Cass. n. 16753/2019

Ai fini della qualificabilità come rapporto di pubblico impiego di un rapporto di lavoro prestato alle dipendenze di un ente pubblico non economico, rileva che il dipendente risulti effettivamente inserito nella organizzazione pubblicistica ed adibito ad un servizio rientrante nei fini istituzionali dell’ente pubblico, non avendo, di contro, importanza l’assenza di un atto formale di nomina, né che si tratti di un rapporto a termine, e neppure che il rapporto sia affetto da nullità per violazione delle norme imperative che impongono che l’assunzione alle dipendenze della P.A. deve avvenire attraverso l’espletamento del concorso pubblico (Cass. nn. 7334/2018, 17101/2017, 10800/2016, 1639/2012, 12749/2008, 10551/2003) (n.d.r.: la Corte ha confermato la sentenza d merito secondo cui la disciplina specifica del rapporto degli esterni del SECIT non esclude la configurabilità di un rapporto di impiego pubblico, richiamando, in particolare, l’art. 18 c. 3 del D.P.R. n. 287 del 1992 nella parte in cui prevede la applicabilità agli esperti tributari esterni, indipendentemente dalla loro provenienza, delle disposizioni sullo stato giuridico degli impiegati dello Stato ed ha ritenuto irrilevante il fatto che l’incarico avesse durata predeterminata).


Cass. n. 15564/2019

Non è inquadrabile nell’ambito del rapporto di lavoro subordinato l’attività svolta dai medici iscritti alle scuole di specializzazione, la quale costituisce una particolare ipotesi di “contratto di formazione-lavoro”, oggetto di specifica disciplina, rispetto alla quale non può essere ravvisata una relazione sinallagmatica dì scambio tra l’attività suddetta e la remunerazione prevista dalla legge a favore degli specializzandi.


Cass. n. 3315/2019

Ai fini della qualificabilità come rapporto di pubblico impiego di un rapporto di lavoro prestato alle dipendenze di un ente pubblico non economico, rileva che il dipendente risulti effettivamente inserito nella organizzazione pubblicistica ed adibito ad un servizio rientrante nei fini istituzionali dell’ente pubblico, non rilevando in senso contrario l’assenza di un atto formale di nomina, né che si tratti di un rapporto a termine, e neppure che il rapporto sia affetto da nullità per violazione delle norme imperative sul divieto di nuove assunzioni” (Cass. 28161/2018, 17101/2017, 1639/2012, 12749/2008, 20009/2005).

E’ stato anche affermato che la sussistenza dell’elemento della subordinazione nell’ambito di un contratto di lavoro va correttamente individuata sulla base di una serie di indici sintomatici, comprovati dalle risultanze istruttorie, quali la collaborazione, la continuità della prestazione lavorativa e l’inserimento del lavoratore nell’organizzazione aziendale, da valutarsi criticamente e complessivamente, con un accertamento in fatto insindacabile in sede di legittimità (Cass. 28162/2018, 14434/2015).


Cass. n. 31648/2018

La stipulazione di un contratto di collaborazione coordinata e continuativa con una P.A., al di fuori del presupposti di legge, non può mai determinare la conversione del rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, potendo il lavoratore conseguire tutela nei limiti dell’art. 2126 cod. civ., qualora il contratto di collaborazione abbia la sostanza di rapporto di lavoro subordinato, con conseguente diritto anche alla ricostruzione della posizione contributiva previdenziale” (Cass. n.9591 del 2018, nonché Cass. n.3384 del 2017)

Il trattamento retributivo e previdenziale spettante al lavoratore, è quello proprio “di un rapporto di impiego pubblico regolare” (in motivazione Cass. n. 12749 del 2008) e, quindi, quello previsto ex art. 2 d.lgs. n.165del 2001 dal contratto collettivo di comparto.

La stipulazione di un contratto di collaborazione coordinata e continuativa con un’amministrazione pubblica, al di fuori dei presupposti di legge, non può mai determinare la conversione del rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, potendo il lavoratore conseguire tutela nei limiti di cui all’art. 2126 cod. civ., qualora il contratto di collaborazione abbia la sostanza di rapporto di lavoro subordinato, con conseguente diritto anche alla ricostruzione della posizione contributiva previdenziale (Cass. n.3384 del 2017).

La Pubblica amministrazione può ricorrere a rapporti di collaborazione solo per prestazioni di elevata professionalità, contraddistinte da un’elevata autonomia nel loro svolgimento, tali da caratterizzarle come prestazioni di lavoro autonomo, e nell’ipotesi in cui l’Amministrazione non sia in grado di far fronte a una particolare e temporanea esigenza con le risorse professionali presenti in quel momento al suo interno.


Cass. n. 28162/2018

Ai fini della  qualificabilità come rapporto di pubblico impiego di un rapporto di lavoro prestato alle dipendenze di un ente pubblico non economico, rileva che il dipendente risulti effettivamente inserito nella organizzazione pubblicistica ed adibito ad un servizio rientrante nei fini istituzionali dell’ente pubblico, non rilevando in senso contrario l’assenza di un atto formale di nomina, né che si tratti di un rapporto a termine, e neppure che il rapporto sia affetto da nullità per violazione delle norme imperative sul divieto di nuove assunzioni» (Cass. 3.7.2003 n. 10551 e negli stessi termini Cass. 17.10.2005 n. 20009; Cass. 20.5.2008 n. 12749; Cass. 3.2.2012 n. 1639; Cass. 11.7.2017 n. 17101) (Conf. Cass. n. 10951/2018 – Cass. n. 18/2019).

Parimenti consolidato è l’orientamento secondo cui «la sussistenza dell’elemento della subordinazione nell’ambito di un contratto di lavoro va correttamente individuata sulla base di una serie di indici sintomatici, comprovati dalle risultanze istruttorie, quali la collaborazione, la continuità della prestazione lavorativa e l’inserimento del lavoratore nell’organizzazione aziendale, da valutarsi criticamente e complessivamente, con un accertamento in fatto insindacabile in sede di legittimità » (Cass. nn. 6781, 6904, 6935, 7113, 7114, 7115, 7116, 7117, 7334, 7335, 7491, 9591, 9592 del 2018; Cass. 10.7.2015 n. 14434).

Il rapporto di lavoro subordinato instaurato da un ente pubblico non economico, affetto da nullità perché non assistito da regolare atto di nomina o addirittura vietato da norma imperativa, rientra nella sfera di applicazione dell’art. 2126 c.c., con conseguente diritto del lavoratore al trattamento retributivo per il tempo in cui il rapporto stesso ha avuto materiale esecuzione» ( Cass. 21.11.2016 n. 23645 e negli stessi termini Cass. 201.1.2016 n. 991; Cass. 20.5.2008 n. 12749) (conf. Cass. 7335/2018).

Le richiamate pronunce hanno evidenziato che l’art. 2126 cod. civ. ha applicazione generale e riguarda tutte le ipotesi di prestazione di lavoro alle dipendenze di una pubblica amministrazione, salvo il caso in cui l’attività svolta risulti illecita perché in contrasto con norme imperative attinenti all’ordine pubblico e poste a tutela di diritti fondamentali della persona.

Si è precisato anche che il trattamento retributivo e previdenziale spettante al lavoratore è quello proprio «di un rapporto di impiego pubblico regolare» (in motivazione Cass. n. 12749/2008) e, quindi, quello previsto ex art. 2 d.lgs. n. 165/2001 dal contratto collettivo di comparto, sicché i motivi risultano destituiti di fondamento lì dove assumono che il giudizio di adeguatezza e proporzionalità della retribuzione doveva essere espresso valutando il mancato superamento da parte dello Spatola di una regolare procedura concorsuale.


Cass. n. 10951/2018

Ai fini della qualificabilità come rapporto di pubblico impiego prestato alle dipendenze di un ente pubblico non economico, rileva che il dipendente risulti effettivamente inserito nella organizzazione pubblicistica ed adibito ad un servizio rientrante nei fini istituzionali dell’ente pubblico, non rilevando in senso contrario l’assenza di un atto formale di nomina, né che si tratti di un rapporto a termine, e neppure che il rapporto sia affetto da nullità per violazione delle norme imperative sul divieto di nuove assunzioni» (Cass. n. 10551/2003 e negli stessi termini Cass. 20009/2005; Cass. n. 12749/2008; Cass. n. 1639/2012) (conf. Cass. n. 7491/2018).

Infine si è precisato che anche la qualificazione normativa ha valore dirimente solo qualora le modalità di svolgimento non si siano in alcun modo discostate dalla previsione di legge, sicché la stessa non impedisce di dimostrare un rapporto di impiego di fatto instauratosi fra le parti, con conseguente applicabilità dell’art. 2106 cod. civ. ( Cass. n.17101/2017).

Dai richiamati principi discende che, ove per il rapporto, di fatto subordinato, sia stato previsto un termine finale, lo stesso dovrà essere sussunto nella fattispecie del lavoro subordinato a tempo determinato ( affetto da nullità se stipulato in assenza delle condizioni di legge), ai fini della necessaria conformazione del diritto interno a quello dell’Unione.

Al riguardo va rammentato che la direttiva 1999/70/CE, con la quale è stato recepito l’accordo quadro CES, UNICE e CEEP sul lavoro a tempo determinato, ha accolto un concetto ampio di lavoratore a tempo determinato (cfr. fra le più recenti Corte di Giustizia 13.3.2014, C-190/13), inteso come «una persona con un contratto o un rapporto di lavoro definiti direttamente fra il datore di lavoro e il lavoratore e il cui termine è determinato da condizioni oggettive, quali il raggiungimento di una certa data, il completamento di un compito specifico o il verificarsi di un evento specifico» e a detta definizione è sicuramente riconducibile ogni ipotesi di lavoro subordinato non a tempo indeterminato, con la sola eccezione delle tipologie contrattuali espressamente escluse dall’applicazione della direttiva

I principi sopra richiamati operano anche in relazione ai rapporti di lavoro instaurati dalle pubbliche amministrazioni nelle regioni a statuto speciale perché, da un lato, la potestà legislativa regionale deve essere esercitata nel rispetto dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario; dall’altro la legge statale, in tutti i casi in cui interviene a conformare gli istituti del rapporto di impiego attraverso norme che si impongono all’autonomia privata con il carattere dell’inderogabilità, costituisce un limite alla competenza regionale e va, quindi, applicata anche ai rapporti di impiego dei dipendenti delle regioni e degli enti locali. La giurisprudenza della Corte Costituzionale, infatti, è consolidata nell’affermare che detto limite è <<fondato sull’esigenza, connessa al principio costituzionale di eguaglianza, di garantire l’uniformità nel territorio nazionale delle regole fondamentali di diritto che disciplinano i rapporti fra privati» e, come tale, si impone anche alle Regioni a statuto speciale (sentenze n.215 del 2012; n. 95 del 2007; nn. 234 e 106 del 2005; n. 282 del 2004).


Cass. n. 6046/2018

La stipulazione di un contratto di collaborazione coordinata e continuativa con una P.A., al di fuori del presupposti di legge, è tutelata con l’applicazione dell’art. 2126 c.c..

Con l’art. 2126 c.c. il Legislatore ha, infatti, voluto affermare che la nullità o l’annullamento del contratto di lavoro non può pregiudicare la posizione del lavoratore, il quale vanta una serie di diritti connessi all’attività svolta, primo fra tutti quello a un’adeguata retribuzione e alla copertura previdenziale, in conformità ai principi sanciti dagli artt. 36 e 38 della Costituzione.

La disposizione trova applicazione anche nella ipotesi di nullità di rapporto di lavoro costituito in violazione delle disposizioni che regolano le assunzioni alle dipendenze delle Pubbliche Amministrazioni (Cass. SSUU 8519/2012, 26829/2009; Cass. 22669/2016, 22485/2016, 24120/2016, 7680/2014, 1639/2012, 12749/2008, 18276/2006,20009/2005, 10376/2001), in quanto gli obblighi retributivi e quelli previdenziali sono connessi con l’attività lavorativa prestata in via di fatto senza che rilevi che il rapporto sia nullo perchè instaurato in violazione delle norme che regolano le assunzioni alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni (Cass. SSUU 8519/2012; Cass. 13940/2017).

Consegue a quanto osservato che il danno subito dal lavoratore derivante dalla prestazione di lavoro in violazione di disposizioni imperative, risarcibile ai sensi dell’art. 36 c. 2 (nel testo applicabile “ratione temporis” antecedente alle modifiche apportate dall’art. 3 c. 79 della L. n. 244/2007), non coincide affatto con le retribuzioni e i correlati oneri contributivo previdenziali perchè questi sono dovuti, come innanzi osservato  in virtù del principio di corrispettività affermato dall’art. 2126 c.c. con riguardo alle prestazioni di lavoro svolte dovute durante il tempo di svolgimento in via di fatto del rapporto di lavoro (Cass.13940/2017).

Il danno al quale si riferisce l’art. 36 c. 2 del D. Lgs n. 165 del 2001 è evidentemente altro.

E’ innegabile che il lavoratore, che abbia reso una prestazione lavorativa in via di mero fatto a causa della illegittima qualificazione come autonomo di un rapporto che si è svolto, come nella fattispecie dedotta in giudizio, in regime di subordinazione, possa subire gli effetti pregiudizievoli che possono variamente configurarsi.

Se l’ evenienza ordinaria è la perdita di chance risarcibile come danno patrimoniale nella misura in cui l’illegittimo (soprattutto se prolungato) impiego in attività di lavoro subordinato a fronte di contratti prevedenti prestazioni di lavoro autonomo abbia fatto perdere al lavoratore altre occasioni di lavoro stabile, non può escludersi che una prolungata precarizzazione per anni possa aver inflitto al lavoratore un pregiudizio che va anche al di là della mera perdita di chance di un’occupazione migliore, e può riguardare, ad esempio, le spese sostenute in vista del futuro lavoro, le conseguenze psicologiche dipese dall’ingiusta condizione transitoria di assenza di occupazione e gli esborsi effettuati per intraprendere altre attività lavorative (Cass. 13940/2017, 26282/2007).

Deve, invece, escludersi che il danno possa coincidere con la perdita del posto di lavoro perchè l’accesso al pubblico impiego non può essere conseguenza, sia pur in chiave sanzionatoria, di una situazione di illegalità, costituita da una assunzione effettuata al di fuori del pubblico concorso.

E ciò perchè l’art. 36 c. 2 prima parte del D. Lgs. n. 165 del 2001 ha vietato alle Pubbliche Amministrazioni di costituire rapporti di lavoro a tempo indeterminato con le medesime pubbliche amministrazioni ove siano state violate le disposizioni imperative riguardanti l’assunzione o l’impiego di lavoratori.

Il divieto è conforme ai parametri della nostra Costituzione (Corte Costit. sentenza_ 89/2003, 190/2005, 205/2004, 34/2004; Ord. 206/2013) che all’art. 97 sancisce, per l’accesso agli impieghi pubblici, la regola del pubblico concorso, regola trasfusa nell’ art. 36, c. 7 e 8 del D. Lgs. n. 29 del 1993, come sostituiti prima dall’art. 17 del D. Lgs. n. 546 del 1993 e poi dall’art. 22 del D. Lgs n. 80 del 1998 e, quindi, nell’art. 35 del D. Lgs. n. 165 del 2001.

Non è senza rilievo il fatto che lo stesso art. 36, comma 5, cit. definisce il danno risarcibile come derivante dalla prestazione di lavoro in violazione di disposizioni imperative e non già come derivante dalla perdita di un posto di lavoro.