In presenza di un atto sottoscritto dal lavoratore, che il datore di lavoro assuma espressivo di una volontà abdicativa o transattiva dello stesso dipendente, il primo compito del giudice è quello di determinare il reale contenuto dell’atto, secondo le norme legali di ermeneutica contrattuale, in quanto applicabili ai negozi unilaterali, avendo in particolare presente che la generica dichiarazione di stile del lavoratore, di non aver altro a pretendere, è di per sé solo irrilevante, ove non sia accompagnata dalla indicazione dell’oggetto -che a pena di nullità deve essere determinato o determinabile della rinuncia.

Rientra nei poteri del giudice del merito, il cui esercizio non è sindacabile in sede di legittimità se congruamente motivato, lo stabilire, attraverso la corretta applicazione delle norme del codice civile sull’interpretazione della volontà negoziale, se una dichiarazione, sottoscritta da un lavoratore subordinato, di essere stato soddisfatto dal proprio datore di lavoro di ogni spettanza e di non avere più nulla da pretendere, integri o meno una rinuncia o transazione, soggetta al termine trimestrale d’impugnazione, di cui all’art 2113, secondo comma, cod. civ.).

In presenza di un atto sottoscritto dal lavoratore, che il datore di lavoro assuma espressivo di una volontà abdicativa o transattiva dello stesso dipendente, il primo compito del giudice è quello di determinare il reale contenuto dell’atto, secondo le norme legali di ermeneutica contrattuale, in quanto applicabili ai negozi unilaterali, avendo in particolare presente che la generica dichiarazione di stile del lavoratore, di non aver altro a pretendere, è di per sé solo irrilevante, ove non sia accompagnata dalla indicazione dell’oggetto -che a pena di nullità deve essere determinato o determinabile della rinuncia.

Soltanto dopo che l’intenzione abdicativa risulti, in esito a tale indagine, effettivamente manifestata, si pone l’ulteriore problema di esistenza e ritualità della sua impugnativa, agli effetti dell’art. 2113 cod. civ.. (Cass. lav. n. 7244 del 27/03/2014. Cfr. poi Cass. lav. n. 6615 del 30/07/1987: V. anche Cass. lav. n. 28448 del 7/11/2018, secondo cui alla dichiarazione con la quale il lavoratore rinuncia a qualsiasi ulteriore pretesa derivante dal pregresso rapporto di lavoro può essere riconosciuto valore di transazione solo ove l’accordo tra lavoratore e datore contenga lo scambio di reciproche concessioni, essenziale ad integrare il relativo schema negoziale).

Ed al riguardo Cass. lav. n. 4812 del 24/10/1978 affermava rientrante nei poteri del giudice del merito, il cui esercizio non è sindacabile in sede di legittimità se congruamente motivato, lo stabilire, attraverso la corretta applicazione delle norme del codice civile sull’interpretazione della volontà negoziale, se una dichiarazione, sottoscritta da un lavoratore subordinato, di essere stato soddisfatto dal proprio datore di lavoro di ogni spettanza e di non avere più nulla da pretendere, integri o meno una rinuncia o transazione, soggetta al termine d’impugnazione, di cui all’art 2113, secondo comma, cod. civ.).

Cass. n. 22213/2020