Cass. n. 21469/2019

Ai fini di ottenere l’applicazione dei benefici contributivi, qualora sia stata accertata la presenza di significativi elementi di permanenza della preesistente struttura aziendale, quali lavoratori ed oggetto sociale, è onere dell’azienda dare dimostrazione degli elementi di novità intervenuti nella struttura (cfr. al riguardo Cass. n. 12589 del 1999 e Cass. n. 8800 del 2001) e, si aggiunge, delle significative integrazioni apportate al complesso originario per consentire al complesso ceduto di svolgere autonomamente la propria funzione produttiva (v. da ultimo sul tema Cass. n. 9682 del 2016).

E’ stato puntualizzato (Cass. n. 14247 del 2012) che l’art. 8, comma 4, della legge n. 223 del 1991, esclude dai benefici contributivi coloro che sono “tenuti ai sensi del comma 1” ad assumere i lavoratori licenziati, ossia coloro che sono tenuti ad assumere in forza del diritto di precedenza nell’assunzione previsto dall’art. 15 della legge n. 264 del 1949 (a cui rinvia specificamente il comma 1 dell’art. 8 in esame). La disposizione fa riferimento alla “medesima azienda” che nell’arco di sei mesi dal licenziamento proceda a riassunzioni (il termine è stato ridotto da un anno a sei mesi ai sensi dell’art. 6, ultimo comma, del d.lgs. n. 297 del 2002).

Il tenore lessicale della disposizione normativa consente di ritenere che l’esclusione dei benefici contributivi non ha portata generale ma si riferisce specificamente a determinati soggetti tenuti a riassumere in forza del diritto di precedenza vantato dai lavoratori licenziati.

Il legislatore, nella sua discrezionalità, ha ritenuto di non incentivare questa evenienza, ritenendo incompatibile una sopravvenuta situazione di necessità di ampliamento del livello occupazionale con le ragioni che hanno legittimato l’avvio della procedura di mobilità e che hanno giustificano la contrazione del livello occupazionale con l’estromissione dei lavoratori eccedenti.

Ne consegue che l’impresa cessionaria dei beni aziendali dell’impresa cedente che ha proceduto ai licenziamenti può, in linea di massima, fruire dei benefici contributivi previsti dal comma 4 dell’art. 8 in esame, perché non appartiene al novero delle imprese tenute a riassumere ai sensi dell’art. 15 della legge n. 264 del 1949, non essendo la “medesima azienda” che ha proceduto ai licenziamenti.

Trattasi di conclusione coerente con le regole dettate in materia di trasferimento d’azienda.

Invero, il cessionario è obbligato all’assunzione solo dei lavoratori che sono in forza presso l’azienda ceduta prima del trasferimento, mentre non ha nessun obbligo nei confronti di coloro il cui rapporto con il cedente era già cessato anteriormente (Cass. n. 4598 del 2015, n. 2245 del 1995).

Medesimo approdo esegetico è stato adottato dalla Corte di giustizia europea (sentenza n. 478 del 2005 in causa C-578/2003).

Condivisibilmente è stato precisato che il beneficio non spetta se si tratta di operazione puramente fittizia, preordinata solo a fruire indebitamente delle agevolazioni contributive, per cui nel caso in cui la cessionaria non configuri una realtà produttiva nuova ed autentica bensì ricalchi sostanzialmente la stessa azienda che ha provveduto ai licenziamenti, la situazione ricade nella previsione del comma 1 dell’art. 8 (ossia nell’art. 15 della legge n. 264 del 1949) dovendosi ritenere l’impresa cessionaria la “medesima azienda”, tenuta all’assunzione dei lavoratori e, di conseguenza, esclusa – nell’arco dei sei mesi – dai benefici contributivi.