Cass. n. 15129/2021

Secondo un risalente principio di legittimità la cessione di ramo d’azienda è configurabile ove venga ceduto un complesso di beni che oggettivamente si presenti quale entità dotata di una propria autonomia organizzativa ed economica funzionalizzata allo svolgimento di un’attività volta alla produzione di beni o servizi (Cass. n. 17919 del 2002; Cass. n. 13068 del 2005; Cass. n. 22125 del 2006).

Detta nozione di trasferimento di ramo d’azienda è coerente con la disciplina in materia dell’Unione Europea (direttiva 12 marzo 2001, 2001/23/CE, che ha proceduto alla codificazione della direttiva 14 febbraio 1977, 77/187/CEE, come modificata dalla direttiva 29 giugno 1998, 98/50/CE) secondo cui “è considerato come trasferimento ai sensi della presente direttiva quello di un’entità economica che conserva la propria identità, intesa come un insieme di mezzi organizzati al fine di svolgere un’attività economica, sia essa essenziale o accessoria” (art. 1, n. 1, direttiva 2001/23).

La ratio della disciplina comunitaria è intesa ad assicurare la continuità dei rapporti di lavoro esistenti nell’ambito di un’attività economica indipendentemente dal cambiamento del proprietario e, quindi, è finalizzata a proteggere i lavoratori nella situazione in cui siffatto cambiamento abbia luogo (Corte di Giustizia, 7 febbraio 1985, C-186/83, Botzen e a., punto 6; Corte di Giustizia, 18 marzo 1986, C-24/85, Spijkers, punto 11); essa, infatti, riguarda il “ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri relative al mantenimento dei diritti dei lavoratori in caso di trasferimenti di imprese, di stabilimenti o di parti di imprese o di stabilimenti”, per cui non è direttamente incidente nelle ipotesi in cui non si controverta del “mantenimento dei diritti dei lavoratori trasferiti” presso la cessionaria, in difetto dei presupposti previsti dal diritto dell’Unione (cfr. Corte di Giustizia, 6 marzo 2014, C-458/12, Amatori e a., punti 35 e 37).

La Corte di Giustizia, cui compete il monopolio interpretativo del diritto comunitario vivente (ex plurimis: Cass. n. 19740 del 2008), ha ripetutamente individuato la nozione di entità economica come complesso organizzato di persone e di elementi che consenta l’esercizio di un’attività economica finalizzata al perseguimento di un determinato obbiettivo (cfr. Corte di Giustizia, 11 marzo 1997, C- 13/95, Siizen, punto 13; Corte di Giustizia, 20 novembre 2003, C- 340/2001, Abler, punto 30; Corte di Giustizia, 15 dicembre 2005, C- 232/04 e C-233/04, Guney-Gorres e Demir, punto 32) e sia sufficientemente strutturata ed autonoma (cfr. Corte di Giustizia, 10 dicembre 1998,Hernandez Vidal e a., C-127/96, C-229/96, C-74/97, punti 26 e 27; Corte di Giustizia,

13 settembre 2007, Jouini, C-458/05, punto 31; Corte di Giustizia, 6 settembre 2011, C-108/ 10, Scattolon, punto 60; Corte di Giustizia, 20 luglio 2017, Piscarreta Ricardo, C-416/16, punto 43; Corte di Giustizia, 13 giugno 2019, C-664/2017, Ellinika Nafpigeia AE, punto 60).

Anche nel testo modificato dall’art. 32 del d.lgs. n. 276 del 2003, questa Corte ha ribadito che, ai fini del trasferimento di ramo d’azienda previsto dall’art. 2112 c.c., rappresenta elemento costitutivo della cessione “l’autonomia funzionale del ramo ceduto, ovvero la capacità di questo, già al momento dello scorporo dal complesso cedente, di provvedere ad uno scopo produttivo con i propri mezzi funzionali ed organizzativi e quindi di svolgere – autonomamente dal cedente e senza integrazioni di rilievo da parte del cessionario – il servizio o la funzione cui risultava finalizzato nell’ambito dell’impresa cedente al momento della cessione” (sul tema v. diffusamente Cass. n. 11247 del 2016; di analogo tenore, assunte in decisione nella medesima udienza pubblica del 26 febbraio 2016, Cass. nn. 9682, 10243, 10352, 10540, 10541, 10542, 10730, 11248 del 2016; tra le successive conformi v.: Cass. n. 19034 del 2017; Cass. n. 28593 del 2018).

Si è inoltre sottolineato che il “fatto che la nuova disposizione abbia rimesso al cedente e al cessionario- di identificare l’articolazione che ne costituisce l’oggetto non significa che sia consentito di rimettere ai contraenti la qualificazione della porzione dell’azienda ceduta come ramo, così facendo dipendere dall’autonomia privata l’applicazione della speciale disciplina in questione, ma che all’esito della possibile frammentazione di un processo produttivo prima unitario, debbano essere definiti i contenuti e l’insieme dei mezzi oggetto del negozio traslativo, che realizzino nel loro insieme un complesso dotato di autonomia organizzativa e funzionale apprezzabile da un punto di vista oggettivo”; tanto in continuità con una tradizionale impostazione secondo cui non è consentita la creazione di una struttura produttiva ad hoc in occasione del trasferimento o come tale identificata dalle parti del negozio traslativo, essendo preclusa l’esternalizzazione come forma incontrollata di espulsione di frazioni non coordinate fra loro, di semplici reparti o uffici, di articolazioni non autonome, unificate soltanto dalla volontà dell’imprenditore e non dall’inerenza del rapporto ad un ramo di azienda già costituito (tra altre, Cass. n. 2429 del 2008; Cass. n. 21711 del 2012; Cass. n. 8757 del 2014; Cass. n. 19141 del 2015).

Negli arresti in-discorso non si è poi disconosciuta la legittimità di cessioni di rami aziendali “dematerializzati” o “leggeri” dell’impresa, nei quali il fattore personale sia preponderante rispetto ai beni, in conformità con principi, anche comunitari (Corte di Giustizia 11 marzo 1997, C-13/95, punto 18; Corte di Giustizia, 10 dicembre 1998, C- 127/96, C-229/96, C-74/97, Hemandez Vidal e a., punto 31; Corte di Giustizia, 20 gennaio 2011, C-463/09, CLECE, punto 36), che si sono affermati essenzialmente nel campo della successione negli appalti laddove sono i lavoratori ad invocare l’applicazione dell’art. 2112 c.c. per transitare nell’impresa subentrante, per i quali principi oggetto del trasferimento del ramo può essere anche un gruppo organizzato di dipendenti specificamente e stabilmente assegnati ad un compito comune, senza elementi materiali significativi (in precedenza, tra molte, v. Cass. n. 17207 del 2002; Cass. n. 206 del 2004; Cass. n. 20422 del 2012; Cass. n. 5678 del 2013; Cass. n. 21917 del 2013; Cass. n. 9957 del 2014); ma si è tuttavia confermato il compito del giudice del merito di verificare quando il gruppo di lavoratori trasferiti sia dotato “di un comune bagaglio di conoscenze, esperienze e capacità tecniche, tale che proprio in virtù di esso sia possibile fornire lo stesso servizio”, così “scongiurando operazioni di trasferimento che si traducano in una mera espulsione di personale, in quanto il ramo ceduto dev’essere dotato di effettive potenzialità commerciali che prescindano dalla struttura cedente dal quale viene estrapolato ed essere in grado di offrire sul mercato ad una platea indistinta di potenziali clienti quello specifico servizio per il quale è organizzato” (in termini Cass. n. 11247/2016 cit.; di recente anche Corte di Giustizia, 13 giugno 2019, C-664/2017, Ellinika Nafpigeia AE, punto 69, ha sottolineato come l’autonomia del ramo ceduto, dopo il trasferimento, non debba dipendere da scelte economiche effettuate “unilateralmente” da terzi, senza che vi siano garanzie sufficienti che le assicurino l’accesso ai fattori di produzione).

Nel complesso di pronunce assunte in decisione nel febbraio del 2016, l’elemento costitutivo rappresentato dall’autonomia funzionale del ramo d’azienda ceduto viene letto in reciproca integrazione con il requisito della preesistenza di esso, “nel senso che il ramo ceduto deve avere la capacità di svolgere autonomamente dal cedente e senza integrazioni di rilievo da parte del cessionario il servizio o la funzione cui esso risultava finalizzato già nell’ambito dell’impresa cedente anteriormente alla cessione”, perché l’indagine non deve “basarsi sull’organizzazione assunta dal cessionario successivamente alla cessione, eventualmente grazie alle integrazioni determinate da coevi o successivi contratti di appalto, ma all’organizzazione consentita già dalla frazione del preesistente complesso produttivo costituita dal ramo ceduto”.

A conforto si richiama anche la giurisprudenza della Corte di Giustizia, secondo cui l’impiego del termine “conservi” nell’art. 6, par. 1, commi 1 e 4 della direttiva, “implica che l’autonomia dell’entità ceduta deve, in ogni caso, preesistere al trasferimento”, (Corte di Giustizia, 6 marzo 2014, C-458/12, Amatori ed a., punto 34).

Anche dopo le modifiche introdotte dall’art. 32 del d. Igs. n. 276 del 2003, con l’insieme delle decisioni citate si conferma, dunque, la necessità della preesistenza del ramo al fine di sussumere la vicenda circolatoria nell’alveo dell’art. 2112 c.c.; principio già presente nella giurisprudenza di questa Corte (Cass. n. 19842 del 2003; Cass. n. 8017 del 2006; Cass. n. 2489 del 2008; Cass. n. 8757 del 2014) – pure sul rilievo che la conservazione dell’identità dell’entità ceduta di matrice comunitaria (da ultimo v. Corte di Giustizia, 13 giugno 2019, C-664/2017, Ellinika Nafpigeia AE, punti 61, 62 e 63) postula che possa conservarsi solo qualcosa che già esista – e costantemente ribadito sino ai giorni nostri con innumerevoli sentenze (tra le più recenti v. Cass. n. 30667 del 2019; Cass. n. 6649 del 2020; Cass. n. 18954 del 2020; Cass. n. 20240 del 2020), tanto da assurgere oramai a principio consolidato del diritto vivente, dal quale, per evidenti ragioni dettate anche dall’esigenza di non recare vulnus all’eguaglianza dei cittadini innanzi alla legge, non si ravvisa ragione per discostarsi.

Infine occorre rammentare che è proprio la Corte di Giustizia dell’Unione europea a ribadire costantemente che, per determinare se siano soddisfatte o meno le condizioni per l’applicabilità della direttiva in materia di trasferimento d’impresa, occorre “prendere in considerazione il complesso delle circostanze di fatto che caratterizzano l’operazione di cui trattasi, fra le quali rientrano in particolare il tipo d’impresa o di stabilimento in questione, la cessione o meno degli elementi materiali, quali gli edifici ed i beni mobili, il valore degli elementi materiali al momento del trasferimento, la riassunzione o meno della maggior parte del personale da parte del nuovo imprenditore, il trasferimento o meno della clientela, nonché il grado di analogia delle attività esercitate prima e dopo la cessione e la diírata di un’eventuale sospensione di tali attività”, ma “questi elementi, tuttavia, sono soltanto aspetti parziali di una valutazione complessiva cui si deve procedere e non possono, perciò, essere valutati isolatamente” (v. Corte di Giustizia, 9 settembre 2015, C-160/14, Joào Filipe Ferreira da Si/va e Brito e a., punto 26; Corte di Giustizia, 18 marzo 1986, C-24/85, Spijkers, punto 13; Corte di Giustizia, 19 maggio 2002, C-29/91, Redmond Stichting, punto 24; Corte di Giustizia, 11 marzo 1997, C-13/95, Súzen, punto 14; Corte di Giustizia, 20 novembre 2003, C-340/01, Abler e a., punto 33); si è altresì evidenziato che “l’importanza da attribuire rispettivamente ai singoli criteri varia necessariamente in funzione dell’attività esercitata, o addirittura in funzione dei metodi di produzione o di gestione utilizzati nell’impresa, nello stabilimento o nella parte di stabilimento di cui trattasi” (v. Corte di Giustizia, 11 marzo 1997, C-13/95, Siizen, punto 18; Corte di Giustizia, 10 dicembre 1998, C-127/96, C-229/96 e C-74/97, Hernéndez Vidal e a., punto 31; Corte di Giustizia, 10 dicembre 1998„ C-173/96 e C-247/96, Hidalgo e a., punto 31).


Cass. n. 10997/2021

Secondo un insegnamento consolidato nella giurisprudenza di legittimità, il trasferimento del rapporto si determina solo quando si perfeziona una fattispecie traslativa conforme al modello legale; diversamente, nel caso di invalidità della cessione (per mancanza dei requisiti richiesti dall’art. 2112 c.c.) e di inconfigurabilità di una cessione negoziale (per mancanza del consenso della parte ceduta quale elemento costitutivo della cessione), l’originario rapporto di lavoro con la cedente non si trasferisce e se ne instaura un altro in via di fatto con il destinatario della cessione e le vicende risolutive dello stesso non sono idonee ad incidere sull’altro rapporto lavorativo ancora in essere, rimasto in vita con il cedente (cfr. da ultimo Cass. 7/8/2019 n.21161 Cass. 28/2/2019 n. 5998).

Accanto al rapporto di lavoro quiescente con l’originaria impresa cedente, ripristinato de iure con la declaratoria giudiziale di invalidità del trasferimento, vi è una prestazione materialmente resa in favore del soggetto con il quale il lavoratore, illegittimamente trasferito con la cessione di ramò d’azienda, abbia instaurato un rapporto di lavoro in via di fatto.

Tale- distinto rapporto di lavoro, che non è la mera prosecuzione del precedente, è comunque produttivo di effetti giuridici e quindi di obblighi in capo al soggetto che in concreto utilizza la prestazione lavorativa del ceduto nell’ambito della propria organizzazione imprenditoriale.


Cass. n. 10870/2021

In tema di fusione per incorporazione, l’art. 504-bis c.c., nel testo modificato dal d.lgs. n. 6 del 2003, nel prevedere la prosecuzione dei rapporti giuridici, anche processuali, in capo al soggetto unificato quale centro unitario di imputazione di tutti i rapporti preesistenti, risolve la fusione in una vicenda evolutivo-modificativa dello stesso soggetto giuridico, che, pur in presenza di un nuovo assetto organizzativo, conserva la propria identità (vedi ex allls, Cass.Sez.U. 17/09/2010 n.19698, Cass. 16/5/2017 n. 12119, Cass. 10/12/2019 n. 32208) .

Ne consegue che a seguito della fusione si ha la prosecuzione dei rapporti giuridici nel soggetto unificato quale centro unitario dì imputazione dì tuttì ì rapporti precedenti (Cass 15/2/2013 n.3820).


Cass. n. 7364/2021

Secondo un risalente principio di legittimità la cessione di ramo d’azienda è configurabile ove venga ceduto un complesso di beni che oggettivamente si presenti quale entità dotata di una propria autonomia organizzativa ed economica funzionalizzata allo svolgimento di un’attività volta alla produzione di beni o servizi (Cass. n. 17919 del 2002; Cass. n. 13068 del 2005; Cass. n. 22125 del 2006).

Detta nozione di trasferimento di ramo d’azienda è coerente con la disciplina in materia dell’Unione Europea (direttiva 12 marzo 2001, 2001/23/CE, che ha proceduto alla codificazione della direttiva 14 febbraio 1977, 77/187/CEE, come modificata dalla direttiva 29 giugno 1998, 98/50/CE) secondo cui “è considerato come trasferimento ai sensi della presente direttiva quello di un’entità economica che conserva la propria identità, intesa come un insieme di mezzi organizzati al fine di svolgere un’attività economica, sia essa essenziale o accessoria” (art. 1, n. 1, direttiva 2001/23).

La ratio della disciplina comunitaria è intesa ad assicurare la continuità dei rapporti di lavoro esistenti nell’ambito di un’attività economica indipendentemente dal cambiamento del proprietario e, quindi, è finalizzata a proteggere i lavoratori nella situazione in cui siffatto cambiamento abbia luogo (Corte di Giustizia, 7 febbraio 1985, C-186/83, Botzen e a., punto 6; Corte di Giustizia, 18 marzo 1986, C-24/85, Spijkers, punto 11); essa, infatti, riguarda il “ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri relative al mantenimento dei diritti dei lavoratori in caso di trasferimenti di imprese, di stabilimenti o di parti di imprese o di stabilimenti”, per cui non è direttamente incidente nelle ipotesi in cui non si controverta del “mantenimento dei diritti dei lavoratori trasferiti” presso la cessionaria, in difetto dei presupposti previsti dal diritto dell’Unione (cfr. Corte di Giustizia, 6 marzo 2014, C-458/12, Amatori ed a., punti 35 e 37).

La Corte di Giustizia, cui compete il monopolio interpretativo del diritto comunitario vivente (ex plurimis: Cass. n. 19740 del 2008), ha ripetutamente individuato la nozione di entità economica come complesso organizzato di persone e di elementi che consenta l’esercizio di un’attività economica finalizzata al perseguimento di un determinato obbiettivo (cfr. Corte di Giustizia, 11 marzo 1997, C- 13/95, Súzen, punto 13; Corte di Giustizia, 20 novembre 2003, C- 340/2001, Abler, punto 30; Corte di Giustizia, 15 dicembre 2005; C- 232/04 e C-233/04, Guney-Gorres e Demir, punto 32) e sia sufficientemente strutturata ed autonoma (cfr. Corte di Giustizia, 10 dicembre 1998,Hemandez Vidal e a., C-127/96, C-229/96, C-74/97, punti 26 e 27; Corte di Giustizia, 13 settembre 2007, Jouini, C-458/05, punto 31; Corte di Giustizia, 6 settembre 2011, C-108/ 10, Scattolon, punto 60; Corte di Giustizia, 20 luglio 2017, C-416/16, Piscarreta Ricardo, punto 43; Corte di Giustizia, 13 giugno 2019, C-664/2017, Ellinika Nafpigeia AE, punto 60).

Anche nel testo modificato dall’art. 32 del d.lgs. n. 276 del 2003, questa Corte ha ribadito che, ai fini del trasferimento di ramo d’azienda previsto dall’art. 2112 c.c., rappresenta elemento costitutivo della cessione “l’autonomia funzionale del ramo ceduto, ovvero la capacità di questo, già al momento dello scorporo dal complesso cedente, di provvedere ad uno scopo produttivo con i propri mezzi funzionali ed organizzativi e quindi di svolgere – autonomamente dal cedente e senza integrazioni di rilievo da parte del cessionario – il servizio o la funzione cui risultava finalizzato nell’ambito dell’impresa cedente al momento della cessione” (sul tema v. diffusamente Cass. n. 11247 del 2016; di analogo tenore, assunte in decisione nella medesima udienza pubblica del 26 febbraio 2016, Cass. nn. 9682, 10243, 10352, 10540, 10541, 10542, 10730, 11248 del 2016; tra le successive conformi v.: Cass. n. 19034 del 2017; Cass. n. 28593 del 2018).

Tali pronunce sono significative anche nel caso che ci occupa perché hanno confermato la sentenza d’appello che aveva escluso l’operatività dell’art. 2112 c.c., nella sua formulazione successiva al 2003, tra l’altro, per “la mancata cessione dei programmi e dei sistemi informatici che venivano utilizzati dai dipendenti prima dello scorporo”, sancendo poi, nel principio di diritto enunciato in funzione nomofilattica, l’indipendenza “dal coevo contratto di fornitura di servizi che venga contestualmente stipulato tra le parti” (analogamente v. poi Cass. n. 1316 del 2017 e Cass. n. 19034 del 2017, in ipotesi di cessione di un call center in cui i programmi informatici erano rimasti nella proprietà esclusiva della cedente).

Si è inoltre sottolineato che il “fatto che la nuova disposizione abbia rimesso al cedente e al cessionario di identificare l’articolazione che ne costituisce l’oggetto non significa che sia consentito di rimettere ai contraenti la qualificazione della porzione dell’azienda ceduta come ramo, così facendo dipendere dall’autonomia privata l’applicazione della speciale disciplina in questione, ma che all’esito della possibile frammentazione di un processo produttivo prima unitario, debbano essere definiti i contenuti e l’insieme dei mezzi oggetto del negozio traslativo, che realizzino nel loro insieme un complesso dotato di autonomia organizzativa e funzionale apprezzabile da un punto di vista oggettivo”; tanto in continuità con una tradizionale impostazione secondo cui non è consentita la creazione di una struttura produttiva ad hoc in occasione del trasferimento o come tale identificata dalle parti del negozio traslativo, essendo preclusa l’esternalizzazione come forma incontrollata di espulsione di frazioni non coordinate fra loro, di semplici. reparti o uffici, di articolazioni non autonome, unificate soltanto dalla volontà dell’imprenditore e non dall’inerenza del rapporto ad un ramo di azienda già costituito (tra altre, Cass. n. 2429 del 2008; Cass. n. 21711 del 2012; Cass. n. 8757 del 2014; Cass. n. 19141 del 2015).

Negli arresti in discorso non si è poi disconosciuta la legittimità di cessioni di rami aziendali “dematerializzati” o “leggeri” dell’impresa, nei quali il fattore personale sia preponderante rispetto ai beni, in conformità con principi, anche comunitari (Corte di Giustizia 11 marzo 1997, Siizen, C-13/95, punto 18; Corte di Giustizia, 10 dicembre 1998, C-127/96, C-229/96, C-74/97, Hernandez Vidal e a., punto 31; Corte di Giustizia, 20 gennaio 2011, C-463/09, CLECE, punto 36), che si sono affermati essenzialmente nel campo della successione negli appalti laddove sono i lavoratori ad invocare l’applicazione dell’art. 2112 c.c. per transitare nell’impresa subentrante, per i quali principi oggetto del trasferimento del ramo può essere anche un gruppo organizzato di dipendenti specificamente e stabilmente assegnati ad un compito comune, senza elementi materiali significativi (in precedenza, tra molte, v. Cass. n. 17207 del 2002; Cass. n. 206 dél 2004; Cass. n. 20422 del 2012; Cass. n. 5678 del 2013; Cass. n. 21917 del 2013; Cass. n. 9957 del 2014); ma si è tuttavia confermato il compito del giudice del merito di verificare quando il gruppo di lavoratori trasferiti sia dotato “di un comune bagaglio di conoscenze, esperienze e capacità tecniche, tale che proprio in virtù di esso sia possibile fornire lo stesso servizio”, così “scongiurando operazioni di trasferimento che si traducano in una mera espulsione di personale, in quanto il ramo ceduto dev’essere dotato di effettive potenzialità commerciali che prescindano dalla struttura cedente dal quale viene estrapolato ed essere in grado di offrire sul mercato ad una platea indistinta di potenziali clienti quello specifico servizio per il quale è organizzato” (in.termini Cass. n. 11247/2016 cit.; di recente anche Corte di Giustizia, 13 giugno 2019, C-664/2017, Ellinika Nafpigeia AE, punto 69, ha sottolineato come l’autonomia del ramo ceduto, dopo il trasferimento, non debba dipendere da scelte economiche effettuate “unilateralmente” da terzi, senza che vi siano garanzie sufficienti che le assicurino l’accesso ai fattori di produzione).

Nel complesso di pronunce assunte in decisione nel febbraio del 2016, l’elemento costitutivo rappresentato dall’autonomia funzionale del ramo d’azienda ceduto viene letto in reciproca integrazione con il requisito della preesistenza di esso, “nel senso che il ramo ceduto deve avere la capacità di svolgere autonomamente dal cedente e senza integrazioni di rilievo da parte del cessionario il servizio o la funzione cui esso risultava finalizzato già nell’ambito dell’impresa cedente anteriormente alla cessione”, perché l’indagine non deve “basarsi sull’organizzazione assunta dal cessionario successivamente alla cessione, eventualmente grazie alle integrazioni determinate da coevi o successivi contratti di appalto, ma all’organizzazione consentita già dalla frazione del preesistente complesso produttivo costituita dal ramo ceduto”.

A conforto si richiama anche la giurisprudenza della Corte di Giustizia, secondo cui l’impiego del termine “conservi” nell’art. 6, par. 1, commi 1 e 4 della direttiva, “implica che l’autonomia dell’entità ceduta deve, in ogni caso, preesistere al trasferimento”, (Corte di Giustizia, 6 marzo 2014, C-458/12, Amatori ed a., punto 34).

Anche dopo le modifiche introdotte dall’art. 32 del d. Igs. n. 276 del 2003, con l’insieme delle decisioni citate si conferma, dunque, la necessità della preesistenza del ramo al fine di sussumere la vicenda circolatoria nell’alveo dell’art. 2112 c.c.; principio già presente nella giurisprudenza di questa Corte (Cass. n. 19842 del 2003; Cass. n. 8017 del 2006; Cass. n. 2489 del 2008; Cass. n. 8757 del 2014) – pure sul rilievo che la conservazione dell’identità dell’entità ceduta di matrice comunitaria (da ultimo v. Corte di Giustizia, 13 giugno 2019, C-664/2017, Ellinika Nafpigeia AE, punti 61, 62 e 63) postula che possa conservarsi solo qualcosa che già esista – e costantemente ribadito sino ai giorni nostri con innumerevoli sentenze (tra le più recenti v. Cass. n. 30667 del 2019; Cass. n. 6649 del 2020; Cass. n. 18954 del 2020; Cass. n. 20240 del 2020), tanto da assurgere oramai a principio consolidato del diritto vivente, dal quale, per evidenti ragioni dettate anche dall’esigenza di non recare vulnus all’eguaglianza dei cittadini innanzi alla legge, non si ravvisa ragione per discostarsi.

E’ proprio la Corte dell’Unione a ribadire costantemente che, per determinare se siano soddisfatte o meno le condizioni per l’applicabilità della direttiva in materia di trasferimento d’impresa, occorre “prendere in considerazione il complesso delle circostanze di fatto che caratterizzano l’operazione di cui trattasi, fra le quali rientrano in particolare il tipo d’impresa o di stabilimento in questione, la cessione o meno degli elementi materiali, quali gli edifici ed i beni mobili, il valore degli elementi materiali al momento del trasferimento, la riassunzione o meno della maggior parte del personale da parte del nuovo imprenditore, il trasferimento o meno della clientela, nonché il grado di analogia delle attività esercitate prima e dopo la cessione e la durata di un’eventuale sospensione di tali attività”, ma “questi elementi, tuttavia, sono soltanto aspetti parziali di una valutazione complessiva cui si deve procedere e non possono, perciò, essere valutati isolatamente” (v. Corte di Giustizia, 9 settembre 2015, C-160/14, Joào Filipe Ferreira da Si/v5 e Brito e altri, punto 26; Corte di Giustizia, 18 marzo 1986, C-24/85, Spijkers, punto 13; Corte di Giustizia, 19 maggio 2002, C-29/91, Redmond Stichting, punto 24; Corte di Giustizia, 11 marzo 1997, C-13/95, Súzen, punto 14; Corte di Giustizia, 20 novembre 2003, C-340/01, Abler e a., punto 33); si è altresì evidenziato che “l’importanza da attribuire rispettivamente ai singoli criteri varia necessariamente in funzione dell’attività esercitata, o addirittura in funzione dei metodi di produzione o di gestione utilizzati nell’impresa, nello stabilimento o nella parte di stabilimento di cui trattasi” (v. Corte di Giustizia, 11 marzo 1997, C-13/95, Súzen, punto 18; Corte di Giustizia, 10 dicembre 1998, C-127/96, C-229/96 e C-74/97, Hernàndez Vidal e a., punto 31; Corte di Giustizia, 10 dicembre 1998„ C-173/96 e C-247/96, Hidalgo e a.,punto 31).

E’ quanto in questa sede intende ribadirsi avuto riguardo al presente giudizio di legittimità ed ai suoi limiti – al cospetto di doglianze di parte che invocano una rivalutazione atomistica degli eventi storici – alla luce del mai superato insegnamento (Cass. SS.UU. n. 379 del 1999) secondo cui, allorquando ai fini di una certa qualificazione giuridica di un rapporto controverso occorre avvalersi di una serie di elementi fattuali sintomatici ai quali i giudici del merito hanno affidato la propria valutazione, ciò che deve negarsi è soltanto l’autonoma idoneità di ciascuno di questi elementi, considerato singolarmente, a fondare la riconduzione ad una certa qualificazione, non anche la possibilità che, in una valutazione globale dei medesimi, essi vengano assunti, come concordanti, gravi e precisi indici rivelatori di ciò che si intende dimostrare.

Sicché, quando gli elementi fattuali da valutare sono, in via sintomatica ed indiziaria, molteplici al fine di verificare l’autonomia funzionale del ramo d’azienda ceduto, trattandosi di una decisione che è il frutto di selezione e valutazione di una pluralità di circostanze, che – per dirla con la Corte di Giustizia – “sono soltanto aspetti parziali di una valutazione complessiva cui si deve procedere e non possono, perciò, essere valutati isolatamente”, chi ricorre, per ottenere la cassazione della sentenza impugnata, non può invocare una diversa combinazione di tali elementi oppure un diverso apprezzamento rispetto a ciascuno di essi, sollecitando questa Corte ad un controllo estraneo al sindacato di legittimità (sui limiti di tale sindacato in materia di ragionamento presuntivo, per tutte, v. Cass. n. 29781 del 2017 e la giurisprudenza ivi richiamata).


Cass. n. 6077/2021

Già con sentenza n.21711\12 si affermò che, in linea con la prevalente dottrina formatasi sul punto, in materia di trasferimento di parte (c.d. ramo) di azienda, tanto la normativa comunitaria (direttive CE nn. 98/50 e 2001/23) quanto la legislazione nazionale (art. 2112, comma quinto, cod. civ., sostituito dall’art. 32 del d.lgs. 10 settembre 2003, n. 276) perseguono il fine di evitare che il trasferimento si trasformi in semplice strumento di sostituzione del datore di lavoro (relativamente ad una pluralità di rapporti individuali) con altro sul quale i lavoratori possano riporre minore affidamento sul piano sia della solvibilità sia dell’attitudine a proseguire con continuità l’attività produttiva.

La citata direttiva del 1998 richiede, pertanto, che il ramo d’azienda oggetto del trasferimento costituisca un’entità economica con propria identità, intesa come insieme di mezzi organizzati per un’attività economica, essenziale o accessoria, e, analogamente, l’art. 2112, quinto comma, cod.civ. si riferisce alla “parte d’azienda, intesa come articolazione funzionalmente autonoma di un’attività economica organizzata”.

Deve, quindi, trattarsi di un’entità economica organizzata in modo stabile e non destinata all’esecuzione di una sola opera (cfr. Corte di Giustizia CE, sentenza 24 gennaio 2002, C-51/00), ovvero di un’organizzazione quale legame funzionale che renda le attività dei lavoratori interagenti e capaci di tradursi in beni o servizi determinati (Cass. 8 giugno 2009 n. 13171).

La Corte ha dunque aderito alla tesi che l’art. 32 del d.lgs n. 276\03 (emanato a seguito della legge delega n.30\2003 che prevedeva innanzitutto il “completo adeguamento della disciplina vigente alla normativa comunitaria”), vada innanzitutto interpretato alla luce di quest’ultima -che presuppone che l’oggetto del trasferimento costituisca un’entità economica con propria identità funzionalmente autonoma che resti conservata con il trasferimento (cfr. in particolare le direttive CE n. 98/50 e n.23\2001; quest’ultima stabilisce, all’ art. 1 lett.b: “è considerato come trasferimento ai sensi della presente direttiva quello di un’entità economica che conserva la propria identità, intesa come insieme di mezzi organizzati al fine di svolgere un’attività economica, sia essa essenziale o accessoria”).

Ne consegue che, nonostante talune difformi opinioni basate sul dato letterale dell’assenza, nelle Direttive comunitarie, del concetto di preesistenza (pur essendo previsto quello della conservazione dell’identità), l’entità economica trasferita deve in realtà ritenersi preesistente al trasferimento, non potendo conservarsi quel che non c’è (cfr. sul punto Cass. 13 ottobre 2009 n. 21697).

Il concetto di preesistenza deve quindi ritenersi necessariamente riferito ad una articolazione funzionalmente autonoma dell’azienda, posto che qualunque lavorazione aziendale, per poter essere ceduta, non potrebbe che preesistere al negozio traslativo, essendone il necessario oggetto contrattuale.

Tale conclusione risulta obbligata anche alla luce della legge delega n.30\2003, considerando che essa prevedeva la sussistenza del requisito dell’autonomia funzionale del ramo d’azienda al momento del suo trasferimento, dovendosi conseguentemente ritenere non consentito attribuire unicamente alle parti imprenditoriali di individuare a quali cessioni si applichi la fondamentale garanzia di cui all’art. 2112 c.c., risultando quindi erroneo sostenere che competa unicamente al datore di lavoro decidere sull’applicabilità di disposizioni inderogabili a garanzia dei lavoratori.

Resta dunque che quando oggetto di cessione non sia un complesso di beni e contratti funzionalmente coordinati all’esercizio almeno potenziale ad una attività di impresa, ma solo contratti di lavoro (con l’aggiunta eventuale di taluni beni strumentali non legati da un nesso organizzativo-funzionale), si è fuori dall’ipotesi di cui all’art. 2112 c.c., essendo invece applicabile l’art. 1406 c.c., che condiziona l’efficacia della cessione al consenso del contraente ceduto. Ed invero, seppure può oggi ritenersi che l’autonomia funzionale del ramo di azienda ceduto non coincida con la materialità dello stesso (quanto a strutture, beni strumentali ed attrezzature, etc.), ma possa consistere anche in un ramo “smaterializzato” o “leggero”, costituito in prevalenza da rapporti di lavoro organizzati in modo idoneo, anche potenzialmente (od al netto dei supporti generali sussistenti presso l’azienda cedente), allo svolgimento di un’attività economica, ciò non toglie che tale autonomia dell’entità ceduta debba essere obiettivamente apprezzabile, sia pur con possibili interventi integrativi imprenditoriali ad opera del cessionario, al fine di verificarne l’imprescindibile requisito comunitario della sua “conservazione”.

Non può ammettersi invece -alla luce dei principi comunitari, cfr. C.G.U.E. 24 gennaio 2002, causa C-51\00- che tale legame funzionale possa derivare (soggettivamente) solo dalla qualificazione fattane dal cedente e dal cessionario al momento del trasferimento, consentendo ai soggetti stipulanti il negozio traslativo (peraltro neppure portatori di superiori interessi pubblici o collettivi), la libera definizione della fattispecie cui la norma inderogabile si applica, e ciò in contrasto con la disciplina comunitaria in ordine all’inderogabilità dei diritti dei lavoratori in caso di trasferimento di azienda.

Ne consegue che il principio per cui per “ramo d’azienda”, ai sensi dell’art. 2112 cod. civ., come tale suscettibile di autonomo trasferimento riconducibile alla disciplina dettata per la cessione di azienda, deve intendersi ogni entità economica organizzata la quale, in occasione del tr asferimento, conservi la sua identità -come del resto previsto dalla prima parte dell’art. 32 del d.lgs n. 276\03- pur potendosi individuare, nel contratto di cessione, una porzione o frazione produttiva che precedentemente era strettamente legata ai supporti logistici e materiali presenti nell’azienda cedente.

Ciò presuppone comunque una preesistente entità produttiva funzionalmente autonoma (potendo conservarsi solo qualcosa che già esiste), e non anche una struttura produttiva creata “ad hoc” in occasione del trasferimento o come tale unicamente identificata dalle parti del negozio traslativo, essendo preclusa l’esternalizzazione come forma incontrollata di espulsione di frazioni non coordinate fra loro, di semplici reparti o uffici, di articolazioni non autonome, unificate soltanto dalla volontà dell’imprenditore (cfr. Cass. 9 ottobre 2009 n. 21481) e non dall’inerenza del rapporto ad una entità economica dotata di autonoma ed obiettiva funzionalità.

Ne consegue che può applicarsi la disciplina dettata dall’art. 2112 cod. civ. anche in caso di frazionamento e cessione di parte dello specifico settore aziendale destinato a fornire il supporto logistico, sia al ramo ceduto che all’attività della società cessionaria, purché esso presenti, all’interno della più ampia struttura aziendale oggetto della cessione, la propria organizzazione di beni e persone al fine della fornitura di particolari servizi per il conseguimento di obiettive finalità produttive, sicché i reciproci rapporti vengono trasferiti dai cedente al cessionario, ai sensi dell’art. 2112 cod. civ., senza necessità di un loro consenso (cfr. già Cass. 1°febbraio 2008 n. 2489; Cass. 17 marzo 2009 n. 6452; Cass. 13 ottobre 2009 n. 21697).

L’orientamento risulta ormai consolidai:o, cfr. da ultimo Cass. n.28593\18, secondo cui ai fini dell’applicazione dell’art, 2112 c.c., anche nel testo modificato dall’art. 32 del d.lgs. n. 276 del 2003, applicabile “ratione temporis”, costituisce elemento costitutivo della cessione l’autonomia funzionale del ramo ceduto, ovvero la sua capacità, già al momento dello scorporo dal complesso cedente, di provvedere ad uno scopo produttivo con i propri mezzi funzionali ed organizzativi e quindi di svolgere, autonomamente da parte del cedente e senza integrazioni di rilievo da parte del cessionario, il servizio o la funzione cui risultava finalizzato nell’ambito dell’impresa cedente.


Cass. n. 558/2021

La fusione di società mediante incorporazione, avvenuta – come nel caso di specie – prima della riforma del diritto societario di cui al D.Lgs. n. 6 del 2003 e dell’introduzione dell’art. 2504 bis cod.civ., realizza una situazione giuridica corrispondente a quella della successione universale e produce gli effetti, tra loro indipendenti, dell’estinzione della società incorporata e della contestuale sostituzione, nella titolarità dei rapporti giuridici attivi e passivi facenti capo a questa, della società incorporante, la quale assume la medesima posizione processuale della società estinta, con tutte le limitazioni e i divieti ad essa inerenti (Cass., Sez. U. n. 27183 del 2007; Cass. n. 5473 del 2012).


Cass. n. 438/2021

Ai fini dell’applicazione dell’art. 2112 c.c., anche nel testo modificato dall’art. 32 del d.lgs. n. 276 del 2003, applicabile “ratione temporis”, costituisce elemento costitutivo della cessione l’autonomia funzionale del ramo ceduto, ovvero la sua capacità, già al momento dello scorporo dal complesso cedente, di provvedere ad uno scopo produttivo con i propri mezzi funzionali ed organizzativi e quindi di svolgere, autonomamente dal cedente e senza integrazioni di rilievo da parte del cessionario, il servizio o la funzione cui risultava finalizzato nell’ambito dell’impresa cedente, situazione ravvisabile (quando non occorrano particolari mezzi patrimoniali per l’esercizio dell’attività economica) anche rispetto ad un complesso stabile organizzato di persone, addirittura in via esclusiva, purché dotate di particolari competenze e stabilmente coordinate ed organizzate tra loro, così da rendere le loro attività interagenti e idonee a tradursi in beni e servizi ben individuabili (cfr., tra le altre, Cass. 8.11.2018 n. 28593).


2020

Cass. n. 26158/2020

Sebbene nella novella del 2003 (D.Igs. n. 276 del 2003 art. 32) sia menzionata solo la fusione, ai fini lavoristici nella fattispecie dell’art. 2112 c.c. rientra certamente anche la scissione parziale tra due società che, comportando l’acquisizione da parte della nuova società di valori patrimoniali prima non esistenti nel suo patrimonio, senza che si determini l’estinzione della società scissa, dà luogo ad una successione a titolo particolare nel diritto controverso, con la conseguente facoltà, sotto il profilo processuale, del successore di spiegare intervento nel giudizio e di impugnare la sentenza eventualmente pronunciata nei confronti del dante causa (Cass n. 5874 del 2012) e, sotto il profilo della tutela lavoristica, con la responsabilità solidale di entrambe le società in ordine ai crediti vantati dai dipendenti ceduti (art. 2112 co. 2 cod. civ.).


Cass. n. 24917/2020

Alla nozione di trasferimento di azienda non osta la circostanza che il fenomeno traslativo riguardi  soltanto il personale perché la giurisprudenza comunitaria ha configurato come entità economica organizzata anche il “complesso organizzato di lavoratori subordinati specificamente adibiti all’espletamento di un compito comune”.

Tali statuizioni hanno ricevuto un recente avallo sempre dalla giurisprudenza euro-unitaria (da ultimo sent. 11.7.2018 nella causa C- 60/2017) che ha precisato che:

a) una entità economica può essere in grado, in determinati settori, di operare senza elementi patrimoniali materiali o immateriali significativi, di modo che la conservazione dell’identità di una unità di questo tipo al termine dell’operazione di cui essa è oggetto non può, per ipotesi, dipendere dalla cessione di tali elementi;

b) in determinati settori in cui l’attività si fonda essenzialmente sulla manodopera, un gruppo di lavoratori che assolva stabilmente un’attività comune può corrispondere ad un’entità economica che può conservare la sua identità anche dopo il suo trasferimento qualora il nuovo titolare non si limiti a proseguire l’attività stessa, ma riassuma anche una parte essenziale, in termini di numero e di competenza, del personale specificamente destinato dal predecessore in tali compiti; in siffatta ipotesi il nuovo imprenditore acquisisce infatti l’insieme organizzato di elementi che gli consentirà il proseguimento in forma stabile delle attività o di talune attività dell’impresa cedente (punto 34);

c) tale ipotesi di subentro tra imprese rientra nell’ambito di applicazione della direttiva 2001/23 concernente il riavvicinamento delle legislazioni degli Stati membri relative al mantenimento dei diritti dei lavoratori in caso di trasferimento di imprese, stabilimenti o di parti di stabilimento.

Non sussiste la violazione dell’art. 29 c. 3 del D.Igs. n. 276 del 2003 (che dispone che “l’acquisizione del personale già impiegato nell’appalto a seguito di subentro di un nuovo appaltatore, in forza di legge, di contratto collettivo nazionale di lavoro, o di clausola del contratto di appalto, non costituisce trasferimento di azienda o di parte di azienda” ed aggiunge che tale norma non costituisce violazione della direttiva n. 2001/23) perché, anche in ipotesi di successione nell’appalto di un servizio, se vi è un passaggio di una attività economica organizzata tale da rendere possibile lo svolgimento di una specifica impresa, può configurarsi un trasferimento di azienda dovendo, in tal caso, interpretarsi l’art. 29 D.Igs. n. 276 del 2003 non in contrasto con la citata direttiva.


Cass. n. 21595/2020

Il trasferimento di un pacchetto azionario di maggioranza di una società di capitale non integra gli estremi del trasferimento di azienda ai sensi dell’art. 2112 cc, in quanto non determina la sostituzione di un soggetto giuridico ad un altro nella titolarità dei rapporti pregressi, ma modifica solo gli assetti azionari interni sotto il profilo della loro titolarità, ferma restando la soggettività giuridica di ogni società anche se totalmente eterodiretta (Cass n. 6131 del 2013; Cass. n. 9251 del 2007).


Cass. n. 4883/2020

L’applicazione dell’art. 2112 c.c. non risulta preclusa dalla circostanza che il rapporto di lavoro in questione non sia, di fatto, operante al momento del trasferimento, rilevando che il rapporto con il cedente sia, o possa essere, in atto de iure anche se non de facto, per effetto di controversia giudiziaria anche successiva al trasferimento (Cass. n. 5909 del 1998; Cass. n. 8228 del 2003, Cass. n. 1220 del 2013).


2019

Cass. n. 32980/2019

A fini dell’applicazione dell’art. 2112 c.c. nel testo introdotto dal D.Lgs. 2 febbraio 2001, n. 18, art. 1- anche in quello modificato dall’art. 32 del d.lgs. n. 276 del 2003 – integra elemento costitutivo della cessione l’autonomia funzionale del ramo ceduto, ovvero la sua capacità, già al momento dello scorporo dal complesso cedente, di provvedere ad uno scopo produttivo con i propri mezzi funzionali ed organizzativi e quindi di svolgere, autonomamente dal cedente e senza integrazioni di rilievo da parte del cessionario, il servizio o la funzione cui risultava finalizzato nell’ambito dell’impresa cedente, situazione ravvisabile (quando non occorrano particolari mezzi patrimoniali per l’esercizio dell’attività economica) anche rispetto ad un complesso stabile organizzato di persone, addirittura in via esclusiva, purché dotate di particolari competenze e stabilmente coordinate ed organizzate tra loro, così da rendere le loro attività interagenti e idonee a tradursi in beni e servizi ben individuabili. (vedi ex plurimis, Cass.8/11/2018 n. 28593, Cass. 31/5/2016 n.11247).

Si è infatti sostenuto in tema (vedi Cass. 30/4/2014 n. 9461, Cass. 30/1/2013 n.2151) che oggetto di valido procedimento traslativo deve essere un’entità economica organizzata in modo stabile e non destinata all’esecuzione di una sola opera (cfr. Corte di Giustizia CE, sentenza 24 gennaio 2002, C-51/00), ovvero un’organizzazione quale, legame funzionale che renda le attività dei lavoratori interagenti e capaci di tradursi in beni o servizi determinati (Cass. 8/6/2009 n.13171) e possegga propria identità funzionalmente autonoma che resti conservata con il trasferimento, secondo quanto stabilito dujla direttiva CE n.98/50, nonchè dalla n.23/2001 secondo cui “è considerato come trasferimento ai sensi della presente direttiva quello di un’entità economica che conserva la propria identità, intesa come insieme di mezzi organizzati al fine di svolgere un’attività economica, sia essa essenziale o accessoria”( all’art. 1, lett. b).


Cass. n. 32701/2019

Ai sensi dell’art. 2112 cod. civ., nel testo risultante dalla modifica di cui all’art. 32 d. Igs 10/9/2003 n. 276,  l’entità economica trasferita, oltre che autonoma e idonea a svolgere un determinato servizio, deve essere organizzata in modo stabile e non costituire il prodotto di uno smembramento di frazioni non autosufficienti e non coordinate fra loro.

La richiamata disciplina è da ritenersi applicabile anche in caso di frazionamento e cessione di parte dello specifico settore aziendale destinato a fornire il supporto logistico sia al ramo ceduto che all’attività della società cessionaria, purché esso presentasse, all’interno della più ampia struttura aziendale oggetto della cessione, la propria organizzazione di beni e persone al fine della fornitura di particolari servizi per il conseguimento di obiettive finalità produttive.


Cass. n. 30667/2019

Il trasferimento deve riguardare «una entità economica che conserva la propria identità intesa come insieme di mezzi organizzati al fine di svolgere una attività economica, sia essa essenziale o accessoria (ex plurimis Corte di Giustizia, sentenza 24 gennaio 2002, C -51/00; sentenza 28 settembre 2015, C – 4587/12 e più recente 11 luglio 2018, C – 60/17, Cass. 26 luglio 2016 n. 15438; Cass. 28 aprile 2014 n. 9361)

Il principio (n.d.r. confermato nella sentenza di merito) è, poi, condivisibile anche in ordine all’ulteriore requisito della “preesistenza” che, pur dopo l’emendamento apportato all’art. 32 del D.Igs. n. 276/2003 al disposto dell’art. 2112 cc, la giurisprudenza di legittimità ha continuato, condivisibilmente, a ritenere indispensabile per la configurabilità del ramo aziendale unitamente al requisito dell’autonomia funzionale (cfr. ex aliis Cass. 24 gennaio 2018 n. 1769; Cass n. 15438/2016).

L’esistenza del trasferimento di azienda esclude, logicamente e giuridicamente, che nel caso in esame sia stata attuata “una forma incontrollata di espulsione di frazioni non coordinate tra loro, di semplici reparti ed uffici, di articolazioni non autonome, unificate soltanto dalla volontà dell’imprenditore (cfr. Cass. n. 11832 del 2014) ove il mutamento di parte datoriale si colloca in una prospettiva di elusione della norma (Cass n. 22627 del 2013): situazione questa caratterizzante la fattispecie della “esternalizzazione”.


Cass. n. 27913/2019

La nozione giuslavoristica di azienda, imperniata sul concetto di “organizzazione” piuttosto che sul complesso di beni di cui all’art.2555 c.c., ha agevolato la sussunzione nella fattispecie astratta ex art. 2112 c.c. anche in ipotesi di aziende “dematerializzate”, consistenti in un insieme di rapporti giuridici e/o contratti come nel caso delle attività labour intensive.

La giurisprudenza di legittimità da tempo ha anche ammesso che l’autonomia organizzativa dell’entità economica ceduta possa configurarsi anche in presenza di trasferimento di sola manodopera … potendosi concretizzare non solo attraverso la natura e le caratteristiche della concreta attività spiegata, ma anche in ragione di altri significativi elementi quali, ad esempio, la direzione e l’organizzazione del personale, il suo specifico inquadramento, le peculiari modalità di articolazione del lavoro e i relativi metodi di gestione (vedi Cass.4/12/2002 n.17207), ovvero quando vi sia cessione di un ramo “dematerializzato” o “leggero” dell’impresa, o nel quale il fattore personale sia preponderante rispetto ai beni, quando il gruppo di lavoratori trasferiti sia dotato di un particolare know how, e cioè di un comune bagaglio di conoscenze, esperienze e capacità tecniche, tale che proprio in virtù di esso sia possibile fornire lostesso servizio (ex plurimis, vedi Cass. 8/5/2014 n.9957, Cass. 25/9/2013, n.21917).

In caso di successione di un imprenditore ad un altro in un appalto di servizi, non esiste un diritto dei lavoratori licenziati dall’appaltatore cessato al trasferimento automatico all’impresa subentrante, ma occorre accertare in concreto che vi sia stato un trasferimento di azienda, ai sensi dell’art. 2112 c.c., mediante il passaggio di beni di non trascurabile entità, nella loro funzione unitaria e strumentale all’attività di impresa, o almeno del “know how” o di altri caratteri idonei a conferire autonomia operativa ad un gruppo di dipendenti, altrimenti ostandovi il disposto dell’art.29, comma 3, del d.lgs. n. 276 del 2003, non in contrasto, sul punto, con la giurisprudenza eurounitaria che consente, ma non impone, di estendere l’ambito di protezione dei lavoratori di cui alla Dir. n. 2001/23/CEE ad ipotesi ulteriori rispetto a quella del trasferimento di azienda (vedi Cass. 6/12/2016 n.24972 cui adde, di recente, Cass. 18/3/2019 n.8922) (n.d.r.: la pronuncia ha affrontato una fattispecie antecedente alla riforma introdotta con L. n. 122/2016).

Nei richiamati approdi questa Corte (vedi in motivazione, Cass. cit. n.24972/2016) ha bene rimarcato che “se in un determinato appalto di servizi un imprenditore subentra ad un altro e nel contempo ne acquisisce il personale e i beni strumentali organizzati (cioè l’azienda), la fattispecie non può che essere disciplinata dall’art.2112 c.c. (pena un’ingiustificata aporia nell’ordinamento)”.

Conclusivamente, così come affermato in dottrina, posto che la circolazione delle entità economiche connesse alla successione negli appalti non si sottrae alla disciplina del trasferimento di impresa, le disposizioni di fonte collettiva e legale dedicate a tale fenomeno trovano applicazione in alternativa a tale disciplina e solo dove essa non si applichi; nonostante le due discipline tendano ad effetti talvolta convergenti, ciò non toglie che le stesse siano alternative, perché o vi è trasferimento d’azienda o di una sua parte ex art. 2112 c.c., e quindi prosecuzione ex lege del rapporto di lavoro, oppure c’è subentro nell’appalto con applicazione dello statuto speciale dettato da un insieme di norme di fonte collettiva e legale.


Cass. n. 21615/2019

In materia di trasferimento d’azienda, la disciplina dell’art. 2112 c.c. si applica ogni qualvolta, rimanendo immutata l’organizzazione aziendale, vi sia la sostituzione della persona del titolare del rapporto di lavoro e il suo subentro nella gestione del complesso dei beni ai fini dell’esercizio dell’impresa, indipendentemente dallo strumento tecnico giuridico adottato e dalla sussistenza di un vincolo contrattuale diretto tra cedente e cessionario (cfr., tra le più recenti, Cass. 23/10/2018 n. 26808).

E’ stato, inoltre, precisato che in caso di successione di un imprenditore ad un altro in un appalto di servizi, non esiste un diritto dei lavoratori licenziati dall’appaltatore cessato al trasferimento automatico all’impresa subentrante, ma occorre accertare in concreto che vi sia stato un trasferimento di azienda, ai sensi dell’art. 2112 c.c., mediante il passaggio di beni di non trascurabile entità, nella loro funzione unitaria e strumentale all’attività di impresa, o almeno del “know how” o di altri caratteri idonei a conferire autonomia operativa ad un gruppo di dipendenti, altrimenti ostandovi il disposto dell’art. 29, comma 3, del d.lgs. n. 276 del 2003, non in contrasto, sul punto, con la giurisprudenza eurounitaria che consente, ma non impone, di estendere l’ambito di protezione dei lavoratori di cui alla direttiva n. 2001/23/CE ad ipotesi ulteriori rispetto a quella del trasferimento di azienda (Cass. 23/10/2018 n. 26808; Cass. 06/12/2016 n. 24972).

Alla luce di tali principi si ritiene che la ricostruzione fattuale della vicenda operata dalla sentenza impugnata sia inidonea a sorreggere l’assunto della esistenza di un trasferimento di azienda e che, pertanto, il giudice di appello sia incorso in un difetto di sussunzione nel ricondurre la fattispecie accertata all’ipotesi dì cui all’art. 2112 cod. civ..

Occorre infatti premettere che le intrinseche caratteristiche del servizio “118”, come riconosce il medesimo giudice di appello, postulano quale elemento imprescindibile dell’organizzazione aziendale l’utilizzo delle ambulanze.

Secondo quanto ricostruito dalla sentenza impugnata la società subentrante era stata autorizzata a rivolgersi al mercato per il reperimento di tali mezzi ed a tal fine aveva stipulato un contratto di leasing.

L’approvvigionamento di tali fondamentali strumenti di espletamento del servizio mediante la stipula dì un autonomo contratto di leasing dopo “un informale sondaggio di mercato” costituisce elemento che di per sé solo vale a spezzare ogni continuità con il complesso organizzato dalla Società in precedenza titolare del servizio.


Cass. n. 14246/2019

In base ad una lettura dell’art. 2112 cod.civ. conforme alla Direttiva n. 77/187 e all’interpretazione datane dalla Corte di Giustizia (cfr. sentenze 25 gennaio 2001, C – 172/99; 26 settembre 2000, C – 175/99; 20 novembre 2003, C – 340/01), questo è applicabile anche ove il trasferimento dell’azienda non deriva da un contratto tra cedente e cessionario ma era riconducibile ad un atto autoritativo della pubblica amministrazione. cfr. Cass.06/06/2014 n. 12812, 15/10/2010 n. 21278, 10/03/2009 n. 5708).

Proprio in riferimento all’attività di trasporto di persone su autobus assegnata da un ente di diritto pubblico a diversi operatori, la Corte di Giustizia ha ribadito l’applicabilità della Direttiva n. 77/187 (oggi direttiva n. 2001/23/CE) in assenza di rapporti contrattuali diretti tra il cedente e il cessionario “atteso che la cessione può essere effettuata anche in due fasi per effetto dell’intermediazione di un terzo, quale il proprietario o il locatore” e, quindi, “in assenza di un vincolo contrattuale diretto tra due imprese cui un ente di diritto pubblico abbia affidato successivamente, in esito al procedimento di assegnazione di un appalto pubblico di servizi conformemente alla direttiva 92/50, un servizio di trasporto pubblico non marittimo, come l’esercizio di linee locali regolari di autobus” (cfr. sentenza C. – 172/99, punti 29-30).

La statuizione, ricavabile dalla giurisprudenza della Corte di Giustizia, di applicabilità della direttiva citata anche ai trasferimenti d’azienda che avvengano in due fasi per effetto dell’intermediazione di un terzo, diverso da cedente e cessionario, oppure attraverso successivi procedimenti di assegnazione di un appalto pubblico di servizi, introduce logicamente la possibilità di soluzioni di continuità anche temporale e questa Corte ha già riconosciuto come “la giurisprudenza comunitaria ammette che possa esservi un periodo di sospensione tra l’attività del primo e del successivo imprenditore, dovendosi semmai valutarsi l’entità del medesimo”, (Cass. n. 21278 del 2010 cit.).

Tale lettura è coerente con l’individuazione, come criterio decisivo per stabilire se si configuri un trasferimento ai sensi della Direttiva, la circostanza che l’entità economica, indipendentemente dal mutamento del titolare, conservi la propria identità, il che risulta in particolare dal fatto che la sua gestione sia stata effettivamente proseguita o ripresa (cfr. sentenze 26 settembre 2000, C – 175/99; 20 novembre 2003, C – 340/01 e richiami ivi contenuti), requisito ampiamente accertato nella fattispecie oggetto di causa.


Cass. n. 10864/2019

Elemento costitutivo della fattispecie è l’autonomia funzionale del ramo ceduto, ovvero la sua capacità, già al momento dello scorporo dal complesso cedente, di provvedere ad uno scopo produttivo con i propri mezzi funzionali ed organizzativi; quindi di svolgere, senza integrazioni di rilievo da parte del cessionario, il servizio o la funzione finalizzati nell’ambito dell’impresa cedente. E ciò, anche secondo la sentenza della Corte di Giustizia del 6 marzo 2014, in C-458/12 (richiamata in particolare da: Cass. 28 settembre 2015, n. 19141 per avere, a fini di applicazione della direttiva 2001/23/CE del 12 RG 5858/2016 marzo 2001, ribadito la necessità di una sufficiente autonomia funzionale, anteriormente al trasferimento, della quota d’impresa ceduta; ferma restando la possibilità, in forza dell’art. 1, par. 1, lett. a, b della citata direttiva, per la normativa nazionale, di estensione dell’obbligo di mantenimento dei diritti dei lavoratori trasferiti pure nell’ipotesi di non preesistenza del ramo d’azienda), presuppone una preesistente entità produttiva funzionalmente autonoma (Cass. n. 19034 del 2017; n. 11247 del 2016; n. 8757 del 2014), nel caso di specie peraltro indimostrata (Cass. n. 31983/2018).

E’ è stato più volte affermato come un ramo d’azienda ben possa essere individuato, quando non occorrano particolari mezzi patrimoniali per l’esercizio dell’attività economica, anche da un complesso stabile organizzato di persone, addirittura in via esclusiva allorquando siano dotate di particolari competenze e stabilmente coordinate ed organizzate tra loro, così da rendere le loro attività interagenti e idonee a tradursi in beni e servizi ben individuabili (Cass. n. 6693 del 2016, con richiamo di precedenti di legittimità e della Corte di Giustizia UE in motivazione).


Cass. n. 10861/2019

Il trasferimento del pacchetto azionario di maggioranza di una società di capitali non integra gli estremi del trasferimento di azienda ai sensi dell’art. 2112 cod. civ., in quanto non determina la sostituzione di un soggetto giuridico ad un altro nella titolarità dei rapporti pregressi, ma solo modifica gli assetti azionari interni sotto il profilo della loro titolarità, ferma restando la soggettività giuridica di ogni società anche se totalmente eterodiretta (Cass. n. 6131\13, Cass. n. 9251\07).


Cass. n. 7307/2019

“Nell’ipotesi di trasferimento coattivo di personale, già dipendente di un’impresa di assicurazione della responsabilità civile derivante dalla circolazione dei veicoli a motore e dei natanti che sia soggetta a liquidazione coatta amministrativa, ad una fra le imprese autorizzate tra le quali sia stato ripartito il portafoglio dell’impresa dal Comitato del Fondo di garanzia per le vittime della strada, i lavoratori sono riassunti dal commissario liquidatore, ai sensi dell’art. 10 d.l. 857/1976 conv. in I. 39/1977 e quindi, in continuità del medesimo rapporto istituito ex novo, dall’impresa coattivamente cessionaria, a norma dell’art. 11, terzo e quarto comma d. I. 857/1976 conv. in I. 39/1977: posto che i rapporti con l’impresa già datrice si sono risolti di diritto per effetto della sua soggezione a liquidazione coatta amministrativa”.


Cass. n. 6867/2019

Ai fini della operatività della disciplina di cui all’art. 2112 c.c., con particolare riguardo alla solidarietà tra cedente e cessionario, occorre la vigenza del rapporto di lavoro al momento del trasferimento di azienda (cfr. Cass. n. 7517/2010; Cass. n. 4598/2015).

L’art. 2112 c.c., assicurando il mantenimento dei diritti dei lavoratori in caso di trasferimento d’azienda, per cui il rapporto di lavoro continua con il cessionario ed il lavoratore conserva tutti i diritti che ne derivano, ed il cedente nonché il cessionario sono obbligati, in solido tra loro, per tutti i crediti che il lavoratore aveva al tempo del trasferimento, comporta evidentemente la retroattività del rapporto, inizialmente sorto e che rimane unico, senza soluzione di continuità, nei confronti delle imprese cessionarie.


La cessione del ramo di azienda presuppone una realtà produttiva funzionalmente autonoma e che tale autonomia deve preesistere al trasferimento (ex aliis: Cass. sez. lav., 19.1.2017, n. 13169; Cass. 19034 del 31.7.2017; Cass. n. 21697 del 13.10.2009; n. 21481 del 9.10.2009; n. 20422 del 3.10.2012), richiamandosi sul punto la giurisprudenza della Corte di Giustizia (Corte di Giustizia, sentenza 6.3.2014,in causa C- 458/12, Amatori ed altri , punti 34 e 35).

In particolare, si è affermato, dandosi seguito al principio già espresso da questa sezione nell’arresto del 25 febbraio 2016 n. 10542, che l’autonomia funzionale del ramo ceduto implica la capacità di questo, già al momento dello scorporo dal complesso cedente, di provvedere ad uno scopo produttivo con i propri mezzi e quindi di svolgere – autonomamente dal cedente e senza integrazioni di rilievo da parte del cessionario – il servizio o la funzione cui risultava finalizzato nell’ambito dell’impresa cedente al momento della cessione, indipendentemente dal coevo contratto di fornitura di servizi che venga contestualmente stipulato tra le parti.


L’autonomia del ramo ceduto può ravvisarsi e può sussistere anche in presenza di una struttura dematerializzata o leggera costituita in prevalenza da rapporti di lavoro organizzati, in modo idoneo, anche potenzialmente, allo svolgimento di una attività economica.

Simile evenienza presuppone, però, la necessità che i lavoratori ceduti costituiscano un gruppo coeso per professionalità, con precisi legami organizzativi preesistenti alla cessione e specifico Know-how tali da individuarli come una struttura unitaria funzionalmente idonea e non come una sommatoria di dipendenti (cfr. Cass. n. 5678/2013; Cass. n. 21264/2018).


Il trasferimento del pacchetto azionario di maggioranza di una società di capitali non integra gli estremi del trasferimento di azienda ai sensi dell’art. 2112 cod. civ., in quanto non determina la sostituzione di un soggetto giuridico ad un altro nella titolarità dei rapporti pregressi, ma solo modifica gli assetti azionari interni sotto il profilo della loro titolarità, ferma restando la soggettività giuridica di ogni società anche se totalmente eterodiretta (V. in tal sens, Cass. lav. n. 6131 del 12/03/2013; Cass. n. 9251 del 18/04/2007, nonché Cass. 10068 del 1994).

L’acquisto, da parte di una società per azioni, del pacchetto di maggioranza delle azioni di un’altra società non esclude il permanere della distinta soggettività delle due società e non è idoneo, di per sé solo, a configurare un trasferimento di azienda ai sensi dell’art. 2112 cod. civ. (Cfr. parimenti Cass. lav. n. 12039 del 06/11/1992)

In senso analogo, Cass. lav. n. 8145 del 03/07/1992, secondo cui di conseguenza rimane riferibile alla società controllata il rapporto di lavoro dei dipendenti della medesima.

Il collegamento fra due società, che implichi la gestione di attività economiche coordinate e la proprietà in capo ad una di esse di parte delle azioni dell’altra, può aver rilevanza dal punto di vista economico, ma non determina l’esistenza di un soggetto giuridico, e nemmeno di un centro di impostazione di rapporti, autonomo rispetto alle società stesse, le quali, pertanto, mantengono ciascuna la propria personalità giuridica, con la conseguenza che, ove non sia configurabile l’ipotesi di un trasferimento di azienda fra le medesime società o quella di un comando o distacco del dipendente dall’una all’altra delle società collegate, la successiva prestazione della propria attività presso tali società da parte di un medesimo lavoratore dà luogo non già ad un unico rapporto, ma a rapporti di lavoro distinti (Conforme Cass. n. 3822 del 1982).


Cass. 4622/2019

Ai fini dell’applicabilità dell’art. 2112 c.c. è necessaria la vigenza di un rapporto di lavoro  (in termini Cass. n. 4598 del 2015; Cass. 7517 del 2010; Cass. 4130 del 2014; Cass. n. 3041 del 2012).


Cass. n. 2287/2019

Una entità economica può essere in grado, in determinati settori, di operare senza elementi patrimoniali materiali o immateriali significativi, di modo che la conservazione dell’identità di una unità di questo tipo al termine dell’operazione di cui essa è oggetto non può, per ipotesi, dipendere dalla cessione di tali elementi; b) in determinati settori in cui l’attività si fonda essenzialmente sulla manodopera, un gruppo di lavoratori che assolva stabilmente un’attività comune può corrispondere ad un’entità economica che può conservare la sua identità anche dopo il suo trasferimento qualora il nuovo titolare non si limiti a proseguire l’attività stessa, ma riassuma anche una parte essenziale, in termini di numero e di competenza, del personale specificamente destinato dal predecessore in tali compiti; in siffatta ipotesi il nuovo imprenditore acquisisce infatti l’insieme organizzato di elementi che gli consentirà il proseguimento in forma stabile delle attività o di talune attività dell’impresa cedente (punto 34); c) tale ipotesi di subentro tra imprese rientra nell’ambito di applicazione della direttiva 2001/23 concernente il riavvicinamento delle legislazioni degli Stati membri relative al mantenimento dei diritti dei lavoratori in caso di trasferimento di imprese, stabilimenti o di parti di stabilimento (da ultimo sent. 11.7.2018 nella causa C- 60/2017).

Anche in ipotesi di successione nell’appalto di un servizio, se vi è un passaggio di una attività economica organizzata tale da rendere possibile lo svolgimento di una specifica impresa, può configurarsi un trasferimento di azienda dovendo, in tal caso, interpretarsi l’art. 29 d.lgs. n. 276 del 2003 non in contrasto con la citata direttiva.


Cass. n. 2228/2019

L’art. 2112 c.c., si applica anche al trasferimento di autonomo ramo d’azienda e che, sempre come insegna questa S.C., un trasferimento d’azienda può avvenire anche attraverso distinti momenti e diverse fasi, a tal fine assumendo rilievo l’accertamento dei tempi ravvicinati  fra stipula del contratto di locazione relativo a nuovi e più ampi locali oltre che ai macchinari, rispetto a quelli già detenuti in locazione (Cass. Sez. Lav. 19.3.2009 n. 6694).


Cass. n. 823/2019

Per la configurabilità del trasferimento di azienda è necessario il concorso di due requisiti: uno, obiettivo, rappresentato dalla continuità dell’azienda come entità economica organizzata dall’imprenditore e uno, soggettivo, consistente nella sostituzione dell’imprenditore” (Cass. n. 5025/2001; conf. Cass. n. 14642/2006).

L’applicabilità della disciplina dettata dall’art. 2112 cod. civ. “prescinde dall’esistenza di un rapporto contrattuale tra l’imprenditore uscente e quello che subentra nella gestione dell’azienda, assumendo rilievo, invece, la circostanza che vi sia continuità nell’esercizio dell’attività imprenditoriale, restando immutati il complesso organizzato dei beni dell’impresa e l’oggetto di quest’ultima” (Cass. n. 2200/1998 e successive numerose conformi; per l’idoneità, ai fini dell’applicazione della stessa disciplina, “di una vicenda giuridica riconducibile al fenomeno della successione in senso ampio”: n. 11918/2013).


2018

Cass. n. 31981/2018

I principi affermati dalla Corte in materia di applicabilità della disciplina di cui all’art. 2112 c.c. anche alle ipotesi di cessazione dell’affitto dell’azienda e di restituzione della stessa alla originaria cedente (Cass. n. 12909/2003; Cass. n. 7458/2002) muovono dal presupposto che anche in tali situazioni sia presente un fenomeno traslativo dell’azienda o di parte di essa che richieda la tutela diretta al mantenimento della occupazione per i lavoratori trasferiti ed al trattamento già percepito dagli stessi.

La condizione presupposta resta sempre la configurabilità del ramo d’azienda quale complesso di beni dotato di autonomia funzionale quindi identificabile, specificamente, rispetto alla restante parte dell’impresa.

La retrocessione della azienda affittata ripropone in concreto la necessità di adottare le tutele di cui all’art. 2112 per tutti i lavoratori compresi nel segmento aziendale “restituito”, soprattutto in ragione ed in vista di un ulteriore passaggio traslativo dell’azienda, altrimenti, in diversa condizione, la retrocessione consentirebbe la “dismissione” del ramo di azienda e dei lavoratori ad esso adibiti e vanificherebbe l’intento perseguito dal legislatore ( Cass. n. 16255/2011).

L’art. 2112 c.c., nel regolare i rapporti di lavoro in caso di trasferimento d’azienda, trova applicazione in tutte le ipotesi in cui il cedente sostituisca a sè il cessionario senza soluzione di continuità, anche nel caso di affitto dell’azienda; ne deriva che l’obbligazione dell’azienda affittuaria, come avviene per agli altri casi di cessione, si risolve in un impegno sine die di mantenimento dell’occupazione dei dipendenti trasferiti, che, una volta assunto, non può essere eluso, semplicemente, con la formale restituzione dell’azienda, per cessazione del rapporto di affitto, quando risulti che, invece, l’attività della impresa cedente era definitivamente cessata, mentre quella dell’azienda affittuaria era continuata. Al riguardo, mette conto rilevare che gli effetti dell’art. 2112 c.c., si applicano, bensì, anche nell’ipotesi della retrocessione dell’azienda affittata, nel senso che il cedente assume, a sua volta, gli obblighi di mantenimento dell’occupazione derivanti dalla predetta norma, ma ciò presuppone la condizione che l’impresa retro cessionaria (originariamente cedente) utilizzi l’azienda in funzione dell’esercizio dell’attività di cui la stessa è strumento, e quindi prosegua, mediante la immutata organizzazione dei beni aziendali, l’attività già esercitata in precedenza, vanificandosi, altrimenti, l’intento perseguito dal Legislatore (Cass. n. 12909 del 2003).

Gli effetti dell’art. 2112 cod. civ., che regola i rapporti di lavoro in caso di trasferimento d’azienda, si applicano anche nell’ipotesi di retrocessione dell’azienda affittata, nel senso che il cedente assume, a sua volta, gli obblighi di mantenimento dell’occupazione derivanti dalla predetta norma, ma ciò presuppone che l’impresa retrocessionaria (cioè originariamente cedente) prosegua, mediante la immutata organizzazione dei beni aziendali, l’attività già esercitata in precedenza, vanificandosi, altrimenti, l’intento perseguito dal legislatore”(Cass. n. 16255/2011).

I principi enunciati enucleano la essenziale condizione di continuazione della attività lavorativa in capo alla azienda retrocessionaria al fine di garantire l’utile reimpiego di tutti i lavoratori già addetti al ramo d’azienda retrocessa e risultano in totale sintonia con la direttiva 12 marzo 2001, 2001/23/CE, che ha sostituito la direttiva 14 febbraio 1977, 77/187/CEE, come modificata dalla direttiva 29 giugno 1998, 98/50/CE, secondo cui “èconsiderato come trasferimento ai sensi della presente direttiva quello di una entità economica che conserva la propria identità, intesa come un insieme di mezzi organizzati al fine di svolgere un’attività economica, sia essa essenziale o accessoria” (art. 1, n. 1, direttiva 2001/23).


Cass. n. 31485/2018

L’effetto estintivo del licenziamento illegittimo intimato in epoca anteriore al trasferimento d’azienda, in quanto meramente precario e destinato ad essere travolto dalla sentenza di annullamento, comporta che il rapporto di lavoro ripristinato tra le parti originarie si trasferisce, ai sensi dell’art. 2112 cod. civ., in capo al cessionario, dovendosi escludere che osti a tale soluzione l’applicazione della direttiva 77/187/CE, la quale prevede – secondo l’interpretazione offerta dalla Corte di giustizia CE (cfr. sentenze 12 marzo 1998, 0-319/94, 11 luglio 1985, C-105/84, e 7 febbraio 1985, 0-19/83) – che i lavoratori licenziati in contrasto con la direttiva debbono essere considerati dipendenti alla data del trasferimento, senza pregiudizio per la facoltà degli Stati membri di applicare o di introdurre disposizioni legislative, regolamentari o amministrative più favorevoli ai lavoratori (cfr. Cass. 12 aprile 2010 n. 8641) sicché sussiste la legittimazione passiva anche del cessionario per le richieste del lavoratore relative al ripristino del rapporto di lavoro (cfr. Cass. 02/09/2010 n. 19000).


Cass. n. 30802/2018

In tema di fusione per incorporazione, l’art. 2504 bis cod. civ. nel testo modificato dal d.lgs. n. 6 del 2003, nel prevedere la prosecuzione dei rapporti giuridici, anche processuali, in capo al soggetto unificato quale centro unitario di imputazione di tutti i rapporti preesistenti, risolve la fusione in una vicenda evolutivo-modificativa dello stesso soggetto giuridico, che, pur in presenza di un nuovo assetto organizzativo, conserva la propria identità.

Ove, peraltro, la società incorporata abbia ottenuto, in epoca successiva all’entrata in vigore dell’art. 4 del d.lgs. n. 6 del 2003, la cancellazione dal registro delle imprese, si determina, attesa l’efficacia costitutiva del suddetto provvedimento di cancellazione, l’immediata estinzione della società stessa, che non può più mantenere la propria individualità, né può far valere la persistenza di una propria autonoma legittimazione attiva (in applicazione dell’anzidetto principio veniva quindi rigettato il ricorso, ritenendosi che, correttamente, il giudice d’appello aveva dichiarato inammissibile l’impugnazione proposta, in epoca successiva all’avvenuta cancellazione dal registro delle imprese, direttamente dalla società incorporata, laddove, richiamate le modifiche introdotte dal legislatore la giurisprudenza di legittimità in materia, si osservava, in particolare: «… Il legislatore del 2003, infatti – ed è innegabile – mostra di dare risalto alla continuazione dell’attività sociale delle società che si fondono (o vengono incorporate) nel nuovo soggetto giuridico risultante dalla fusione, ove per “nuovo” deve intendersi un soggetto rinnovato rispetto al precedente assetto sociale e patrimoniale delle società partecipanti all’operazione.


Cass. n. 29643/2018

Alla qualificazione della fattispecie come trasferimento di azienda non osta la circostanza che il fenomeno traslativo abbia a  riguardato soltanto il personale.

Ad avviso della giurisprudenza comunitaria, infatti, ne concetto di entità economica organizzata è compreso anche il “complesso organizzato di lavoratori subordinati specificamente adibiti all’espletamento di un compito comune”.

Tali statuizioni hanno ricevuto un recente avallo sempre dalla giurisprudenza euro-unitaria (da ultimo sent. 11.7.2018 nella causa C- 60/2017) che ha precisato che: a) una entità economica può essere in grado, in determinati settori, di operare senza elementi patrimoniali materiali o immateriali significativi, di modo che la conservazione dell’identità di una unità di questo tipo al termine dell’operazione di cui essa è oggetto non può, per ipotesi, dipendere dalla cessione di tali elementi; b) in determinati settori in cui l’attività si fonda essenzialmente sulla manodopera, un gruppo di lavoratori che assolva stabilmente un’attività comune può corrispondere ad un’entità economica che può conservare la sua identità anche dopo il suo trasferimento qualora il nuovo titolare non si limiti a proseguire l’attività stessa, ma riassuma anche una parte essenziale, in termini di numero e di competenza, del personale specificamente destinato dal predecessore in tali compiti; in siffatta ipotesi il nuovo imprenditore acquisisce infatti l’insieme organizzato di elementi che gli consentirà il proseguimento in forma stabile delle attività o di talune attività dell’impresa cedente (punto 34); c) tale ipotesi di subentro tra imprese rientra nell’ambito di applicazione della direttiva 2001/23 concernente il riavvicinamento delle legislazioni degli Stati membri relative al mantenimento dei diritti dei lavoratori in caso di trasferimento di imprese, stabilimenti o di parti di stabilimento (conf. Cass. n.  32593/2018 – Cass. n. 31088/2018).

L’art. 29 c. 3 del D.Lgs. n. 276 del 2003 (n.d.r., la sentenza si riferisce al contenuto antecedente alla riforma introdotta con L. n. 122/2016) non costituisce violazione della direttiva n. 2001/23 per due ragioni: a) in primo luogo perché, anche in ipotesi di successione nell’appalto di un servizio, se vi è un passaggio di una attività economica organizzata tale da rendere possibile lo svolgimento di una specifica impresa, può configurarsi un trasferimento di azienda dovendo, in tal caso, interpretarsi l’art. 29 D.Igs n. 276 del 2003 non in contrasto con la citata direttiva; b) in secondo luogo perché, nella fattispecie in esame (ove rileva la convenzione quadro per l’affidamento dei servizi ausiliari della Regione Siciliana ) comunque trovava applicazione la legge speciale regionale (siciliana) n. 11 del 2010 (che all’art. 20 ha previsto espressamente il trasferimento del personale delle società dismesse nelle società risultanti alla fine del processo di riordino), cui correttamente è stato attribuito dalla Corte territoriale valore programmatico e non precettivo e che non può interpretarsi nel senso di avere imposto autoritariamente la successione, nei vari appalti, da una società ad un’altra.


Cass. n. 28920/2018

In tema di necessità, ai fini dell’applicazione della direttiva 2001/23/CE del 12 marzo 2001, anteriormente al trasferimento, di una sufficiente autonomia funzionale della quota d’impresa ceduta -, secondo la quale, anche a seguito della modifica all’art 2112 cod. civ. per effetto dell’art. 32 d.Lgs. n. 276/2003, per “ramo d’azienda”, ai sensi dell’art. 2112 cod. civ., deve intendersi ogni entità economica organizzata in maniera stabile, la quale, in occasione del trasferimento, conservi la sua identità, e quindi, costituisca, comunque, una preesistente entità produttiva, funzionalmente autonoma e non anche una struttura produttiva creata “ad hoc” in occasione del trasferimento o come tale unicamente identificata dalle parti del negozio traslativo.

Costituisce elemento costitutivo della cessione l’autonomia funzionale del ramo ceduto, ovvero la sua capacità, già al momento dello scorporo dal complesso cedente, di provvedere ad uno scopo produttivo con i propri mezzi funzionali ed organizzativi e quindi di svolgere, senza integrazioni di rilievo da parte del cessionario, il servizio o la funzione finalizzati nell’ambito dell’impresa cedente.

E ciò, anche secondo la sentenza della Corte di Giustizia del 6 marzo 2014, in C-458/12 (richiamata in particolare da: Cass. 28 settembre 2015, n. 19141 per avere, a fini di applicazione della direttiva 2001/23/CE del 12 marzo 2001, ribadito la necessità di una sufficiente autonomia funzionale, anteriormente al trasferimento, della quota d’impresa ceduta; ferma restando la possibilità, in forzadell’art. 1, par. 1, lett. a, b della citata direttiva, per la normativa nazionale di estensione dell’obbligo di mantenimento dei diritti dei lavoratori trasferiti pure nell’ipotesi di non preesistenza del ramo d’azienda), presuppone una preesistente entità produttiva funzionalmente autonoma (Cass. 15 aprile 2014, n. 8757; Cass. 31 maggio 2016, n. 11247; Cass. 31 luglio 2017, n. 19034; Cass. 29 novembre 2017, n. 28508).

E’ poi noto come un ramo d’azienda ben possa essere individuato, quando non occorrano particolari mezzi patrimoniali per l’esercizio dell’attività economica, anche da un complesso stabile organizzato di persone, addirittura in via esclusiva allorquando siano dotate di particolari competenze e stabilmente coordinate ed organizzate tra loro, così da rendere le loro attività interagenti e idonee a tradursi in beni e servizi ben individuabili (Cass. 6 aprile 2016, n. 6693, con richiamo di precedenti di legittimità e della Corte di Giustizia UE in motivazione) (conf. Cass. 29923/2018).


Cass. n. 28595/2018

Costituisce elemento costitutivo del trasferimento di azienda l’autonomia funzionale, ovvero la sua capacità, già al momento dello scorporo dal complesso cedente, di provvedere ad uno scopo produttivo con i propri mezzi funzionali ed organizzativi: e quindi di svolgere, senza integrazioni di rilievo da parte del cessionario, il servizio o la funzione finalizzati nell’ambito dell’impresa cedente.

E ciò, anche secondo la sentenza della Corte di Giustizia del 6 marzo 2014, in C- 458/12 (richiamata in particolare da: Cass. 28 settembre 2015, n. 19141 per avere, a fini di applicazione della direttiva 2001/23/CE del 12 marzo 2001, ribadito la necessità di una sufficiente autonomia funzionale, anteriormente al trasferimento, della quota d’impresa ceduta; ferma restando la possibilità, in forza dell’art. 1, par. 1, lett. a, b della citata direttiva, per la normativa nazionale di estensione dell’obbligo di mantenimento dei diritti dei lavoratori trasferiti pure nell’ipotesi di non preesistenza del ramo d’azienda), presuppone una preesistente entità produttiva funzionalmente autonoma (Cass. 15 aprile 2014, n. 8757; Cass. 27 maggio 2016, n. 11069; Cass. 31 maggio 2016, n. 11247; Cass. 31 luglio 2017, n. 19034; Cass. 29 novembre 2017, n. 28508).

Ed è peraltro noto come un ramo d’azienda ben possa essere individuato, quando non occorrano particolari mezzi patrimoniali per l’esercizio dell’attività economica, anche da un complesso stabile organizzato di persone, addirittura in via esclusiva allorquando siano dotate di particolari competenze e stabilmente coordinate ed organizzate tra loro, così da rendere le loro attività interagenti e idonee a tradursi in beni e servizi ben individuabili (Cass. 6 aprile 2016, n. 6693, con richiamo di precedenti di legittimità e della Corte di Giustizia UE in motivazione).


Cass. n. 26834/2018

La nozione di trasferimento dell’azienda, comprende tutte le ipotesi in cui, ferma restando l’organizzazione del complesso dei beni destinati all’esercizio dell’impresa, si verifica la sostituzione della persona del titolare, quale sia il mezzo tecnico giuridico attraverso cui quale tale sostituzione si attua, (cfr. Cass. n. 12771 del 2012; Cass. n. 16255 del 2011; Cass. n. 9012 del 2009).

Con particolare riferimento al rapporto di agenzia, si è ritenuto “configurabile un trasferimento dell’azienda preponente – i cui effetti sono disciplinati dalla normativa generale dell’art. 2558 c.c. e non dall’art. 2112 c.c. relativo al lavoro subordinato – ove ricorra il requisito obiettivo della continuità dell’azienda come entità economica organizzata dall’imprenditore ed il requisito soggettivo della modificazione nella titolarità dell’azienda, quale che sia il mezzo tecnico-giuridico attraverso cui tale sostituzione si realizza” (cfr. Cass. n. 21678 del 2004; Cass. n. 6351 del 2000; Cass. n. 10512 del 1998).

Il trasferimento di azienda è stato ravvisato anche con riferimento all’attività organizzata dall’agente di assicurazioni in gestione libera, nel caso in cui si abbia la retrocessione dell’azienda al preponente ed il successivo trasferimento di essa, da parte di quest’ultimo, al nuovo agente, sempre che l’entità economica conservi la propria identità e la gestione dell’azienda venga proseguita senza interruzione dal nuovo agente con lo stesso personale impiegato prima del trasferimento: in questa ipotesi, infatti, il nuovo agente, tramite la preponente, subentra nella gestione del portafoglio dell’agenzia e nell’organizzazione dei mezzi materiali e personali predisposti dall’agente cessante, (Cass. n. 17063 del 2015; Cass. n. 9728/97; Cass. n. 3974 del 1995).


Cass. n. 26021/2018

Il principio secondo cui non si può ritenere operante una retrocessione di azienda allorquando il presunto retrocessionario non utilizzi l’azienda in funzione dell’attività di cui essa è strumento è da consideri valido (Cass. 26 luglio 2011, n. 16255), rispetto all’ipotesi in cui la non prosecuzione dell’attività presso il retrocessionario si accompagni alla continuazione di essa presso il retrocedente, sicché, in tali casi, la retrocessione dell’azienda assume il carattere di mero atto formale ed il rapporto deve ritenersi proseguito (o cessato, in caso di licenziamento) presso il presunto retrocedente.

Si tratta quindi di regola che è stata espressa a tutela della posizione del lavoratore, allorquando il ritrasferimento, proprio perché vi è continuazione aziendale da parte dell’apparente retrocedente e cessazione da parte del retrocessionario, si manifesterebbe come sostanzialmente frodatorio del diritto alla prosecuzione del rapporto.

In mancanza di tali specifici elementi, ed in specie in mancanza della continuazione dell’attività solo presso il retrocedente, non vi è invece ragione di escludere la miglior tutela del lavoratore che deriva dalla corresponsabilità del retrocessionario, in sé riconnessa al ritrasferimento del compendio organizzato aziendale, dovendosi fare quindi piana applicazione dell’art. 2112 c.c., come da principi consolidati (Cass. 16 aprile 2009, n. 9012; Cass. 21 maggio 2002, n. 7458; Cass. 6 marzo 1998 n. 2521; Cass. 20 aprile 1985, n. 2644), a nulla rilevando (Cass. 2644/1985) il fatto che il retrocessionario, il quale comunque ha fatto fino a quel momento, attraverso l’affitto, utilizzazione di mercato dell’azienda, decida, per ragioni sue proprie, una volta riottenuta l’azienda, l’immediato scioglimento di essa.

Caso diverso sarebbe quello in cui l’azienda risultasse dissolta già presso il retrocedente, il che, facendo venire meno l’universalità organizzata il cui trasferimento è veicolo della trasmissione dei rapporti di lavoro, imporrebbe evidentemente di disconoscere il verificarsi dell’effetto traslativo.


Cass. n. 25742/2018

Costituisce elemento costitutivo della cessione di ramo d’azienda prevista dall’art. 2112 c.c., anche nel testo modificato dal D.Lgs. n. 276 del 2003, art. 32, l’autonomia funzionale del ramo ceduto, ovvero la capacità di questo, già al momento dello scorporo dal complesso cedente, di provvedere ad uno scopo produttivo con i propri mezzi, funzionali ed organizzativi e quindi di svolgere – autonomamente dal cedente e senza integrazioni di rilievo da parte del cessionario – il servizio o la funzione cui risultava finalizzato nell’ambito dell’impresa cedente al momento della cessione, indipendentemente dal coevo contratto di fornitura di servizi che venga contestualmente stipulato tra le parti.

Incombe su chi intende avvalersi degli effetti previsti dall’art. 2112 c.c. che costituiscono eccezione al principio del necessario consenso del contraente ceduto stabilito dall’art. 1406 c.c., fornire la prova dell’esistenza di tutti i requisiti che ne condizionano l’operatività» (ex plurimis, tra le più recenti, Cass n. 10542 del 2016; Cass. nr. 17366 del 2016; Cass. nr. 1316 del 2017) (conf. Cass. n. 31983/2018 – Cass. n. 28595/2018 – Cass. n. 15525/2018).


Cass. n. 23765/2018

La disciplina codicstica di cui all’art. 2112 c.c. si applica anche all’ipotesi di cessazione dell’affitto dell’azienda e di restituzione della stessa alla originaria cedente,  in quanto anche in tali situazioni è presente un fenomeno traslativo dell’azienda o di parte di essa che richiede la tutela diretta al mantenimento della occupazione per i lavoratori trasferiti ed al trattamento già percepito dagli stessi (Cass. n. 12909/2003; Cass. n. 7458/2002).

La condizione presupposta resta sempre la configurabilità del ramo d’azienda quale complesso di beni dotato di autonomia funzionale preesistente e quindi capace di individuazione specifica rispetto alla restante parte dell’impresa, nonché la ulteriore condizione che nella retrocessione l’impresa retrocessionaria (originariamente cedente) utilizzi l’azienda in funzione dell’esercizio dell’attività di cui la stessa è strumento, e quindi prosegua, mediante la immutata organizzazione dei beni aziendali, l’attività già esercitata in precedenza, vanificandosi, altrimenti, l’intento perseguito dal Legislatore ( Cass. n. 12909 del 2003; in tal senso anche Cass. n. 16255/2011).

La domanda volta a far dichiarare la nullità, l’invalidità o l’inefficacia degli atti di cessione del ramo di azienda e la conseguente domanda di condanna al ripristino del rapporto di lavoro con la cedente appartengono, anche in caso di fallimento della cessionaria, alla cognizione del giudice del lavoro, quale giudice del rapporto e delle controversie relative allo “status” de/lavoratore, in quanto l’accertamento richiesto in tali ipotesi non costituisce premessa di una pretesa economica nei confronti della massa fallimentare e dunque non richiede la cognizione del giudice fallimentare, chiamato soltanto alla qualificazione dei diritti di credito dipendenti dal rapporto di lavoro, in funzione della partecipazione paritaria al concorso tra creditori e con effetti esclusivamente endoconcorsuali” (Cass. n. 1646/2018).


Cass. n. 23618/2018

Ciò che rileva è il riconoscimento della funzione garantistica del disposto dell’art. 2112 c.c., che giustifica una interpretazione estensiva della norma, in linea con quanto emerge dalle direttive comunitarie e dalla numerose decisioni della Corte di Giustizia in materia (ex multis, Cass. 24804/2015, 3301/201), nozione che ricomprende tutte le ipotesi di trasferimento anche di una singola attività di impresa, purchè sia riscontrabile un complesso di beni o di rapporti interessati al fenomeno traslativo, anche quindi in assenza del trasferimento di significativi beni patrimoniali, materiali o immateriali (Cass. 6452/2009, 20980/2011, 10701/2002, e Corte di giustizia UE, sentenza 6 settembre 2011, causa C- 108/10, Scattolon, punti 42- 51 e ivi indicazione dei precedenti).


Cass. n. 23342/2018

Ai fini dell’applicazione dell’art. 2112 c.c., costituisce elemento costitutivo della cessione l’autonomia funzionale del ramo ceduto, ovvero la sua capacità, già al momento dello scorporo dal complesso cedente, di provvedere ad uno scopo produttivo con i propri mezzi funzionali ed organizzativi e quindi di svolgere, autonomamente dal cedente e senza integrazioni di rilievo da parte del cessionario, il servizio o la funzione cui risultava finalizzato nell’ambito dell’impresa cedente, indipendentemente dal contratto di fornitura di servizi che venga contestualmente stipulato tra le parti (cfr. Cass. 31/07/2017 n. 19034, 31/5/2016 n. 11247 ).


Cass. n. 21264/2018

L’autonomia del ramo ceduto può sussistere anche in presenza di una struttura dematerializzata o leggera costituita in prevalenza da rapporti di lavoro organizzati, in modo idoneo, anche potenzialmente, allo svolgimento di una attività economica.

Affinché ciò si realizzi è necessario che i lavoratori ceduti costituiscano un gruppo coeso per professionalità, con precisi legami organizzativi preesistenti alla cessione e specifico Know-how tali da individuarli come una struttura unitaria funzionalmente idonea e non come una sommatoria di dipendenti (cfr. Cass. 7.3.2013 n. 5678).

L’onere della prova sulla circostanza che i lavoratori ceduti fanno parte della struttura oggetto del trasferimento, deve essere posto a carico del datore di lavoro.

Deve, infatti, ribadirsi il principio affermato in sede di legittimità (cfr. Cass. 31.5.2016 n. 11247), cui si intende dare seguito, secondo cui incombe su chi intende avvalersi degli effetti previsti dall’art. 2112 cc, che derogano al principio del necessario consenso del contraente ceduto ex art. 1406 cc, fornire la prova dell’esistenza dei relativi requisiti di operatività.


Cass. n. 20772/2018

L’art. 29, co. 3, d. Igs. 276/2003 dispone che “l’acquisizione del personale già impiegato nell’appalto a seguito di subentro di un nuovo appaltatore, in forza di legge, di contratto collettivo nazionale di lavoro o di clausola del contratto d’appalto, non costituisce trasferimento d’azienda o di parte d’azienda” (n.d.r.: fattispecie antecedente all’entrata in vigore della L. n. 122/2016, “Disposizioni per l’adempimento degli obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia all’Unione Europea – Legge europea 2015-2016”)

Ciò non toglie che il subentro possa verificarsi anche in tale caso con caratteristiche e modalità tali da denotare la sussistenza di una vicenda traslativa e successoria in senso ampio che imponga il richiamo ai principi delle direttive 1977/187/CEE 97/50/CE, e, da ultimo della direttiva 2001/23/CE del Consiglio del 12.3.2001, come interpretati dalla giurisprudenza comunitaria, che si è orientata verso una considerazione del requisito dell’identità dell’entità economica trasferita che prenda in considerazione il complesso delle circostanze di fatto che caratterizzano l’operazione, fra le quali rientrano, in particolare il tipo di impresa, la cessione o meno di elementi materiali, il valore degli elementi immateriali al momento della cessione, la riassunzione o meno delle parti più rilevanti del personale ad opera del nuovo imprenditore, il grado di somiglianza delle attività esercitate prima e dopo la cessione.

Questa Corte ha ripetutamente affermato (Cass. n. 11918/2013; Cass. n. 8460/2011; Cass.  n. 21278/2010; Cass.  n. 5708/2009; Cass. n. 21023/2007; Cass. n. 493/2005; Cass. 8054/2004; Cass. n. 13949/2003) che, ai fini del trasferimento d’azienda, la disciplina dell’art. 2112 c.c. postula che il complesso organizzato dei beni dell’impresa – nella sua identità obiettiva – sia passato a un diverso titolare in forza di una vicenda giuridica riconducibile al fenomeno della successione in senso ampio; che il trasferimento d’azienda è pertanto configurabile anche in ipotesi di successione nell’appalto di un servizio, sempre che si abbia un passaggio di beni di non trascurabile entità e tale da rendere possibile lo svolgimento di una specifica impresa; che, quando un’entità economica sia in grado, in determinati settori, di operare senza elementi patrimoniali significativi, materiali o immateriali, la conservazione della sua identità non può dipendere dalla cessione di tali elementi; che nei settori in cui l’attività si fonda essenzialmente sulla mano d’opera anche un gruppo di lavoratori che assolva stabilmente un’attività comune può corrispondere ad un’entità economica (cfr. Corte Giustizia 6 settembre 2011, causa C 1108/10; Corte Giustizia 20 gennaio 2011, causa C 463/2009; Corte “Giustizia 24 gennaio 2002, causa C-51/2000; Corte Giust. 2 dicembre 1999, causa C-234/1998; Corte di Giustizia 11 marzo 1997, causa C13195).

Al riguardo è stato precisato che una siffatta entità può conservare quindi la sua identità al di là del trasferimento quando il nuovo imprenditore non si limiti a proseguire l’attività ma riassuma anche una parte essenziale, in termini di numero e di competenza, del personale specificamente destinato dal predecessore a tali compiti (Corte di Giustiza UE, sentenze 14 aprile 1994, Schmidt; 11 marzo 1997, Rizen; 10 dicembre 1998, Hernandez Vidal e a.) e che l’importanza da attribuire ai singoli criteri attinenti alla sussistenza di un trasferimento di azienda – (la cessione o meno degli elementi materiali, la riassunzione o meno della maggior parte del personale da parte del nuovo imprenditore, il trasferimento o meno della clientela, il grado di analogia delle attività esercitate prima e dopo la cessione, la durata di un’eventuale sospensione di tali attività) – varia necessariamente in funzione dell’attività esercitata o addirittura in funzione dei metodi di produzione o di gestione utilizzati nell’impresa, nello stabilimento o nella parte di stabilimento in questione, dovendo in ultima analisi il giudice accertare se l’entità economica conservi la sua identità a prescindere dal cambiamento del proprietario (cfr., da ultimo, Corte di Giustizia 9 settembre 2015, causa C-160/14 Joao Filipe Ferreira da Silva e Brito e atri).

La disposizione (art. 7, comma 4 bis d.l. 248/2008) ha aggiunto un’ipotesi ulteriore alle eccezioni dall’applicazione della procedura prevista dalla L. n. 223 del 1991 già individuate dall’art. 24 comma 4 per i casi di scadenza dei rapporti di lavoro a termine, di fine lavoro nelle costruzioni edili e di attivita’ stagionali o saltuarie, relativa al subentro nell’appalto di servizi.

Allo scopo, ha però previsto un requisito: che i lavoratori impiegati siano riassunti dall’azienda subentrante a parità di condizioni economiche e normative previste dai contratti collettivi nazionali di settore stipulati dalle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative, oppure che siano riassunti a seguito di accordi collettivi stipulati con le organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative.

(Solo) nella ricorrenza di tali presupposti, infatti, la situazione fattuale costituisce sufficiente garanzia per i lavoratori, risultandone la posizione adeguatamente tutelata, ed esonera dal rispetto dei requisiti procedurali richiamati dall’art. 24 della L. n. 223 del 1991. Ciò risulta confermato anche dalle dichiarate finalità della disposizione, di “favorire la piena occupazione e di garantire l’invarianza del trattamento economico complessivo dei lavoratori”, che concorrono ad individuare l’ambito dell’ esonero dal rispetto della procedura collettiva”.


Cass. n. 15525/2018

L’autonomia funzionale del ramo di azienda ceduto può non coincidere con la materialità dello stesso, ma comunque l’autonomia dell’entità ceduta deve essere obiettivamente apprezzabile, sia pure con possibili interventi integrativi imprenditoriali ad opera del cessionario, al fine di verificarne l’imprescindibile requisito comunitario della sua conservazione.

L’art. 1 lett. b) della direttiva 2001/23 stabilisce, infatti, che “è considerato come trasferimento ai sensi della presente direttiva quello di una entità economica che conserva la propria identità, intesa come insieme di mezzi organizzati al fine di svolgere un’attività economica, sia essa essenziale o accessoria”.

Ciò suppone una preesistente realtà produttiva funzionalmente autonoma (comma 5 art. 2112 cc come sostituito dall’art. 32 comma 1 d.lgs n. 276/2003) e non anche una struttura produttiva creata ad hoc in occasione del trasferimento (ex alis Cass. n. 21697 del 13.10.2009; n. 21481 del 9.10.2009; n. 20422 del 3.10.2012).

La ratio è quella di evitare che le parti imprenditoriali possano creare, in occasione della cessione, strutture produttive che, in realtà, costituirebbero l’oggetto di una forma incontrollata di espulsione di frazioni non coordinate fra loro, unificate soltanto dalla volontà dell’imprenditore e non dall’inerenza del rapporto ad un’entità economica dotata di autonoma ed obiettiva funzionalità (Cass. n. 19740 del 17.7.2008 e n. 21481/2009 cit.).

La Corte di Giustizia, cui compete l’interpretazione del diritto comunitario, ha affermato che, proprio per garantire una protezione effettiva dei diritti dei lavoratori in una situazione di trasferimento, obiettivo perseguito dalla direttiva 2001/23, il concetto di identità dell’entità economica non può riposare unicamente sul fattore relativo all’autonomia organizzativa (Corte di Giustizia 12.2.2009 C-466/07 Dietmar, punto 43) e che l’impiego del termine <conservi> nell’art. 6, par. 1 commi 1 e 4 della direttiva <implica che l’autonomia dell’entità ceduta deve, in ogni caso, preesistere al trasferimento> (Corte di Giustizia 6.3.2014, C- 458/12, Amatori, punti 30 e 32) pur non ostando che uno stretto vincolo di committenza ed una commistione del rischio di impresa non possa costituire di per sé ostacolo all’applicazione della direttiva 2001/23 (sentenza CG citata , Amatori, punto 50).

Invero i giudici di secondo grado, procedendo correttamente alla verifica della sussunzione della fattispecie concreta in quella astratta prevista dalla legge, hanno valutato tutti gli elementi necessari per l’applicabilità o meno del disposto di cui all’art. 2112 cc: l’insussistenza di un ramo di azienda che emergeva evidente già all’esame del contratto di comodato e di contestuale affidamento in appalto dei servizi di prima accoglienza, di centralino e di igiene ambientale per le aree di non degenza; la assoluta inconsistenza dei beni strumentali ceduti, la gratuità degli stessi e la loro potenziale improduttività nonché la mancanza di particolare professionalità del personale, giungendo alla condivisibile conclusione che non si verteva in una ipotesi di cessione di un insieme organicamente finalizzato ex ante all’esercizio dell’attività di impresa, con autonomia funzionale di beni e strutture già esistenti al momento del trasferimento e, dunque, non solo teorica o potenziale (Cass. 23.2.2016 n. 5038).


Cass. n. 14390/2018

Non può conferirsi significatività alla circostanza che la cessione sia stata realizzata in favore di soggetto imprenditoriale rivelatosi incapace di assolvere con regolarità le proprie obbligazioni, essendo invece centrale, per escludere la validità del trasferimento di ramo aziendale la non configurabilità del compendio aziendale ceduto quale autonoma articolazione di’impresa ai sensi dell’art. 2112 c.c. anche ove applicato il criterio enunciato da Cass. 2151 del 30.1.2013 (identificazione del ramo da parte del cedente e del cessionario al momento del trasferimento)

Tanto la normativa comunitaria (direttive CE nn. 98/50 e 2001/23) quanto la legislazione nazionale (art. 2112, comma quinto, cod. civ., sostituito dall’art. 32 del d.lgs. 10 settembre 2003, n. 276) perseguono il fine di evitare che il trasferimento si trasformi in semplice strumento di sostituzione del datore di lavoro, in una pluralità di rapporti individuali, con altro sul quale i lavoratori possano riporre minore affidamento sul piano sia della solvibilità sia dell’attitudine a proseguire con continuità l’attività produttiva, osservando che la citata direttiva del 1998 richiede, pertanto, che il ramo d’azienda oggetto del trasferimento costituisca un’entità economica con propria identità, intesa come insieme di mezzi organizzati per un’attività economica, essenziale o accessoria, e, analogamente, l’art. 2112, quinto comma, cod.civ. si riferisce alla “parte d’azienda, intesa come articolazione funzionalmente autonoma di un’attività economica organizzata”.

Deve, quindi, trattarsi di un’entità economica organizzata in modo stabile e non destinata all’esecuzione di una sola opera (cfr. Corte di Giustizia CE, sentenza 24 gennaio 2002, C-51/00), ovvero di un’organizzazione quale legame funzionale che renda le attività dei lavoratori interagenti e capaci di tradursi in beni o servizi determinati (cfr. ex aliis: Cass. n. 21697 del 13.10.2009; n. 21481 del 9.10.2009; n. 20422 del 3.10.2012, n. 10542 del 25 febbraio 2016), là dove, infine, il motivo del trasferimento ben può consistere nell’intento di superare uno stato di difficoltà economica (cfr., Cass. 8.6.2009 n. 13171)

Per “ramo d’azienda”, come tale suscettibile di autonomo trasferimento riconducibile alla disciplina dettata per la cessione d’azienda, deve intendersi ogni entità economica organizzata in maniera stabile la quale, in occasione del trasferimento, conservi la sua identità – ha anche precisato che (come affermato anche dalla Corte di Giustizia, sentenza 24 gennaio 2002, C-51/00 Temco, e sentenza 6.3.2014, in causa C- 458/12, Amatori ed altri , punti 34 e 35) tale trasferimento deve consentire l’esercizio di una attività economica finalizzata al perseguimento di uno specifico obbiettivo, il cui accertamento presuppone la valutazione complessiva di una pluralità di elementi, tra loro in rapporto di interdipendenza in relazione al tipo di impresa, consistenti nell’eventuale trapasso di elementi materiali o immateriali e del loro valore, nell’avvenuta riassunzione in fatto della maggior parte del personale da parte della nuova impresa, in ciò differenziandosi dalla cessione del contratto ex art. 1406 cod. civ., che attiene alla vicenda circolatoria del solo contratto, comportando la sola sostituzione di uno sei soggetti contraenti e necessitando, per la sua efficacia, del consenso del lavoratore ceduto (cfr. Cass. 17 marzo 2009 n. 6452)

Sulla base degli elementi sopra indicati, incontroversi e pacificamente riportati nella gravata sentenza, è stata rilevata, invero, la mancanza dell’autonomia ed autosufficienza dell’articolazione aziendale trasferita, valutata in concreto, con giudizio non adeguatamente censurato nella presente sede, come una sommatoria di lavoratori, di scarni beni aziendali di ridotto valore con aggregazione nel ramo ceduto di frazioni eterogenee dell’attività aziendali non autosufficienti e non coordinate fra loro, in assenza di una reale sede aziendale, e quindi di una omogeneità e consistenza dei lavoratori, dei beni e delle attività trasferiti idonee ad evidenziarne il collegamento funzionale e l’attitudine a configurare un autonomo ramo aziendale.


Cass. n. 12546/2018

Secondo una lettura dell’art. 2112 c.c. conforme alla Direttiva n. 77/187 e all’interpretazione datane dalla Corte di Giustizia (cfr. sentenze 25 gennaio 2001, C – 172/99; 26 settembre 2000, C – 175/99; 20 novembre 2003, C – 340/01), si è sostenuta l’applicabilità dell’art. 2112 c.c. anche ove il trasferimento dell’azienda non derivi da un contratto tra cedente e cessionario ma sia riconducibile ad un atto autoritativo della pubblica amministrazione (cfr. Cass., 12812 del 2014; Cass., 21278 del 2010; Cass., 5708 del 2009).

Proprio in riferimento all’attività di trasporto di persone su autobus assegnata da un ente di diritto pubblico a diversi operatori, la Corte di Giustizia ha ribadito l’applicabilità della Direttiva n. 77/187 (oggi direttiva n. 2001/23/CE) in assenza di rapporti contrattuali diretti tra il cedente e il cessionario “atteso che la cessione può essere effettuata anche in due fasi per effetto dell’intermediazione di un terzo, quale il proprietario o il locatore” e, quindi, “in assenza di un vincolo contrattuale diretto tra due imprese cui un ente di diritto pubblico abbia affidato successivamente, in esito al procedimento di assegnazione di un appalto pubblico di servizi conformemente alla direttiva 92/50, un servizio di trasporto pubblico non marittimo, come l’esercizio di linee locali regolari di autobus” (cfr. sentenza C. – 172/99, punti 29-30).

La statuizione, ricavabile dalla giurisprudenza della Corte di Giustizia, di applicabilità della direttiva citata anche ai trasferimenti d’azienda che avvengano in due fasi per effetto dell’intermediazione di un terzo, diverso da cedente e cessionario, oppure attraverso successivi procedimenti di assegnazione di un appalto pubblico di servizi, introduce logicamente la possibilità di soluzioni di continuità anche temporale e questa Corte ha già riconosciuto come “la giurisprudenza comunitaria ammette che possa esservi un periodo di sospensione tra l’attività del primo e del successivo imprenditore, dovendosi semmai valutarsi l’entità del medesimo” (Cass. n. 21278 del 2010).


Cass. n. 11418/2018

Il trasferimento d’azienda (con le conseguenze di cui all’art. 2112 cod. civ.) con la cessione di un insieme organicamente finalizzato ex ante all’esercizio dell’attività d’impresa (cfr. Cass. 10 marzo 1992, n. 2887) quando, restando inalterate la struttura organica dell’azienda medesima – o dell’autonomo ramo di essa, che, sebbene separatamente ceduto, non cessi di costituire un’entità organizzata e cioè un complesso di beni e di rapporti unificati dalla volontà del titolare in vista dello scopo produttivo perseguito – muti soltanto la persona di quest’ultimo; v. anche Cass. 7 dicembre 2006, n. 26215; Cass. 9 ottobre 2009, n. 21481; Cass. 23 luglio 2012; Cass. 8 maggio 2013, n. 10740).


Cass. n. 10431/2018

Ai fini del trasferimento dell’azienda, non è necessario che vengano trasferiti tutti i beni aziendali, ma è sufficiente il trasferimento di alcuni di essi, purché nel complesso di questi ultimi permanga un residuo di organizzazione che ne dimostri l’attitudine all’esercizio dell’impresa, sia pure con la successiva integrazione ad opera del cessionario (cfr, Cass., nn. 3514/1975; 3627/1996)

L’art. 2112 cod. civ., nel regolare i rapporti dì lavoro in caso di trasferimento d’azienda, trova applicazione in tutte le ipotesi in cui il cedente sostituisca a sé il cessionario senza soluzione di continuità, anche nel caso di affitto d’azienda; ne deriva che l’obbligazione dell’azienda affittuaria, come avviene per gli altri casi di cessione, si risolve in un impegno “sine die” di mantenimento dell’occupazione dei dipendenti trasferiti, che, una volta assunto, non può essere eluso semplicemente con la formale restituzione dell’azienda, per cessazione del rapporto di affitto, quando risulti che invece l’attività della impresa cedente era definitivamente cessata, mentre quella dell’azienda affittuaria era continuata

Le disposizioni di cui all’art. 2112 cod. civ. trovano applicazione tutte le volte che, rimanendo immutata l’organizzazione aziendale, vi sia soltanto la sostituzione della persona del titolare, indipendentemente dallo strumento tecnico-giuridico, attuativo di tale sostituzione, e quindi a maggior ragione nel caso di specie ove era stato stipulato un contratto denominato dalle parti come di affitto dell’azienda, espressamente contemplato nella citata disposizione. Sicché era da ritenersi coerente con tale tipo di contratto, ai fini dell’integrazione delle condizioni per l’operatività della tutela dei lavoratori, il subentro nella gestione del complesso dei beni organizzati ai fini dell’esercizio dell’impresa, ossia la continuità nell’esercizio dell’attività imprenditoriale, restando immutato il complesso di beni organizzati dell’impresa e l’oggetto di quest’ultima.


Cass. n. 9955/2018

Il trasferimento del pacchetto azionario di maggioranza di una società di capitali non integra gli estremi del trasferimento di azienda ai sensi dell’art. 2112 cod. civ., ma comporta solo una modificazione degli assetti azionari interni della persona giuridica, la quale, pertanto, conserva la sua soggettività esterna e, in particolare, la sua responsabilità nei confronti dei propri dipendenti per le obbligazioni assunte (così Cass. 18 aprile 2007, n. 9251; Cass. 12 marzo 2013, n. 6131).


Cass. n. 9903/2018

In materia di trasferimento di azienda o di parte (c.d. ramo) di essa, precisato che tanto la normativa comunitaria (direttive CE nn. 98/50 e 2001/23) quanto la legislazione nazionale (art. 2112, comma quinto, cod. civ., sostituito dall’art. 32 del d.lgs. 10 settembre 2003, n. 276) perseguono il fine di evitare che il trasferimento si trasformi in semplice strumento di sostituzione del datore di lavoro, in una pluralità di rapporti individuali, con altro sul quale i lavoratori possano riporre minore affidamento sul piano sia della solvibilità sia dell’attitudine a proseguire con continuità l’attività produttiva, osservando che la citata direttiva del 1998 richiede, pertanto, che il ramo d’azienda oggetto del trasferimento costituisca un’entità economica con propria identità, intesa come insieme di mezzi organizzati per un’attività economica, essenziale o accessoria, e, analogamente, l’art. 2112, quinto comma, cod.civ. si riferisce alla “parte d’azienda, intesa come articolazione funzionalmente autonoma di un’attività economica organizzata”.

Deve, quindi, trattarsi di un’entità economica organizzata in modo stabile e non destinata all’esecuzione di una sola opera (cfr. Corte di Giustizia CE, sentenza 24 gennaio 2002, C-51/00), ovvero di un’organizzazione quale legame funzionale che renda le attività dei lavoratori interagenti e capaci di tradursi in beni o servizi determinati (cfr. ex aliis: Cass. n. 21697 del 13.10.2009; n. 21481 del 9.10.2009; n. 20422 del 3.10.2012, n. 10542 del 25 febbraio 2016), là dove, infine, il motivo del trasferimento ben può consistere nell’intento di superare uno stato di difficoltà economica (cfr., Cass. 8.6.2009 n. 13171).

Per “ramo d’azienda”, come tale suscettibile di autonomo trasferimento riconducibile alla disciplina dettata per la cessione d’azienda, deve intendersi ogni entità economica organizzata in maniera stabile la quale, in occasione del trasferimento, conservi la sua identità – ha anche precisato che (come affermato anche dalla Corte di Giustizia, sentenza 24 gennaio 2002, C-51/00 Ternco, e sentenza 6.3.2014, in causa C- 458/12, Amatori ed altri , punti 34 e 35) tale trasferimento deve consentire l’esercizio di una attività economica finalizzata al perseguimento di uno specifico obbiettivo, il cui accertamento presuppone la valutazione complessiva di una pluralità di elementi, tra loro in rapporto di interdipendenza in relazione al tipo di impresa, consistenti nell’eventuale trapasso di elementi materiali o immateriali e del loro valore, nell’avvenuta riassunzione in fatto della maggior parte del personale da parte della nuova impresa, in ciò differenziandosi dalla cessione del contratto ex art. 1406 cod. civ., che attiene alla vicenda circolatoria del solo contratto, comportando la sola sostituzione di uno dei soggetti contraenti e necessitando, per la sua efficacia, del consenso del lavoratore ceduto (cfr. Cass. 17 marzo 2009 n. 6452).


Cass. n. 6184/2018

Occorre premettere che la frode alla legge è stata definita quale clausola generale di tipizzazione delle condotte tenute in violazione di norme imperative.

Per mezzo di essa, e dunque a seguito del combinato disposto della norma imperativa speciale che pone il divieto e della norma imperativa generale che sanziona la frode (art. 1344 c.c.), sono tipizzate non solo le violazioni dirette del precetto imperativo, ma anche le elusioni, violazioni mediate e indirette, non apparenti e occulte del medesimo.

Dal sistema di garanzie apprestato dalla Legge n. 223 del 1991 non è apparso, tuttavia, possibile enucleare un precetto che vieti, ove siano già in atto situazioni che possano portare agli esiti regolati dalla legge, di cedere l’azienda, ovvero di cederla solo a condizione che non sussistano elementi tali da rendere inevitabili quegli esiti (cfr. Cass. 2/5/2006 n. 10108 in motivazione).

Nell’ottica descritta, questa corte ha rimarcato, con risalente indirizzo privo di dissonanze, come neanche sa possibile enucleare un precetto che imponga un divieto di cessione – nel caso in cui sia prospettata la mancanza di solidità economica della azienda cessionaria – dalle disposizioni che regolano ii trasferimento d azienda (art. 2112 c.c.) e che non sia in frode alla legge, ne’ concluso per motivo illecito – non potendo ritenersi tale il motivo perseguito con un negozio traslativo, di addossare ad altri la titolarità di obblighi ed oneri conseguenti il contratto di cessione dell’azienda a soggetto che, per le sue caratteristiche imprenditoriali e in base alle circostanze del caso concreto, renda probabile la cessazione dell’attività produttiva e dei rapporti di lavoro (cfr. Cass. cit. n.10108/2006, Cass. 26/1/2012 n.1085, Cass. 20/3/2013 n.6969).

Non può sottacersi che l’evento della cessione di azienda sia certamente in grado di incidere fortemente sui diritti dei lavoratori, in particolare sull’occupazione, sicché il legislatore con l’art. 2112 c.c., e con la L. n. 428 del 1990, art. 47, ha predisposto una serie di cautele, che vanno dalla previsione della responsabilità solidale del cedente con il cessionario, in relazione ai crediti maturati dai dipendenti, all’intervento delle organizzazioni sindacali.

Nondimeno, nessun limite, neppure implicito, è stato posto alla libertà dell’imprenditore di dismettere l’azienda che sia sanzionato con l’invalidità o inefficacia dell’atto, nel rispetto dell’art. 41 Cost..

Da ciò consegue che la validità della cessione non è condizionata alla prognosi della continuazione dell’attività produttiva, e, di conseguenza, 11″onere del cedente di verificare le capacità e potenzialità imprenditoriali dei cessionario (vedi altresì in motivazione, in fattispecie sovrapponibile a quella qui scrutinata, Cass. 27/10/2015 n.21915).


Cass. n. 4553/2018

La fusione comporta (nel testo anteriore alle modifiche introdotte, dal 1°gennaio 2004, dal D.Ig. 17 gennaio 2003, n. 6, secondo cui la fusione tra società si risolve in una vicenda meramente evolutivo-modificativa dello stesso soggetto giuridico, che conserva la propria identità, pur in un nuovo assetto organizzativo, Cass. sez.un. 17 settembre 2010 n. 19698), nei rapporti tra le due società (incorporante ed incorporata), una successione a titolo universale (Cass. 22 marzo 2010 n. 6845), pur regolata esclusivamente dalla volontà delle società partecipanti (Cass. sez.un. n.19698 del 2010), mentre con riferimento ai rapporti di lavoro essa non può che essere disciplinata dall’art. 2112 c.c. (cfr. Cass. n. 10614\2011) che ha peraltro soggiunto che l’applicazione del principio statuito dalla citata norma (secondo il quale ai lavoratori che passano alle dipendenze dell’impresa incorporante si applica il contratto collettivo che regolava il rapporto di lavoro presso l’azienda cedente) vale solo nel caso in cui l’impresa cessionaria non applichi alcun contratto collettivo, mentre, in caso contrario, la contrattazione collettiva dell’impresa cedente è sostituita immediatamente ed in tutto da quella applicata nell’impresa cessionaria anche se più sfavorevole.


Cass. n.  2280/2018

Anche a seguito del D.Lgs. n. 276 del 2003, art. 32, il principio per cui per “ramo d’azienda”, ai sensi dell’art. 2112 c.c., deve intendersi ogni entità economica organizzata la quale, in occasione del trasferimento, conservi la sua identità – come del resto previsto dalla prima parte del D.Lgs. n. 276 del 2003, art. 32 – presupponendo ciò comunque una preesistente entità produttiva funzionalmente autonoma (potendo conservarsi solo qualcosa che già esiste), e non anche una struttura produttiva creata ad hoc in occasione del trasferimento o come tale unicamente identificata dalle parti del negozio traslativo, essendo preclusa l’esternalizzazione come forma incontrollata di espulsione di frazioni non coordinate fra loro, di semplici reparti o uffici, di articolazioni non autonome, unificate soltanto dalla volontà dell’imprenditore e non dall’inerenza del rapporto ad una entità economica dotata di autonoma ed obiettiva funzionalità (cfr. Cass. 15 aprile 2014 n. 8757, Cass. 4 dicembre 2012 n. 21711 e nello stesso senso Cass. 8 giugno 2009 n. 13171 e Cass. 9 ottobre 2009 n. 21481).

Non può ammettersi un trasferimento di ramo d’azienda con riferimento alla sola decisione, assunta dal soggetto cedente, di unificare alcuni beni e lavoratori, affidando a questi un’unica funzione al momento del trasferimento.

Tanto infatti contrasterebbe, e con le direttive comunitarie nn. 1998/50 e 2001/23 che richiedono già prima di quest’atto “un entità economica che conservi la propria identità” ossia un assetto già formato, e con gli artt. 4 e 36 Cost. che impediscono di rimettere discipline inderogabili di tutela dei lavoratori (sent. n. 115 del 1994 della Corte Cost.) ad un mero atto di volontà del datore di lavoro, incontrollabile per l’assenza di riferimento oggettivi (Cfr. Cass. 15 aprile 2014 n. 8757 e Cass. 4 dicembre 2012 n. 21711 cit.).

Né a diverse conclusioni può indurre la sentenza 6 marzo 2014 della Corte di Giustizia resa nella causa Lorenzo Amatori e altri C-458/12, secondo la quale l’art. 1, par. 1, lett. a) e b), della direttiva 2001/23/CE del Consiglio, del 12 marzo 2001, concernente il ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri relative al mantenimento dei diritti dei lavoratori in caso di trasferimenti di imprese, di stabilimenti o di parti di imprese o di stabilimenti, deve essere interpretato nel senso che non osta ad una normativa nazionale, come quella oggetto del procedimento principale, la quale, in presenza di un trasferimento di una parte di impresa, consenta la successione del cessionario al cedente nei rapporti di lavoro nell’ipotesi in cui la parte di impresa in questione non costituisca un’entità economica funzionalmente autonoma preesistente al suo trasferimento.


Cass. n. 1382/2018

Deve essere ribadito che nella ipotesi regolata dall’art. 2112 cod. civ. il trasferimento del lavoratore alle dipendenze dell’impresa cessionaria costituisce un effetto automatico ex lege, rispetto al quale non è configurabile alcuna giuridica possibilità di opposizione.

Come condivisibilmente osservato in tale pronunzia, il legislatore, nell’intento di approntare un sistema di garanzia per i lavoratori, di continuità dell’occupazione, ha, coerentemente, stabilito da un canto, che la vicenda traslativa dell’impresa non può costituire motivo di licenziamento né per il cedente né per il cessionario; dall’altro, che non è richiesto il consenso dei lavoratori coinvolti, dato l’effetto di trasferimento automatico ex lege connesso alla configurazione del trasferimento d’azienda.

In tale contesto normativo, la cessione di azienda è stata configurata, con riferimento alla posizione del lavoratore, quale successione legale nel contratto che, non richiedendo il consenso del contraente ceduto, non è assimilabile alla cessione negoziale per la quale tale consenso opera da elemento costitutivo della fattispecie di cui all’art.1406 cod. civ. (vedi Cass. 22/7/2002 n.10701 cui adde ex plurimis, Cass. 9/10/2009 n. 21481; Cass. 7/3/2013 n. 5678).

E’ stato altresì evidenziato che la giurisprudenza della Corte di Giustizia è da tempo orientata in tal senso, laddove ha affermato (vedi sentenza 24/1/2002 C/51/00) che l’art.3, n.1, della direttiva sancisce il principio del trasferimento automatico al cessionario dei diritti e degli obblighi che risultano per il cedente dai contratti di lavoro esistenti alla data del trasferimento dell’impresa.

La regola che risulta da queste disposizioni, secondo cui il trasferimento avviene senza il consenso delle parti in causa, è imperativa; non è consentito derogarvi in senso sfavorevole ai lavoratori. Di conseguenza, l’attuazione dei diritti conferiti ai lavoratori dalla direttiva non può essere subordinata al consenso né del cedente o del cessionario, né dei rappresentanti dei lavoratori, né dei lavoratori stessi (sentenza 25 luglio 1991, causa C-362/89, D’Urso e a., Racc. pag. 1-4105, punto 11).

Tuttavia, benché il trasferimento del contratto di lavoro s’imponga sia per il datore di lavoro sia per il lavoratore, la Corte ha ammesso la facoltà per quest’ultimo di rifiutare che il suo contratto di lavoro sia trasferito al cessionario (v., in particolare, sentenza 16 dicembre 1992, cause riunite C 132/91, C-138/91, C-139/91, Katsikas e a., Race. pag. 1-6577, punti 31-33).

In questo caso, la situazione del lavoratore dipende dalla normativa di ogni Stato membro: o il contratto che lega il dipendente all’impresa cedente può essere risolto su iniziativa del datore di lavoro o su iniziativa del dipendente, oppure il contratto può continuare con tale impresa (v., in particolare, sentenza Katsikas e a., citata, punto 36)” ( Cass. 12919/2017 cit.).

Il legislatore italiano, secondo la lettura qui condivisa dell’art. 2112 cod. civ., non ha previsto alcuna necessità di consenso o, simmetricamente, alcuna facoltà per il lavoratore di opporsi al trasferimento alle dipendenze della cessionaria, mostrando di ritenere sufficiente alla tutela delle ragioni del lavoratore che non voglia passare all’acquirente dell’azienda, il ricorso all’istituto del recesso.