale, per l’avvio (o la prosecuzione se già iniziato prima e poi sospeso) del procedimento disciplinare finalizzato all’irrogazione della sanzione espulsiva quale conseguenza della commissione di reati.

Questa Corte (Cass. 5 ottobre 2016, n. 19930) ha già stabilito, in difformità da quanto affermato dalla Corte territoriale, che i termini di decadenza di cui all’art. 5 cit. trovano applicazione a qualsiasi ipotesi di reato cui sia seguita sentenza definitiva di condanna e ciò sia per ragioni di ordine letterale (l’art. 5, co. 4, rinvia all’art. 3 della stessa legge ai soli fini dei soggetti interessati dalla sua disciplina e cioè chi sia «dipendente di amministrazioni o di enti pubblici ovvero di enti a prevalente partecipazione pubblica») sia per ragioni sistematiche (l’art. 5 non richiama in alcun modo gli specifici reati, che sono menzionati da una diversa norma di quella legge – art. 3 – per i soli specifici fini di cui al trasferimento d’ufficio ivi regolato), in una complessiva logica (Corte Costituzionale 24 giugno 2004, n. 186) di «maggiore rigore per garantire il corretto svolgimento dell’azione amministrativa».

Tuttavia, in disparte la questione sul rapporto tra l’art. 5, co. 4 L. 97/2001 e l’art. 9 L. 1/1990 (il fatto che le due norme regolino la medesima fattispecie pur stabilendo termini tra loro diversi sollecita in effetti un possibile problema di abrogazione della prima ad opera della seconda) ed in disparte altresì il fatto che anche la contrattazione collettiva ratione temporis avrebbe potuto stabilire termini diversi per la fattispecie di cui all’art. 5, co. 4 (v., sul tema, Cass. 1 luglio 2019, n. 17639 ed altre precedenti conformi), decisivo ed assorbente il rilievo per cui il riferimento alla sentenza di condanna ed a termini decadenziali consequenziali alla sua conoscenza non si presta in alcun modo ad essere esteso a sentenze diverse tra cui, come nel caso di specie, alla pronuncia di proscioglimento per prescrizione.

E’ infatti di assoluta evidenza che l’accertamento dei fatti quale consegue ad una sentenza di condanna penale definitiva rende il procedimento disciplinare di regola assai più semplice di quanto avviene a fronte di una pronuncia di proscioglimento o di assoluzione.

In presenza di una sentenza di condanna, la P.A. deve infatti procedere soltanto all’apprezzamento del rilievo disciplinare di una condotta già irrevocabilmente accertata in sede penale e con effetti vincolanti quanto alla sussistenza del fatto, alla sua illiceità penale ed all’affermazione che l’imputato lo ha commesso ai sensi dell”art. 653, co. 1-bis c.p.p., immediatamente applicabile, ai sensi dell’art. 10, co. 1, L. 97/2001, anche ai procedimenti disciplinari in corso e quindi certamente a quelli, come è nel caso di specie, in cui la contestazione è stata successiva all’ultimazione del processo penale.

In caso di assoluzione l’attività è diversa, dovendosi apprezzare se, nonostante gli effetti della pronuncia (art. 653, co. 1 c.p.p.), persistano profili di rilievo disciplinare e sicuramente più complessa è l’attività in caso di sentenza di proscioglimento per prescrizione, in quanto essa rende necessario un accertamento autonomo dei fatti.

In definitiva, per quanto la legislazione successiva (art. 55-ter, u.c., qui non applicabile ratione temporis) abbia unificato i termini rispetto a tutte le tipologie di pronuncia penale, l’autonomia delle diverse ipotesi non consente, anche per la portata decadenziale, l’applicazione alla sentenza di proscioglimento delle regole illo tempore (sull’inapplicabilità dell’art. 55-ter rispetto a procedimento disciplinare aperti prima dell’entrata in vigore dell’art. 90 d. Igs. 150/2009, v. Cass. 17 maggio 2017, n. 12358) dettate per la sola sentenza definitiva di condanna.

In definitiva resta confermato il principio per cui «per il periodo antecedente l’entrata in vigore del d.lgs. n. 150 del 2009, ai procedimenti disciplinari dei docenti della scuola pubblica – soggetti, ex art. 55, comma 10, del d.lgs. n. 165 del 2001, ad un regime particolare rispetto a quello stabilito per la generalità dei dipendenti di cui all’art. 2, comma 2, dello stesso d.lgs., basato sull’inapplicabilità delle norme del TU n. 3 del 1957, con la decorrenza stabilita dall’art. 72, comma 4, del d.lgs. n. 165 del 2001 – si applicano le disposizioni di cui agli artt. da 100 a 123 del d.P.R. n. 3 del 1957, richiamati attraverso il rinvio all’art. 507 del d.lgs. n. 297 del 1994, al quale fanno riferimento anche tutti i c.c.n.l. del Comparto Scuola nel periodo considerato, a partire da quello per il quadriennio 1994-1997; ne consegue che, nel periodo indicato, continua a trovare applicazione l’art. 120 del d.P.R. n. 3 del 1957, secondo cui il procedimento disciplinare si estingue quando siano decorsi novanta giorni dall’ultimo atto «senza che nessun ulteriore atto sia stato compiuto» (Cass. 30 novembre 2018, n. 31085), esattamente come ha concluso la Corte territoriale, senza che vi sia più questione sul rispetto del predetto termine “endoprocedimentale”.


Cass. n. 9313/2021

E’ vero che questa Corte ha affermato, pronunciandosi in tema di rapporti tra procedimento disciplinare e processo penale e con riferimento alla sospensione facoltativa del procedimento disciplinare anche nella fase delle indagini preliminari che con il termine ‘procedimento penale’ si intende l’insieme degli atti e delle attività, tra loro funzionalmente collegate per l’accertamento di una notitia criminis ed il conseguente giudizio. Il procedimento penale (visti gli artt. 330 e ss. cod. proc. pen. e in ispecie gli artt. 335 e 358 cod. proc. pen.) comprende, quindi, sia la fase pre- processuale (che inizia con la trasmissione della notitia criminis e l’iscrizione nel registro degli indagati ed è costituita dalle indagini preliminari), sia l’eventuale fase processuale, che si apre solo con l’esercizio dell’azione penale al momento della formulazione del capo di imputazione (v. Cass. 14 ottobre 2016, n. 20813; Cass. 26 agosto 2016, n. 17373).

Tuttavia, oltre ad evidenziarsi il diverso ambito in cui tale principio è stato espresso (essendosi, nel complesso, inteso evitare un conflitto tra provvedimento datoriale assunto in sede disciplinare e la sentenza emessa in sede penale e non certo individuare un dies a quo per l’esercizio dell’azione disciplinare), non può non sottolinearsi che ai fini di una contestazione disciplinare (perché è della tempestività di questa che si discute) è necessaria una notizia ‘circostanziata’ dell’illecito ovvero una conoscenza certa, da parte dei titolari dell’azione disciplinare, di tutti gli elementi costitutivi dello stesso.

È stato, infatti, ritenuto che, in tema di procedimento disciplinare, ai fini della decorrenza del termine per la contestazione dell’addebito, assume rilievo esclusivamente il momento in cui l’ufficio competente abbia acquisito una ‘notizia di infrazione’ di contenuto tale da consentire allo stesso di dare, in modo corretto, l’avvio al procedimento mediante la contestazione, la quale può essere ritenuta tardiva solo qualora la P.A. rimanga ingiustificatamente inerte, pur essendo in possesso degli elementi necessari per procedere, sicché il suddetto termine non può decorrere a fronte di una notizia che, per la sua genericità, non consenta la formulazione dell’incolpazione e richieda accertamenti di carattere preliminare volti ad acquisire i dati necessari per circostanziare l’addebito (v. Cass. 14 dicembre 2018, n. 32491; Cass. 27 agosto 2018, n. 21193; Cass. 25 giugno 2018, n. 16706; Cass. 20 marzo 2017, n. 7134).

Orbene le suddette caratteristiche non possono essere rinvenute esclusivamente nel contenuto, per quantox puntuale/ di una informazione di garanzia che, a termini dell’art. 369 cod. proc. pen., è atto che viene inviato dal pubblico ministero all’indagato quando deve essere compiuta una qualche attività cui il difensore ha diritto di assistere.

Si tratta, come è noto, di un atto che garantisce alla persona cui viene spedito la possibilità di essere assistita da un proprio difensore di fiducia con contestuale invito a esercitare la relativa facoltà.

Tale informazione di garanzia riporta, certo, le norme che si intendono violate, la data e il luogo di tali violazioni ed anche le generalità della parte offesa/denunciante (integrando le modalità esecutive, il contenuto e le finalità della condotta gli elementi minimi essenziali delle stesse ipotesi di reato indicate), tuttavia si tratta di un atto che prelude ad una attività successiva di indagine e, come nel caso di specie, non ne presuppone alcuna già svolta, diversa dall’acquisizione della notitia criminis attraverso la denuncia.

In sostanza se si rinvenissero nel menzionato atto quelle caratteristiche di compiutezza tali da comportare la formulazione di una contestazione disciplinare senza bisogno di altra attività di indagine (penale ovvero disciplinare), tale contestazione verrebbe a dipendere solo dalla denuncia di un determinato soggetto, in assenza del benché minimo riscontro in termini quantomeno di fumus di fondatezza della stessa.

D’altra parte, con la contestazione disciplinare il dipendente deve essere posto in grado di esercitare pienamente il diritto di difesa ed è evidente che la semplice denuncia non (ancora) supportata da altri elementi istruttori non è tale da consentire una completa ed autonoma valutazione in sede disciplinare né può consentire allo stesso incolpato un completo ed effettivo esercizio del diritto di difesa.

Non era perciò nel momento della ricezione da parte dell’UPD di tale informazione di garanzia che poteva essere individuato il dies a quo per la valutazione della tempestività dell’azione disciplinare.


Cass. n. 6221/2021

Questa Corte ha già affermato (Cass. n. 11948/2019, Cass. n. 21260/2018, Cass.n. 8410/2018, Cass. n. 5284/2017, Cass. n. 19183/2016, Cass. n. 758/2006) che la P.A. è libera di valutare autonomamente gli atti del processo penale e di ritenere che i medesimi forniscano, senza bisogno di ulteriori acquisizioni ed indagini, sufficienti elementi per la contestazione di illeciti disciplinari al proprio dipendente.

E’ stato osservato (Cass. 5284/2017) che l’onere che incombe sul datore di lavoro di provare la effettiva realizzazione, da parte del lavoratore, delle condotte oggetto di contestazione disciplinare, attiene non alla procedura disciplinare ma a quella della, eventuale, fase di impugnativa giudiziale del licenziamento da parte del lavoratore e che, ferma l’immutabilità della contestazione disciplinare, non è impedito al datore di lavoro di richiedere nel giudizio la acquisizione di prove che non siano emerse nel corso del procedimento disciplinare, integrando, ad esempio, la produzione documentale o richiedendo la escussione di testimoni le cui dichiarazioni non siano state acquisite già nel corso del procedimento stesso (Cass. 19183/2016).

Venuta meno, infatti, per effetto della disciplina contenuta nell’art. 55 ter del D.Lgs. n. 165 del 2001, la cosiddetta pregiudiziale penale e regolato per legge il possibile conflitto fra gli esiti dei procedimenti (art. 55 ter ultimo comma, artt. 653 e 654 c.p.p.), nulla impedisce alla P.A. di avvalersi, per dimostrare la fondatezza della contestazione disciplinare, degli atti del procedimento penale.


Cass. n. 3659/2021

In tema di rapporti tra procedimento penale e procedimento disciplinare, il giudicato penale non preclude, in sede disciplinare, una rinnovata valutazione dei fatti accertati dal giudice penale attesa la diversità dei presupposti delle rispettive responsabilità, fermo solo il limite dell’immutabilità dell’accertamento dei fatti nella loro materialità – e dunque, della ricostruzione dell’episodio posto a fondamento dell’incolpazione – operato nel giudizio penale (v. Cass., Sez. Un., 9 luglio 2015, n. 14344; Cass., Sez. Un., 24 novembre 2010, n. 23778; Cass., Sez. Un., 18 ottobre 2000, n. 1120).

Si ricorda, del resto, che in termini generali la sanzione disciplinare, è strettamente correlata al potere direttivo del datore di lavoro, inteso come potere di conformazione della prestazione alle esigenze organizzative dell’impresa o dell’ente, potere che comprende in sé quello di reagire alle condotte del lavoratore che integrano inadempimento contrattuale. La previsione della sanzione disciplinare non è posta a presidio di interessi primari della collettività, tutelabili erga omnes, né assolve alla funzione preventiva propria della pena, sicché l’interesse che attraverso la sanzione disciplinare si persegue, anche qualora i fatti commessi integrino illecito penale, è sempre quello del datore di lavoro al corretto adempimento delle obbligazioni che scaturiscono dal rapporto (v. in tal senso Cass. 26 ottobre 2017, n. 25485).

Diversi essendo i presupposti delle relative responsabilità ed i piani di operatività dei rispettivi giudizi, non è precluso al giudice civile di esaminare i medesimi accadimenti nell’ottica dell’illecito disciplinare, non sussistendo alcun vincolo rispetto alle valutazioni nella sentenza penale laddove le stesse esprimano determinazioni riconducibili a finalità del tutto distinte rispetto a quelle del giudizio disciplinare (v. in tal senso anche Cass., Sez. Un., 5 aprile 2012, n. 5448).

Così, nella specie, del tutto legittimamente la Corte territoriale ha ritenuto che l’assoluzione intervenuta nel giudizio penale non precludesse il vaglio dei medesimi fatti sotto il profilo disciplinare (fatti rimasti non pienamente accertati in sede penale e che ben potevano essere, come è avvenuto, rivalutati nella loro oggettività e così considerati oggetto di una vera e propria prassi).


2020

Cass. n. 17221/2020

Il motivo è infondato nella parte in cui assume che la sentenza penale di assoluzione avrebbe efficacia di giudicato nell’attuale giudizio disciplinare.

La norma applicabile è l’articolo 653 cod.proc.pen. (in luogo dell’articolo 654 cod.proc.pen. erroneamente richiamato in ricorso), disciplinante la efficacia della sentenza penale irrevocabile di assoluzione nel giudizio per responsabilità disciplinare davanti alle pubbliche autorità. A tenore della citata disposizione la efficacia di giudicato della sentenza penale di assoluzione sussiste soltanto quanto all’accertamento che il fatto non sussiste o non costituisce illecito penale ovvero che l’imputato non lo ha commesso.

Ne deriva che la formula assolutoria perché «il fatto non costituisce reato» (per difetto del relativo elemento psicologico), come nella specie adottata, non è vincolante nel giudizio disciplinare; torna, dunque, ad operare il generale principio della autonomia tra il giudizio penale ed il giudizio civile, correttamente applicato dal giudice del merito.


Cass. n. 10224/2020

L’art. 55-ter, comma 1, introdotto dal d.lgs. n. 150 cit., ed il principio di tendenziale autonomia del procedimento disciplinare da quello penale che esso esprime, rispondono evidentemente all’esigenza di evitare che la Pubblica Amministrazione sia costretta a lasciare impunite le violazioni disciplinari, per un tempo anche lungo e ciò in una logica che allontana la sanzione da uno spirito esclusivamente repressivo, ma ne manifesta viceversa la natura di strumento di efficienza nel governo del personale.

Al contempo va, peraltro, considerato come, nel pubblico impiego, sussista vincolo indissolubile, anche successivamente all’adozione del provvedimento sanzionatorio (art. 55-ter, commi 1 e 2, art. 653 cod. proc. pen.), rispetto al giudicato penale, sicché è naturale che a ciò si accompagni un sensibile grado di discrezionalità nel valutare se condurre a termine il procedimento disciplinare, pur a procedimento penale pendente, specialmente nei casi in cui, avendo la sanzione (sospensione/licenziamento) effetti sulla prestazione acquisibile medio tempore, maggiori siano anche i rischi di pregiudizio anche patrimoniale per il datore di lavoro.

D’altra parte, il dipendente non subisce pregiudizi dalla sospensione del procedimento disciplinare, in quanto egli si vede assicurato ex ante un accertamento più accurato, potendo, altresì, continuare a percepire medio tempore la retribuzione piena, fermo restando che egli ha interesse giuridicamente tutelato a reagire rispetto ai vizi del provvedimento, allorquando la sospensione sia disposta senza alcuna effettiva relazione fattuale rispetto alle circostanze oggetto del procedimento penale, derivandone in tal caso l’indebita violazione dei termini di conclusione del procedimento (art. 55-bis, comma 4, d.lgs. n. 165 del 2001).

Il quadro giuridico complessivo si definisce, dunque, nel senso che la possibilità di sospendere il procedimento disciplinare in presenza di fatti di maggiore gravità e nella ricorrenza di situazioni più complesse si denota come una facoltà della Pubblica Amministrazione, nell’interesse del buon andamento di essa ed in attuazione di un canone di prudenza, che di tale principio è espressione e che è insito nei parametri di complessità di accertamento o insufficienza degli elementi disponibili cui fa riferimento la norma.

Se la sospensione è una facoltà dell’operare della P.A., ne deriva anche la piena legittimità della scelta di riattivare il procedimento, dapprima sospeso, anche prima della definizione del processo penale con pronuncia irrevocabile.

Conclusione che del resto trova riscontro nel fatto che l’art. 55-ter, co. 1, fissa il momento ultimo («fino al termine») di durata della sospensione, ma non esclude la ripresa in un momento anteriore, mentre d’altra parte, ove taluni effetti siano da riconnettere soltanto all’irrevocabilità della pronuncia penale, ciò è stato dalla medesima disposizione espressamente stabilito nei successivi commi.

E non a caso, si osserva, il già citato d.lgs. n. 75 del 2017, n. 75, qui non applicabile ratione temporis, ha espressamente previsto che «il procedimento disciplinare sospeso può essere riattivato qualora l’amministrazione giunga in possesso di elementi nuovi, sufficienti per concludere il procedimento, ivi incluso un provvedimento giurisdizionale non definitivo», con modifica che non solo conferma le conclusioni qui assunte ma anche, facendo leva sulla discrezionalità, i principi su cui esse si sono basate (si veda, in termini, Cass. 13 maggio 2019, n. 12662).

Stante, poi, la previsione di cui all’art. 55, comma 1, del d.lgs. n. 165 del 2001 sopra ricordata, la regola generale dell’autonomia del processo penale e del procedimento disciplinare (della quale la possibilità disospensione e di riattivazione è indissolubile corollario) costituisce norma imperativa ai sensi e per gli effetti degli artt. 1339 e 1419 cod. civ., sicché non è derogabile ad opera della contrattazione collettiva (v. in tal senso Cass. 2 gennaio 2020, n. 6).


Cass. n. 7085/2020

Questa Corte (Cass. civ. sez. lav. 13 maggio 2019 nr. 12662) ha già affermato che la sospensione del procedimento disciplinare in pendenza del procedimento penale, di cui all’art. 55 ter, comma 1, del d.lgs. n. 165 del 2001, costituisce facoltà discrezionale attribuita alla PA, la quale, fermo il principio della tendenziale autonomia del procedimento disciplinare rispetto a quello penale, può esercitarla qualora, per la complessità degli accertamenti o per altre cause, non disponga di elementi necessari per la definizione del procedimento, essendo legittimata a riprendere il procedimento disciplinare senza attendere che quello penale venga definito con sentenza irrevocabile allorquando ritenga che gli elementi successivamente acquisiti consentano la decisione.

In tal senso il D.Lgs. 25 maggio 2017, n. 75, qui non applicabile ratione temporis, nell’aggiungere un ultimo periodo al suddetto comma uno, nel senso che «…il procedimento disciplinare sospeso può essere riattivato qualora l’amministrazione giunga in possesso di elementi nuovi, sufficienti per concludere il procedimento, ivi incluso un provvedimento giurisdizionale non definitivo» formalizza una regola già ricavabile dal sistema.


Cass. n. 6/2020

Nel pubblico impiego privatizzato l’articolo 55 ter del D.Igs 165/2001, introdotto dal D.Lgs. 27 ottobre 2009, n. 150, articolo 69— che ha previsto la regola generale della autonomia del processo penale e del procedimento disciplinare— si applica a tutti i fatti disciplinarmente rilevanti per i quali gli organi dell’amministrazione ai quali è demandata la competenza a promuovere l’azione disciplinare acquisiscono la notizia dell’infrazione a partire dal 16.11.2009, giorno successivo alla entrata in vigore della riforma (Cassazione civile sez. lav., 28/08/2018, n.21260; Cass. 12358/2017, 11985/2016).


2019

Cass. n. 17638/2019

L’interpretazione dell’art. 5 della legge n. 97/2001, si pone in contrasto con quella fornita con le sentenze n. 12358/2017 e n. 4429/2018, alla quale il Collegio intende dare continuità.

Le richiamate pronunce hanno evidenziato che il legislatore, nel dettare la disciplina dei rapporti tra procedimento penale e procedimento disciplinare per i dipendenti delle amministrazioni pubbliche, ha espresso, sì, la volontà di non riservare del tutto la regolamentazione alla fonte contrattuale collettiva, ma, sino all’emanazione del d.lgs. n. 150/2009, ha comunque legittimato quest’ultima ad intervenire sull’individuazione del termine entro il quale il procedimento disciplinare, ripreso dopo la sua sospensione, deve concludersi.

Si è precisato che il potere è venuto meno a seguito della modifica apportata all’art. 5 della legge n. 97/2001 dal citato d.lgs. n. 150/2009, che ha espunto dal testo della disposizione l’inciso «salvi diversi termini previsti dai contratti collettivi di lavoro», ma si è aggiunto che, in assenza di disciplina transitoria dettata dal legislatore del 2009, la nuova formulazione della norma resta circoscritta ai procedimenti avviati in relazione «ai fatti disciplinarmente rilevanti per i quali la notizia dell’infrazione risulti acquisita dagli organi dell’azione disciplinare dopo l’entrata in vigore della riforma, ossia dal 16 novembre 2009» (Cass. n. 11985/2016 richiamata da entrambe le pronunce sopra citate) e, quindi, è inapplicabile a quelli che al momento del nuovo intervento legislativo risultavano già avviati, seppure sospesi.

Infine la sentenza n. 4429/2018 ha ribadito la natura perentoria del termine entro il quale il procedimento deve essere necessariamente concluso, ponendosi in continuità con un orientamento già espresso da questa Corte, sia in ordine ai termini previsti dalla contrattazione collettiva sia in relazione a quelli fissati nella disciplina dei rapporti fra processo penale e procedimento disciplinare (si rimanda alla motivazione di Cass. n. 18128/2016 che, quanto ai termini di cui all’art. 5 della legge n. 97/2001 richiama Cass. n. 4917/2014).

“Ai procedimenti disciplinari, avviati e sospesi in data antecedente all’entrata in vigore del d.lgs. n. 150/2009 e riattivati in epoca successiva alla modifica dell’art. 5 della legge n. 97/2001, si applica il termine perentorio stabilito per la conclusione del procedimento dalla contrattazione collettiva di comparto. Il termine finale fissato dall’art. 14 del CCNL 19.4.2004, come modificato dal CCNL 10.4.2008, legittimamente previsto dalle parti collettive nell’esercizio del potere alle stesse conferito dall’art. 5 della legge n. 97/2001, è applicabile anche ai procedimenti disciplinari che l’amministrazione abbia avviato e sospeso a seguito della notizia della pendenza a carico del dipendente di un processo penale avente ad oggetto fatti di rilievo disciplinare» (n.d.r. fattispecie relativa all’interpretazione del CCNL Comparto Sanità – Personale non dirigenziale).


Cass. n. 12662/2019

In materia di impiego pubblico contrattualizzato, la sospensione del procedimento disciplinare in pendenza del procedimento penale, di cui all’art. 55-ter, comma 1, d. Igs. 165/2001, costituisce facoltà discrezionale attribuita alla Pubblica Amministrazione, che può esercitarla, fermo il principio della tendenziale autonomia del procedimento disciplinare rispetto a quello penale, qualora, per la complessità degli accertamenti o per altre cause, non disponga degli elementi necessari per la definizione del procedimento.

Ne consegue che il datore di lavoro pubblico, anche prima delle modifiche apportate dall’art. 14, comma 1, lettera a d. Igs. 75/2017, è legittimato a riprendere il procedimento disciplinare, senza attendere che quello penale venga definito con sentenza irrevocabile, allorquando ritenga, pur dopo avere disposto la sospensione, che gli elementi successivamente acquisiti consentano la decisione, derivandone altresì che il termine di decadenza per la ripresa del procedimento, di cui all’art. 55-ter, co. 4 d. Igs. 165/2011, va riferito solo al caso in cui la riattivazione sia successiva all’irrevocabilità della sentenza penale, mentre restano irrilevanti í termini entro cui il procedimento disciplinare sia ripreso (salva la conclusione entro il successivo termine di 180 giorni, o di 120 giorni, per i procedimenti cui si applichino le modifiche alla norma apportate dall’art. 14, comma 1 d. Igs. 75/2017) qualora ciò avvenga anteriormente al sopravvenire di tale pronuncia definitiva».


Cass. n. 9674/2019

Le norme della L. 7 febbraio 1990, n. 19, in quanto emanate in relazione al procedimento disciplinare previsto dal citato T.U. sul pubblico impiego, non sono più applicabili al procedimento disciplinare promosso nel quadro di un rapporto di pubblico impiego privatizzato, per effetto del disposto del d. Igs. n. 29 del 1993, art. 72, comma 1 che ha statuito “l’inapplicabilità delle norme generali e speciali del pubblico impiego a seguito della stipulazione dei contratti collettivi in relazione ai soggetti ed alle materie in essi contemplati”, nonché del disposto del comma 3 del medesimo articolo, che “abroga a far data dalla stipulazione del primo contratto collettivo tutte le restanti disposizioni in materia di sanzioni disciplinari per i pubblici impiegati incompatibili con le disposizioni del presente decreto” (Cass. 17373 2016, 5105/2010, 7704/2003).

L’art. 55 ter, che disciplina il rapporto tra il procedimento penale e quello disciplinare, non trova applicazione nella fattispecie dedotta in giudizio, che è disciplinata dall’art. 55 bis in quanto il procedimento disciplinare, che si è concluso con la sanzione espulsiva nei confronti del lavoratore, è stato promosso e proseguito all’esito della comunicazione della sentenza penale di condanna di quest’ultimo.

La circostanza che l’iniziativa disciplinare sia stata fondata sulla sentenza penale di condanna del lavoratore non è sufficiente per fare ritenere operativi i termini fissati nel c. 4 dell’art. 55 ter, perchè essi sono riferiti alle ipotesi in cui il procedimento disciplinare sospeso sia ripreso ovvero riaperto dopo la conclusione del procedimento penale.