Cass. n. 18954/2020

Il problema che si pone è quello di accertare se il regime della decadenza di cui alla citata disposizione si applichi anche alle cessioni di contratti di lavoro, ai sensi dell’art. 2112 cod. civ., avvenute prima della entrata in vigore della legge n. 183 del 2010.

La Corte di merito ha escluso tale applicabilità sul presupposto che la disposizione di cui all’art. 32 co. 4 legge citata, per i contratti già scaduti al momento della sua entrata in vigore, fa riferimento solo a quelli “a termine” e non anche alle altre fattispecie.

La conclusione dei giudici di merito va confermata sia pure con le integrazioni motivazionali che seguono.

A tal uopo è opportuno premettere che la ratio dell’art. 32 della legge n. 183 del 2010 è stata quella di estendere ad una serie di ipotesi ulteriori la previsione dell’art. 6 della legge n. 604 del 1966 (previamente modificato) sull’impugnativa stragiudiziale, originariamente limitata al licenziamento (Cass. n. 13648 del 2019).

La finalità è quella di contrastare pratiche di rallentamento dei tempi del contenzioso giudiziario che finirebbero per provocare una moltiplicazione degli effetti economici in caso di eventuale sentenza favorevole e di stabilizzare le posizioni giuridiche delle parti in situazioni in cui si ha l’esigenza di conoscere, con precisione ed entro termini ragionevoli, se e quanti lavoratori possono far parte dell’organico aziendale.

Tuttavia, trattandosi di una limitazione temporale per l’esercizio dell’azione giudiziaria di non poco conto, tanto da dovere ritenere che la norma oggetto di esame abbia carattere di eccezionalità, si impone una interpretazione particolarmente rigorosa, soprattutto con riguardo alla fattispecie di chiusura prevista dall’art. 32 co. 4 lett. d) legge citata (Cass. n. 13179 del 2017).

Orbene, il dato da cui partire è rappresentato dal fatto che questa Corte più volte ha già esaminato, sia pure in materie diverse, il problema attinente alla determinazione dell’incidenza di una legge sopravvenuta che introduce ex novo un termine di decadenza in una situazione ancora pendente (Cass. n. 15352 del 2015; e Cass. n. 29754 del 2019), come nel caso di specie.

Premesso che la previsione di un termine di decadenza da parte del legislatore certamente non può avere effetto retroattivo e, cioè, non può fare considerare maturato, in tutto o in parte, un termine facendolo decorrere prima dell’entrata in vigore della legge che l’abbia istituito, si è affermato, conformemente ai principi generali dell’ordinamento in materia di termini, che ove una modifica normativa introduca un termine di decadenza prima non previsto, la nuova disciplina si applichi anche alle situazioni oggettive in essere, ma la decorrenza del termine viene fissata con riferimento alla entrata in vigore della modifica legislativa.

Ciò in un’ottica di bilanciamento di due contrapposte esigenze, ovverosia, da un lato, quella di garantire l’efficacia del fine sollecitatorio perseguito dal legislatore con l’introduzione del termine decadenziale e, dall’altro, quella di tutelare l’interesse del privato, onerato della decadenza, a non vedersi addebitare un comportamento inerte allo stesso non imputabile (Cass. n. 13355 del 2014).

La stessa Corte Costituzionale ha affermato che l’intervento normativo successivo può incidere non solo su situazione di mero affidamento, ma anche su diritti soggettivi (Corte Cost. 18.10.2010 n. 302; Corte Cost. 16.7.2009 n. 236).

Si è anche precisato che la realizzazione di tale bilanciamento viene individuata con riferimento alla soluzione adottata dal legislatore con l’art. 252 disp. att. cod. civ., disposizione alla quale deve attribuirsi il valore di regola generale così come affermato già dalla Corte Costituzionale con la sentenza 3.2.1994 n. 20 e ribadito da numerose sentenze della Corte di Cassazione (Cass. n. 6173 del 2008; Cass. n. 5811 del 2010; Cass. n. 6705 del 2010; Cass. n. 25746 del 2009).

Tuttavia l’applicazione di detti principi, secondo la giurisprudenza sopra richiamata, richiede due condizioni: a) la prima, è rappresentata dal fatto che in precedenza non era prevista, per la fattispecie in esame, alcun termine di decadenza; b) la seconda, è costituita dal fatto che non sia disciplinata la fase transitoria tra i due regimi normativi.

La questione si sposta, pertanto, nell’accertare se possa considerarsi presente, nella disposizione in commento, un passaggio letterale o logico-sistematico che possa chiarire se vi sia stata una voluntas legis circa la individuazione della decorrenza dell’ambito operativo della norma, tale da manifestarsi appunto quale espressione di diritto intertemporale.

Ritiene il Collegio che la verifica debba essere condotta nell’ambito dell’intero comma 4 dell’art. 32 della legge n. 183 del 2010.

Si è fatto sopra riferimento alla decisività dell’interpretazione letterale e, proprio avendo riguardo ad essa, deve porsi l’attenzione sulla locuzione “con termine decorrente dalla data del trasferimento’.

Dalla lettura del testo si evince che il legislatore non si è limitato a specificare solo la tipologia della fattispecie contrattuale ora sottoposta a decadenza, ma individuando esattamente il termine da cui fare decorrere la stessa, ha di fatto limitato il campo di applicazione temporale della norma unicamente alle cessioni di contratti di lavoro in cui la data del trasferimento, ex art. 2112 cod. civ., sia successiva alla data di entrata in vigore della legge n. 183 del 2010.

Invero, esclusa come detto in precedenza la natura retroattiva della legge che introduce un termine di decadenza prima non previsto e statuito, in modo specifico, un momento particolare per la individuazione della decorrenza da cui computare la decadenza, si deve argomentare che i rapporti non ancora esauriti non possono essere regolati dal principio di cui all’art. 252 disp att. cod. civ., proprio perché la detta precisazione -nella articolazione della norma- si pone non solo come caratterizzante, in modo statico, la struttura della fattispecie, dando certezza alle singole scansioni temporali riguardanti la fase impugnatoria, ma si manifesta anche, dinamicamente, come disposizione diretta a limitare l’ambito applicativo di operatività della disposizione.

La specifica indicazione del momento della “data del trasferimento” deve essere inteso, pertanto, come il dies a quo del termine di decadenza, e non come fatto generatore della decadenza medesima (che è invece il tempo) e, quindi, riveste una bivalenza esegetica che lo contraddistingue sia come elemento cronologico (da cui appunto far decorrere il termine) che quale espressione di diritto intertemporale diretta a disciplinare l’applicabilità del nuovo regime rispetto ad ipotesi in precedenza non soggette a decadenza.

Significativo, infatti, sotto quest’ultimo aspetto, è il riferimento che il legislatore ha fatto al concetto di “trasferimento”, e non a quello, per esempio, di comunicazione preventiva del provvedimento della cessione ai lavoratori ovvero omettendo addirittura alcuna specificazione, proprio per sottolineare la circostanza che è il momento traslativo ad assumere decisività ai fini della decorrenza del termine decadenziale e, quindi, come logica conseguenza, la necessità che il suo avveramento, come fatto storico, avvenga sotto la vigenza della nuova legge.

Tale conclusione, come correttamente precisato dalla Corte territoriale, trova poi conforto, sotto il profilo logico-sistematico, nell’assenza, nel comma 4 dell’art. 32 citato, di una analoga disposizione a quella prevista per i contratti a termine, ove invece è stata disciplinata chiaramente l’ipotesi anche per quelli già scaduti.

Alla stregua di quanto esposto, ritiene il Collegio che alle cessioni di contratti di lavoro, ai sensi dell’art. 2112 cc, il cui trasferimento sia avvenuto prima della entrata in vigore della legge n. 183 del 2010, non si applichi il termine di decadenza di cui all’art. 32 co. 4 lett. c) della legge citata.


Cass. n. 15156/2019

Il trasferimento dell’azienda o di un ramo d’azienda configura una successione a titolo particolare nei rapporti preesistenti il che, sul piano processuale, determina, ai sensi dell’art. 111 cod. proc. civ., la prosecuzione del processo in corso tra le parti originarie, salvo il diritto del successore a titolo particolare di intervenire nel processo o la possibilità di chiamata in causa dello stesso, atteso che detto trasferimento non determina l’estinzione del cedente, che conserva, per espressa disposizione di legge, con l’interesse ad agire e la veste di sostituto processuale dell’acquirente, il potere di esercitare nel processo i diritti di quest’ultimo, fino a quando l’avente causa non abbia esercitato il suo potere di intervento, e il potere di impugnazione, fino a quando tale potere non sia stato esercitato dallo stesso avente causa (Cass. n. 23936/2007)