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Le ultime 10 sentenze

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Cass. n. 4891/2021 – Sulla sospensione cautelare nei confronti dei medici convenzionati

L'accordo collettivo di cui al DPR nr. 316/1990 non contiene alcuna previsione espressa che attribuisca alla amministrazione il potere di sospensione cautelare dei medici specialistici ambulatoriali titolari di convenzioni con le USL, in relazione alla proposizione di azioni disciplinari o penali nei loro confronti. Detta facoltà, tuttavia, deve essere riconosciuta alla amministrazione, tenuto conto dei poteri direttivi del committente nei rapporti di parasubordinazione, dei particolari rapporti di parasubordinazione intercorrenti tra le USL ed i medici convenzionati e della specifica disciplina degli articoli 17 e 18 del DPR nr. 316/1990, circa i poteri della amministrazione di organizzazione del lavoro e di emissione di direttive vincolanti per i medici titolari del rapporto. Nella disciplina dei rapporti con gli specialisti ambulatoriali la sospensione per motivi disciplinari — richiamata dall'articolo 38, comma 6, DPR nr. 316/1990— è quella prevista dall'articolo 16 del medesimo DPR; trattasi di provvedimento adottato dalla Commissione di disciplina in caso di infrazione da parte del medico degli obblighi o dei doveri di comportamento professionale derivanti dall'Accordo, all'esito di un procedimento para-disciplinare. Il DPR nr. 316/1990 non prevede, invece, l'istituto della sospensione cautelare; ad esso non sono riferibili le disposizioni dettate per la sospensione per motivi disciplinari, che, diversamente dalla sospensione cautelare, ha carattere di definitività e presuppone una affermazione di responsabilità per inadempimento del medico specialista, all'esito di una specifica procedura di verifica.

26 Febbraio 2021|

Cass. n. 4676/2021 – Sospensione attività – Forza maggiore – Minimale contributivo – Previsione CCNL

Il principio secondo cui, in presenza di una causa di forza maggiore non imputabile al datore di lavoro, che renda la prestazione lavorativa obiettivamente inutilizzabile nel processo produttivo dell'azienda, si determina una impossibilità temporanea delle contrapposte obbligazioni che, finché dura l'impedimento, libera il lavoratore dall'obbligo della prestazione ed il datore di lavoro dall'obbligo di corrispondere la retribuzione vale precisamente nell'ambito del sinallagma contrattuale individuale, ma non acquista rilevanza ai fini della determinazione dell'obbligazione contributiva se non in quanto vi sia una clausola del contratto collettivo di settore che attribuisca alla "forza maggiore" la qualità di causa di sospensione del rapporto di lavoro. Le parti, nell'esercizio della loro autonomia privata, disporre una regolamentazione differente degli effetti dell'impossibilità totale o parziale, di talché, se può ragionevolmente sostenersi che la disciplina degli artt. 1463 ss. c.c. ha senz'altro una funzione integrativa del contratto individuale, ex art. 1374 c.c., non può per contro presupporsi che essa debba necessariamente entrare a far parte del contenuto dei contratti collettivi ai quali l'art. 1, d.l. n. 338/1989, cit., rinvia per la determinazione dell'obbligazione contributiva, dal momento che il principio posto dall'art. 1339 c.c. è invocabile solo nell'ipotesi in cui si prospetti la sostituzione di clausole contrattuali difformi rispetto a norme imperative di legge e non invece ove si invochi l'integrazione di lacune della manifestazione della volontà negoziale (così da ult. Cass. n. 14083 del 2019). La forza maggiore non imputabile al datore di lavoro, pur potendo liberare il lavoratore dall'obbligo della prestazione ed il datore di lavoro dall'obbligo di corrispondere la retribuzione, non acquista rilevanza ai fini della determinazione dell'obbligazione contributiva se non in quanto vi sia una clausola del contratto collettivo di settore che attribuisca alla "forza maggiore" la qualità di causa di sospensione del rapporto di lavoro.

26 Febbraio 2021|

Cass. n. 4673/2021 – Obbligo di repechage – L’onere probatorio incombe sul datore

Esigere che sia il lavoratore licenziato a spiegare dove e come potrebbe essere ricollocato all'interno dell'azienda significa, se non invertire sostanzialmente l'onere della prova (che - invece - l'art. 5 legge n. 604 del 1966 pone inequivocabilmente a carico del datore di lavoro), quanto meno divaricare fra loro onere di allegazione e onere probatorio, nel senso di addossare il primo ad una delle parti in lite e il secondo all'altra, una scissione che non si rinviene in nessun altro caso nella giurisprudenza di legittimità. Invece, alla luce dei principi di diritto processuale, onere di allegazione e onere probatorio non possono che incombere sulla medesima parte, nel senso che chi ha l'onere di provare un fatto primario (costitutivo del diritto azionato o impeditivo, modificativo od estintivo dello stesso) ha altresì l'onere della relativa compiuta allegazione. n caso di licenziamento per giustificato motivo oggettivo per la soppressione del posto di lavoro cui era addetto il lavoratore, il datore di lavoro ha l'onere di provare non solo che al momento del licenziamento non sussisteva alcuna posizione di lavoro analoga a quella soppressa per l'espletamento di mansioni equivalenti, ma anche, in attuazione del principio di correttezza e buona fede, di aver prospettato al dipendente, senza ottenerne il consenso, la possibilità di un reimpiego in mansioni inferiori rientranti nel suo bagaglio professionale.

25 Febbraio 2021|

Cass. n. 4668/2021 – Indebito previdenziale ed assistenziale e regime di irripetibilità

Il regime dell'indebito previdenziale ed assistenziale presenta tratti eccentrici rispetto alla regola della ripetibilità propria del sistema civilistico e dell'art. 2033 c.c., in ragione dell' «affidamento dei pensionati nell'irripetibilità di trattamenti pensionistici indebitamente percepiti in buona fede» in cui le prestazioni pensionistiche, pur indebite, sono normalmente destinate «al soddisfacimento di bisogni alimentari propri e della famiglia. Non sussiste un'esigenza costituzionale che imponga per l'indebito previdenziale e per quello assistenziale un'identica disciplina, atteso che rientra nella discrezionalità del legislatore porre distinte discipline speciali adattandole alle caratteristiche dell'una o dell'altra prestazione.

25 Febbraio 2021|

G.M.O – Se il presupposto e’ manifestamente infondato la reintegra e’ obbligatoria

La Corte costituzionale, riunitasi in data 24.2.2021 oggi in camera di consiglio, ha esaminato la questione di legittimità sollevata dal Tribunale di Ravenna sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, come modificato dalla cosiddetta legge Fornero (n. 92 del 2012), là dove prevede la facoltà e non il dovere del giudice di reintegrare il lavoratore arbitrariamente licenziato in mancanza di giustificato motivo oggettivo. La Corte ha ritenuto che sia irragionevole – in caso di insussistenza del fatto - la disparità di trattamento tra il licenziamento economico e quello per giusta causa: in quest’ultima ipotesi è previsto l’obbligo della reintegra mentre nell’altra è lasciata alla discrezionalità del giudice la scelta tra la stessa reintegra e la corresponsione di un’indennità.

25 Febbraio 2021|

Cass. n. 4419/2021 – Professionista iscritto ad albo e iscrizione nella gestione separata

L'obbligatorietà dell'iscrizione presso la Gestione separata da parte di un professionista iscritto ad albo o elenco è collegata all'esercizio abituale, ancorché non esclusivo, di una professione che dia luogo ad un reddito non assoggettato a contribuzione da parte della cassa di riferimento; la produzione di un reddito superiore alla soglia di euro 5.000,00 costituisce invece il presupposto affinché anche un'attività di lavoro autonomo occasionale possa mettere capo all'iscrizione presso la medesima Gestione, restando invece normativamente irrilevante qualora ci si trovi in presenza di un'attività lavorativa svolta con i caratteri dell'abitualità. Una volta chiarito che il requisito dell'abitualità dev'essere accertato in punto di fatto, valorizzando all'uopo le presunzioni ricavabili ad es. dall'iscrizione all'albo, dall'accensione della partita IVA o dall'organizzazione materiale predisposta dal professionista a supporto della sua attività, la percezione da parte del libero professionista di un reddito annuo di importo inferiore a C 5.000,00 può semmai rilevare quale indizio - da ponderare adeguatamente con gli altri che siano stati acquisiti al processo - per escludere che, in concreto, l'attività sia stata svolta con carattere di abitualità. Fermo restando, ovviamente, che l'abitualità di cui si discute dev'essere apprezzata nella sua dimensione di scelta ex ante del libero professionista, coerentemente con la disciplina ch'è propria delle gestioni dei lavoratori autonomi, e non invece come conseguenza ex post desumibile dall'ammontare di reddito prodotto, dal momento che ciò equivarrebbe a tornare ad ancorare il requisito dell'iscrizione alla Gestione separata alla produzione di un reddito superiore alla soglia di cui all'art. 44, d.l. n. 269/2003, cit., che invece, come detto, rileva ai fini dell'assoggettamento a contribuzione di attività libero-professionali svolte in forma occasionale.

23 Febbraio 2021|

Cass. n. 4667/2021 – Ricorso da parte del giudice delle nozioni di fatto di comune esperienza

"Il ricorso, da parte del giudice, alle nozioni di fatto di comune esperienza, le quali riguardano fatti acquisiti alla conoscenza della collettività con tale grado di certezza da apparire indubitabili ed incontestabili, e non anche elementi valutativi che implicano cognizioni particolari ovvero nozioni che rientrano nella scienza privata del giudice, attiene all'esercizio di un potere discrezionale. Pertanto la violazione dell'art. 115, comma 2°, cod. proc. civ. può configurarsi solo quando il giudice ne abbia fatto positivamente uso e non anche ove non abbia ritenuto necessario avvalersene, venendo in tal caso la censura ad incidere su una valutazione di merito insindacabile in sede di legittimità"

23 Febbraio 2021|

Cass. n. 4411/2021 – Pubblico impiego – Sospensione cautelare dal servizio – Natura ed effetti

La sospensione cautelare, in quanto misura interinale, ha il carattere della provvisorietà e della rivedibilità, nel senso che solo al termine e secondo l'esito del procedimento disciplinare si potrà stabilire se la sospensione preventiva applicata resti giustificata e debba sfociare nella destituzione o nella sospensione disciplinare, ovvero debba venire caducata a tutti gli effetti. L'articolo 4 legge 97/2001 prevede una ipotesi di sospensione obbligatoria, come quella conseguente alla adozione di misure custodiali penali, non accompagnata, tuttavia, dalla impossibilità oggettiva ed assoluta del lavoratore a rendere la prestazione, come accade in ipotesi di sottoposizione a misura restrittiva della libertà personale. Questa ipotesi di sospensione costituisce misura cautelare di carattere interinale il cui esito è legato agli sbocchi del procedimento disciplinare, restando giustificata solo ove la sanzione inflitta sia di gravità pari o maggiore della sospensione applicata. Ove il procedimento disciplinare non venga attivato o la sanzione inflitta sia di minor gravità al dipendente è dovuta la restitutio in integrum in relazione al periodo di sospensione cautelare non legittimato dalla sanzione irrogata. L'onere della amministrazione di dare avvio al procedimento disciplinare sussiste a tal fine anche in ipotesi di cessazione medio tempore del rapporto di lavoro.

22 Febbraio 2021|

Cass. n. 4176/2021 – L’ azione di annullamento da incapacità naturale

Al fine dell'annullamento del negozio per "incapacità naturale", a norma dell'art. 428 c.c., non è necessaria l'incapacità totale ed assoluta del soggetto, ma è sufficiente che le sue facoltà intellettive o volitive risultino diminuite in modo da impedire od ostacolare una seria valutazione dell'atto e la formazione di una volontà cosciente. Perché si giunga alla pronunzia di invalidità del negozio per incapacità naturale, «non è necessaria la prova che il soggetto, al momento del compimento dell'atto», si trovasse in uno stato patologico «tale da far venir meno, in modo totale e assoluto, le facoltà psichiche, essendo sufficiente accertare che tali facoltà erano perturbate al punto da impedire al soggetto una seria valutazione del contenuto e degli effetti del negozio. La prova della incapacità naturale può essere data con ogni mezzo o in base ad indizi e presunzioni.

21 Febbraio 2021|

Cass. n. 3816/2021 – Mansioni aggiuntive/accessorie (dell’infermiere) e giusta retribuzione

Il parametro di riferimento per la stessa configurabilità in astratto di una "prestazione aggiuntiva" deve essere il sistema di classificazione dettato dalla contrattazione collettiva, giacché la mansione potrà essere considerata ulteriore rispetto a quelle che il datore di lavoro può legittimamente esigere ex art. 52 d.lgs. n. 165/2001 solo a condizione che la stessa esuli dal profilo professionale delineato in via generale dalle parti collettive. Il lavoratore il quale, nel rispetto della professionalità e della qualificazione contrattuale conseguite, sia, nel corso del rapporto, adibito dal datore di lavoro allo svolgimento di mansioni ulteriori rispetto a quelle originariamente assegnategli non può pretendere, in mancanza di disposizioni legislative o contrattuali in tal senso, la corresponsione di un doppio salario, per la duplicità di mansioni conglobate in un'unica prestazione lavorativa, configurandosi eventualmente, nella situazione anzidetta, soltanto un problema di adeguatezza e proporzionalità della retribuzione in relazione alla qualità e quantità della prestazione lavorativa complessivamente svolta. Perché il prestatore possa pretendere ex art. 36 cost. il pagamento della prestazione ritenuta aggiuntiva non è sufficiente la mera allegazione dello svolgimento di compiti ulteriori e di un criterio di calcolo per determinare il compenso di tale attività, ma è necessario fornire elementi tali che consentano di verificare la congruità del complessivo trattamento economico ricevuto rispetto al parametro di cui all'art. 36 Cost. (Cass. 3.6.2014 n. 12358). Infatti la Corte Costituzionale ha "reiteratamente chiarito che il giudizio sulla conformità di un trattamento all'art. 36 Cost. non può essere svolto per singoli istituti, né - può aggiungersi - giorno per giorno, ma occorre valutare l'insieme delle voci che compongono il trattamento complessivo del lavoratore in un arco temporale di una qualche significativa ampiezza. Dall'esame del mansionario degli infermieri professionali, già approvato con d.m. 225/1974, la cui abrogazione ad opera della legge n. 42/1999 non ne ha escluso le mansiono già di competenza, si evince che l'esecuzione di esami strumentali semplici non è estranea alla professionalità dell'infermiere specializzato: infatti, il richiamato decreto, che tra le attribuzioni degli infermieri professionali, ricomprendeva (art. 2) l'effettuazione degli esami di laboratorio più semplici, gli interventi di urgenza, il prelievo capillare e venoso del sangue, l'effettuazione di iniezioni ipodermiche, intramuscolari e tests allergodiagnostici.

19 Febbraio 2021|
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