Il ruolo di Responsabile prevenzione della corruzione e della trasparenza è distinto da quello di componente dell’Ufficio procedimento disciplinari.

Si tratta, infatti, di una figura che, così come rafforzata dal legislatore del 2016 (che ha esteso le figure organiche in grado di rivestire l’incarico di Responsabile anticorruzione dall’originario Segretario a quella del dirigente apicale, salva diversa motivata determinazione), opera in piena autonomia verso gli organi di indirizzo o di vertice nell’assolvere i propri compiti, inibendo qualsiasi intromissione nel corretto svolgimento degli stessi, difendendo la posizione rispetto ad eventuali pressioni esterne o richieste informative sugli esiti dell’attività e dei soggetti coinvolti.

La nuova disposizione (art. 41 del d.lgs. n. 97/2016 che ha apportato modifiche all’art. 1, comma 7, della I. n. 190/2012 ) certamente postula una alterità dei due uffici ma non indica espressamente una loro incompatibilità, anzi, nel rimarcare la necessaria differenza che esiste tra ufficio del Responsabile della prevenzione della corruzione e Ufficio dei procedimenti disciplinari, non sembra escludere la possibilità che il primo sia anche componente dell’UPD.

Si consideri, innanzitutto, che l’art. 41 del d.lgs. n. 97/2016 che ha apportato modifiche all’art. 1, comma 7, della I. n. 190/2012 innanzitutto unificando in capo ad un solo soggetto l’incarico di Responsabile prevenzione della corruzione e della trasparenza e rafforzandone il ruolo attraverso l’affidamento del compito di gestire, coordinare e vigilare sulle ‘misure’ di prevenzione del rischio corruttivo, con capacità proprie di intervento, e così prevedendo che negli enti locali “… il Responsabile della prevenzione della corruzione e della trasparenza segnala all’organo di indirizzo e all’organismo indipendente di valutazione le disfunzioni inerenti all’attuazione delle misure in materia di prevenzione della corruzione e di trasparenza e indica agli uffici competenti all’esercizio dell’azione disciplinare i nominativi dei dipendenti che non hanno attuato correttamente le misure in materia di prevenzione della corruzione e di trasparenza …”, ha distinto il ruolo di detto Responsabile da quello di componente dell’Ufficio procedimento disciplinari. Si tratta, infatti, di una figura che, così come rafforzata dal legislatore del 2016 (che ha esteso le figure organiche in grado di rivestire l’incarico di Responsabile anticorruzione dall’originario Segretario a quella del dirigente apicale, salva diversa motivata determinazione), opera in piena autonomia verso gli organi di indirizzo o di vertice nell’assolvere i propri compiti, inibendo qualsiasi intromissione nel corretto svolgimento degli stessi, difendendo la posizione rispetto ad eventuali pressioni esterne o richieste informative sugli esiti dell’attività e dei soggetti coinvolti.

Orbene, la nuova disposizione certamente postula una alterità dei due uffici ma non indica espressamente una loro incompatibilità, anzi, nel rimarcare la necessaria differenza che esiste tra ufficio del Responsabile della prevenzione della corruzione e Ufficio dei procedimenti disciplinari, non sembra escludere la possibilità che il primo sia anche componente dell’UPD.

Anche a voler ritenere che, per effetto delle nuove funzioni svolte da detto Responsabile, improntate alla collaborazione e all’interlocuzione con gli uffici, in uno con la preferenza accordata dal legislatore alla garanzia di autonomia di detta figura, la pur insussistente incompatibilità possa in concreto risolversi in un conflitto di interessi tra il soggetto segnalante (RPCT) e il soggetto che valuta le infrazioni disciplinari (UPD) – si pensi, ad esempio all’ipotesi in cui l’UPD sia un organo monocratico -, ciò va rapportato alle neointrodotte modifiche legislative, senza alcuna possibilità di una qualche efficacia retroattiva delle stesse.

D’altra parte, secondo l’orientamento già espresso da questa Corte in materia di composizione degli UPD, il principio di terzietà dell’ufficio dei procedimenti disciplinari ne postula la distinzione sul piano organizzativo con la struttura nella quale opera il dipendente, e non va confuso con la imparzialità dell’organo giudicante, che solo un soggetto terzo, rispetto al lavoratore ed alla P.A., potrebbe assicurare, laddove il giudizio disciplinare, sebbene connotato da plurime garanzie poste a difesa del dipendente, è comunque condotto dal datore di lavoro, ossia da una delle parti del rapporto.

Ne consegue che qualora il suddetto ufficio abbia composizione collegiale, e sia distinto dalla struttura nella quale opera il dipendente sottoposto a procedimento, la terzietà dell’organo non viene meno solo perché sia composto anche dal soggetto che ha effettuato la segnalazione disciplinare (Cass. 24 gennaio 2017, n. 1753; Cass. 28/06/2019, n. 17582).

Cass. n. 15239/2021