Cass. n. 28440/2019

Ai fini dell’applicazione dell’art. 13, comma 2, 1. n. 412/1991 (a norma del quale «l’INPS procede annualmente alla verifica delle situazioni reddituali dei pensionati incidenti sulla misura o sul diritto alle prestazioni pensionistiche e provvede, entro l’anno successivo, al recupero di quanto eventualmente pagato in eccedenza»), non si richiede l’accertamento del dolo dell’assicurato o l’esistenza di un provvedimento dell’Istituto di attribuzione del bene della vita oggetto di recupero, ma rileva semplicemente il controllo delle date in cui la comunicazione dell’assicurata è avvenuta e la tempestività della richiesta dell’Istituto rispetto ad esse (così Cass. n. 3215 del 2018, in motivazione; Cass. nn. 15039 e 2802 del 2019 ), di talché, una volta che il pensionato abbia comunicato i dati rilevanti ai fini della verifica della persistenza delle condizioni legittimanti la corresponsione del trattamento pensionistico (prima del quale adempimento il termine annuale non decorre: così Cass. n. 953 del 2012), debbono considerarsi ripetibili tutte le somme che siano state erogate in eccesso rispetto al dovuto.

Si è, infatti, chiarito che la previsione dell’art. 13, 2° comma, a differenza di quanto stabilito nel 1° comma, non richiede alcun accertamento del dolo dell’assicurato o dell’esistenza di un provvedimento dell’Istituto di attribuzione del bene, ma impone soltanto il controllo delle date in cui la comunicazione dell’assicurata è avvenuta e la tempestività della richiesta dell’Istituto rispetto ad esse.

In particolare, questa Corte di legittimità ( Cass. n. 1228 del 2011; Cass. 24 gennaio 2012, n. 953 e, più di recente, Cass. 26 luglio 2017, n. 18551), nel delineare il meccanismo di operatività proprio della fattispecie normativa in esame ha precisato che essa non richiede l’accertamento del dolo dell’accipiens ed ha ricordato che la materia relativa all’onere di comunicazione dei dati reddituali incidenti sul diritto e sulla misura delle prestazioni previdenziali ed assistenziali, è stata più volte modificata dal legislatore (D.L. n. 207 del 2008, art. 35, comma 8, convertito in L. n. 14 del 2009, i cui commi 11, 12 e 13 sono stati poi abrogati dal primo gennaio 2010 dal D.L. n. 78 del 2009, nonché art. 15, convertito in L. n. 102 del 2009, che ha precisato che la materia è stata ancora parzialmente modificata dal DI. n. 78 del 2010, art.13, comma 6, convertito in L. n. 122 del 2010) ma è però sempre rimasto in vigore, nonostante i mutamenti delle modalità di comunicazioni reddituali, l’obbligo dell’Inps di procedere annualmente alla verifica e di provvedere al recupero, entro l’anno successivo di quanto pagato in eccedenza.

Inoltre, le Sezioni unite di questa Corte con la sentenza n. 18046 del 04/08/2010, hanno affermato che “In tema d’indebito previdenziale, nel giudizio instaurato, in qualità d’attore, dal pensionato che miri ad ottenere l’accertamento negativo del suo obbligo di restituire quanto l’ente previdenziale abbia ritenuto indebitamente percepito, l’onere di provare i fatti costitutivi del diritto a conseguire la prestazione contestata, ovvero l’esistenza di un titolo che consenta di qualificare come adempimento quanto corrisposto, è a suo esclusivo carico”.

Nella fattispecie le S.U. hanno ritenuto che spettasse al pensionato-attore l’onere di provare il mancato superamento della soglia del reddito per l’attribuzione della quota d’integrazione al minimo, contestata dall’Ente previdenziale in sede di richiesta stragiudiziale di ripetizione della maggior somma erogata. Ne consegue che – contrariamente a quanto affermato dalla sentenza impugnata – spettava non all’Inps ma alla pensionata, originaria ricorrente, di dimostrare le condizioni per la irripetibilità dell’indebito alla luce della L. n. 88 del 1989, art.52, come autenticamente interpretato dalla L. n. 412 del 1991, art.13.


Cass. n. 14426/2019

L’azione di ripetizione di indebito per la restituzione di somme corrisposte mensilmente è soggetta all’ ordinaria prescrizione decennale e non a quella quinquennale prevista dall’art. 2948, n. 4, c.c., in quanto la frequenza mensile assume rilievo come occasionale conseguenza delle singole indebite percezioni e non come causa, stabilita ex ante, dell’attribuzione patrimoniale (Cass. n. 21962 del 10/09/2018).

Occorre infatti distinguere l’ipotesi in cui i presupposti costitutivi di un determinato credito si collochino periodicamente nel tempo da quella in cui, in conseguenza di un rapporto di durata, si debbano avere pagamenti periodici.

La fattispecie riguardata dall’art. 2948 n. 4 c.c. è esclusivamente la seconda, come è reso evidente dal richiamo della norma non tanto al mero sorgere periodico del credito, quanto a «ciò che deve pagarsi» periodicamente, ovverosia ad una situazione propria dei casi in cui «soltanto con il protrarsi dell’adempimento nel tempo si realizza la causa del rapporto obbligatorio» in relazione ad uno specifico interesse del creditore che si soddisfa «attraverso la ricezione di più prestazioni» messe, in regolare cadenza temporale, a (q7 disposizione del creditore (v. Cass. 21 luglio 2000, n. 9627, Cass. 6 dicembre 2006, n. 26161, Cass. 20 dicembre 2017, n. 30546, e, da ultimo, Cass. 10 settembre 2018 n. 21962, cit.).

Diverso è dunque il caso di specie, in cui il credito restitutorio è sorto nel momento in cui vi sono state le indebite erogazioni, rispetto all’ipotesi, propria dell’art. 2948 n. 4 c.c., in cui è stabilita ex ante, in ragione della causa dell’attribuzione patrimoniale, la necessità di pagamenti a cadenze temporali prefissate. Pertanto l’obbligo restitutorio oggetto di causa soggiace alla prescrizione ordinaria decennale in relazione a ciascuna delle indebite erogazioni.

La nozione di dolo che, ai sensi degli artt. 1, comma 263, della I. n. 662 del 1996 (nel testo sostituito dall’art. 38 della I. n. 448 del 1998) e 38, comma 10, della I. n. 448 del 2001, consente la ripetizione dell’indebito nei confronti degli eredi del pensionato va desunta da quella prevista per la ripetibilità nei confronti del pensionato stesso dagli artt. 80 del r.d. n. 1422 del 1924 e 52 della I. n. 88 del 1989, da intendere come comprensiva della omessa o incompleta segnalazione di circostanze incidenti sul diritto o sulla misura del trattamento, che non siano già conosciute o conoscibili dall’ente competente (Cass. n. 1919 del 25/01/2018, Cass. n. 27096 del 25/10/2018).


Cass. n. 9273/2019

L’art. 8 del D.P.R. n. 818 del 1957, sul riordinamento delle pensioni dell’assicurazione obbligatoria – secondo cui debbono essere acquisiti alle singole gestioni e, quindi, accreditati agli effetti del diritto alle prestazioni assicurative, quei contributi indebitamente versati, allorché l’accertamento dell’indebito versamento sia posteriore di oltre cinque anni alla data dell’avvenuto versamento medesimo – riveste carattere eccezionale, cosicché tale forma di sanatoria presuppone sempre, per la sua applicabilità, l’esistenza di un valido rapporto di assicurazione generale obbligatoria con l’Inps e, conseguentemente, non può essere invocata al di fuori della possibilità di istituire regolarmente o protrarre legittimamente un tale rapporto, il quale, a sua volta, presuppone la sussistenza di un rapporto di lavoro assicurabile in detta forma, quand’anche abbia avuto luogo, per qualsiasi causa, un versamento di contributi al predetto istituto (cfr. Cass. n. 12355/2010, n. 64/2009; n. 13919/2001; n. 5078/1991, n. 449/1988, n. 451/1985, n. 6152/1981, n. 4044/1980).


Cass. n. 3802/2019

«L’obbligo del/’I.N.P.S. di procedere annualmente alla verifica dei redditi dei pensionati, prevista dall’art. 13 della legge n. 412 del 1991 quale condizione per la ripetizione, entro l’anno successivo, dell’eventuale indebito previdenziale, sorge unicamente in presenza di dati reddituali certi, sicchè il termine annuale di recupero non decorre sino a che il titolare non abbia comunicato un dato reddituale completo» (Cass. 24 gennaio 2012, n. 953, ma v. anche Cass. 20 gennaio 2011, n. 1228 e Cass. 26 luglio 2017, n. 18551).

Da ciò il corollario che la questione attinente alle modifiche reddituali di cui l’ente previdenziale venga autonomamente a conoscenza in ragione della propria attività istituzionale o che siano ad esso regolarmente rese note dall’interessato, non appartiene in sé all’ambito degli errori I.N.P.S. e quindi alla sfera della non ripetibilità, soggiacendo invece alla regola di ripetibilità, ma in un termine decadenziale stabilito appunto dall’art. 13, co. 2.

Tale disciplina si fonda sulla considerazione per cui tra la percezione di una prestazione connessa al reddito e la verifica in merito al mantenersi dei redditi al di sotto della soglia che condiziona l’an o il quantum della prestazione stessa si manifesta una «fisiologica sfasatura temporale» (Corte Costituzionale 24 maggio 1996 n. 166), data dai tempi tecnici affinché i dati disponibili all’Istituto siano «immessi nei circuiti delle verifiche contabili” (così ancora Corte Cost. cit.).

Pertanto, per un verso, la decadenza di cui all’art. 13, co. 2, riguarda il mancato rispetto del termine finale per l’attività di recupero e non il termine stabilito per le attività di verifica annuali, rispetto al quale la previsione ha la portata di una mera norma di azione della P.A., finalizzata a scandirne l’incedere accertativo.

Per altro verso, sulla scia della citata giurisprudenza secondo cui la verifica può aversi solo allorquando l’ente sia in possesso di dati reddituali certi (Cass, 953/2012 cit. e le altre pronunce sopra richiamate), il senso della previsione è quello per cui il termine, nel suo complesso, ha decorrenza dall’anno in cui l’ente ha avuto conoscenza (o conoscibilità) dei dati da cui emerge il superamento dei limiti reddituali e quindi li ha anche potuti verificare.


Cass. n. 29419/2018

Nel settore della previdenza e dell’assistenza obbligatorie si è affermato, ed è venuto via via consolidandosi, un principio di settore secondo il quale, in luogo della generale regola codicistica di incondizionata ripetibilità dell’indebito, trova applicazione la regola, propria di tale sottosistema, che esclude viceversa la ripetizione in presenza di situazioni di fatto variamente articolate, ma comunque avente generalmente come minimo comune denominatore la non addebitabilità al percepiente della erogazione non dovuta ed una situazione idonea a generare affidamento.

Al riguardo, la giurisprudenza della Corte Costituzionale ha rilevato che il canone dell’art. 38 Cost., appresta al descritto principio di settore una garanzia costituzionale in funzione della soddisfazione di essenziali esigenze di vita della parte più debole del rapporto obbligatorio, che verrebbero ad essere contraddette dalla indiscriminata ripetizione di prestazioni naturaliter già consumate in correlazione – e nei limiti – della loro destinazione alimentare (C. cost. n. 39 del 1993; n. 431 del 1993).

Lo stesso Giudice delle leggi – pronunciandosi anche con successive ordinanze n. 264/2004 e n. 448/2000, con specifico riferimento all’indebito assistenziale – pur affermando che non sussiste un’esigenza costituzionale che imponga per l’indebito previdenziale e per quello assistenziale un’identica disciplina, ha ritenuto che operi anche “in questa materia un principio di settore, onde la regolamentazione della ripetizione dell’indebito è tendenzialmente sottratta a quella generale del codice civile” (ord. n. 264/2004).


Cass. n. 28163/2018

Come già affermato da Cass. 10 ottobre 2015, n. 19638, la disciplina della ripetibilità muta a seconda della ragione che ha dato luogo all’indebito assistenziale (mancanza dei requisiti sanitari ovvero dei requisiti reddituali o, ancora, in via generale dei requisiti di legge) e le disposizioni sull’indebito assistenziale che fanno riferimento alla mancanza, in via generale, dei requisiti di legge (escludendosi, quindi, le norme che regolano espressamente la sorte dell’indebito per difetto del requisito sanitario o di quello reddituale) vanno individuate nel decreto-legge n. 850 del 1976, art. 3-ter, convertito in legge n. 29 del 1977, secondo cui «Gli organi preposti alla concessione dei benefici economici a favore.., degli invalidi civili hanno facoltà, in ogni tempo, di accertare la sussistenza delle condizioni per il godimento dei benefici previsti, disponendo la eventuale revoca delle concessioni con effetto dal primo giorno del mese successivo alla data del relativo provvedimento», nonché nel decreto-legge n. 173 del 1988, art. 3, comma 9, convertito nella legge n. 291 del 1988, che recita: «Con decreto del Ministro del Tesoro sono stabiliti i criteri e le modalità per verificare la permanenza nel beneficiario del possesso dei requisiti prescritti per usufruire della pensione, assegno o indennità previsti dalle leggi indicate nel comma 1 e per disporne la revoca in caso di insussistenza di tali requisiti, con decreto dello stesso Ministro, senza ripetizione delle somme precedentemente corrisposte».


Cass. n. 27096/2018

Il limite alla ripetibilità desumibile dall’art. 13, co. 2, L. n. 412/1991 si applica soltanto se vi siano state le dovute comunicazioni da parte del lavoratore, che consentano all’ente le relative verifiche., essendosi infatti affermato che «in tema di indebito previdenziale, il pensionato, ove chieda, quale attore, l’accertamento negativo della sussistenza del suo obbligo di restituire quanto percepito, ha l’onere di provare i fatti costitutivi del diritto alla prestazione già ricevuta ovvero l’esistenza di un titolo che consenta di qualificare come adempimento quanto corrispostogli, senza che assuma rilievo l’inosservanza, da parte dell’Istituto, dell’obbligo ex art. 13, comma 2, legge n. 412 del 1991, di verificare annualmente l’esistenza di situazioni reddituali del pensionato incidenti sul diritto o sulla misura della pensione, la cui operatività è condizionata alla preventiva segnalazione, ai sensi dell’art. 13, comma 1, legge n. 412 del 1991, dei relativi fatti da parte dell’interessato» (Cass. 20 gennaio 2011, n. 1228, con principi poi confermati da Cass. 24 gennaio 2012, n. 953 e, più di recente, da Cass. 26 luglio 2017, n. 18551).


Cass. n. 26231/2018

Le Sezioni Unite di questa Corte hanno già avuto modo di statuire con la citata sentenza n. 18046 del 4.8.2010 che «In tema d’indebito previdenziale, nel giudizio instaurato, in qualità d’attore, dal pensionato che miri ad ottenere l’accertamento negativo del suo obbligo di restituire quanto l’ente previdenziale abbia ritenuto indebitamente percepito, l’onere di provare i fatti costitutivi del diritto a conseguire la prestazione contestata, ovvero l’esistenza di un titolo che consenta di qualificare come adempimento quanto corrisposto, è a suo esclusivo carico (Nella fattispecie le S.U. hanno ritenuto che spettasse al pensionato-attore l’onere di provare il mancato superamento della soglia del reddito per l’attribuzione della quota d’integrazione al minimo, contestata dall’Ente previdenziale in sede di richiesta stragiudiziale di ripetizione della maggior somma erogata)».

Tale principio è stato successivamente ripreso dalla Sezione lavoro di questa Corte (Cass. sez. lav. n. 2739 dell’11.2.2016) che ha confermato che in tema d’indebito previdenziale, nel giudizio instaurato per ottenere l’accertamento negativo dell’obbligo di restituire quanto l’ente previdenziale ritenga indebitamente percepito, è a carico esclusivo dell'”accipiens” l’onere di provare i fatti costitutivi del diritto a conseguire la prestazione contestata, ovvero l’esistenza di un titolo che consenta di qualificare come adempimento quanto corrisposto.

Tra l’altro, è interessante notare che questa Corte (Cass. sez. lav. n. 1228 del 20.1.2011), nel ribadire che in tema di indebito previdenziale, il pensionato che agisce per l’accertamento negativo della sussistenza del suo obbligo di restituire quanto percepito ha l’onere di provare i fatti costitutivi del diritto alla prestazione già ricevuta, ha chiarito, altresì, che in tal caso non assume rilievo l’inosservanza, da parte dell’Istituto, dell’obbligo ex art. 13, comma 2, legge n. 412 del 1991, di verificare annualmente l’esistenza di situazioni reddituali del pensionato incidenti sul diritto o sulla misura della pensione, la cui operatività è condizionata alla preventiva segnalazione, ai sensi dell’art. 13, comma 1, legge n. 412 del 1991, dei relativi fatti da parte dell’interessato. (Nella specie, la S.C., in applicazione del principio di cui alla massima, ha cassato la sentenza di merito che aveva affermato l’irripetibilità delle somme indebitamente corrisposte, anche in ragione della mancata attivazione dell’INPS in ordine alle verifiche dei redditi del pensionato nei tempi previsti dalla legge).

D’altra parte, dalla sentenza impugnata emerge che nella fattispecie la ragione dell’indebito era riconducibile al godimento dell’assegno pur in presenza del superamento dei previsti limiti reddituali, per cui spettava alla contribuente, che ne aveva la possibilità e l’onere, dimostrare che i redditi percepiti nel periodo relativo alla richiesta di rimborso erano rimasti al di sotto della soglia di legge ai fini del mantenimento della suddetta provvidenza.


Cass. n. 13664/2018

Questa Corte ha affermato (Cass. n. 953 del 20) che, a fronte della comunicazione fatta dal pensionato, si impongono complessi oneri di calcolo a carico dell’Istituto, per accertare se effettivamente l’eccedenza si sia verificata ed in quale misura, perché solo all’esito di queste operazioni il recupero è consentito e reso possibile. Se così è, si deve ritenere che l’obbligo dell’ente previdenziale di effettuare la procedura di verifica scatti solo in presenza della comunicazione di dati reddituali certi (e non presunti).

Ininfluente appare il richiamo, da parte della controricorrente, della sentenza di questa Corte n. 1228 del 2011, in quanto la pronuncia ha precisato che, nel caso di specie, nulla era dato sapere sulla formazione dell’indebito richiesto dall’Inps e sulle ragioni che lo avevano provocato, nulla sapendosi se esso fosse conseguente alla mancata segnalazione dei dati reddituali da parte del pensionato.


Cass. n. 1170/2018

L’erogazione delle maggiori somme a titolo di pensione di vecchiaia, poi risultate non dovute e formanti oggetto di trattenuta per effetto della percezione di un reddito da lavoro autonomo, non è causata da un errore dell’ente, essendo l’erogazione e la successiva trattenuta eventi fisiologicamente necessari nella previsione normativa, che regola modalità e tempi per il completamento della fattispecie, con struttura bifasica compiutamente disciplinata in modo che, all’erogazione della pensione in un determinato anno, in caso di percezione nel medesimo anno di un reddito da lavoro autonomo, segua la trattenuta delle quote di pensione in via provvisoria, sulla base della dichiarazione dei redditi che il pensionato prevede di conseguire nel corso dell’anno – previa, dunque, apposita dichiarazione – e, in via definitiva, tramite conguaglio, sulla base della dichiarazione dei redditi effettivamente percepiti – altra apposita dichiarazione – rilasciata entro lo stesso termine previsto per la dichiarazione dei redditi ai fini dell’IRPEF.

La disciplina del divieto di cumulo dei redditi da lavoro autonomo con la pensione è tutta racchiusa nelle richiamate disposizioni e l’art.10 del citato decreto legislativo n. 503 costituisce, pertanto, norma speciale volta a regolare un’ipotesi peculiare di indebito scaturita dall’applicazione del divieto di cumulo tipizzato dalla stessa norma.

L’indebito oggettivo così configurato, derivante non già da errore nell’erogazione della prestazione pensionistica sibbene da ricalcolo della prestazione pensionistica per un divieto previsto dall’ordinamento – l’incumulabilità della pensione con i redditi da lavoro autonomo – esclude l’applicabilità della norma generale sull’indebito previdenziale che postula la diversa ipotesi dell’erogazione di un trattamento pensionistico in misura superiore a quella dovuta per errore, di qualsiasi natura, imputabile all’ente erogatore.

La potenziale conoscibilità aliunde, da parte dell’INPS, delle condizioni reddituali, sulla quale il ricorrente ha fatto leva in ragione delle diverse comunicazioni effettuate in riferimento al rapporto assicurativo per l’attività lavorativa svolta non scalfisce il principio esposto e l’iter argomentativo della Corte territoriale che, nel ribadire l’esistenza, a carico del pensionato, di un obbligo di informativa della condizione lavorativa, con relativi proventi reddituali, successiva al pensionamento, ha peraltro rimarcato, senza essere fatto segno di censura, che non era risultato contestato che, al momento della domanda di pensione, l’attuale ricorrente fosse stato reso edotto dell’obbligo di comunicare all’ufficio pensioni l’eventuale inizio di una nuova attività lavorativa e i conseguenti mutamenti della sua situazione reddituale (v. Cass. 5 luglio 2003, n.10634).

La mancata comunicazione all’INPS dei mutamenti intervenuti nella condizione lavorativa e reddituale del pensionato si risolve nell’intenzione di conseguire un vantaggio non spettante, per legge, perché vietato (il cumulo della pensione con i redditi da lavoro autonomo) e investe un fatto causativo della cessazione o rimodulazione dell’obbligazione di durata, non noto all’ente debitore, titolare passivo di un numero rilevantissimo di rapporti, il quale non può ragionevolmente attivarsi per acquisire la conoscenza della situazione personale e patrimoniale del creditore della prestazione, senza la collaborazione attiva del pensionato, e il silenzio di chi ha l’obbligo di rendere una dichiarazione, onde ottenere un maggiore beneficio pensionistico, di non svolgere attività lavorativa e di non godere di proventi reddituali si traduce nella consapevolezza dell’insussistenza del diritto in ragione dello svolgimento di una prestazione lavorativa (cfr., fra le altre, Cass. 17 maggio 2013, n.12097).

Né può fondatamente sostenersi che la rappresentazione della condizione soggettiva del pensionato ostativa alla percezione del beneficio pensionistico fosse ben conosciuta dall’Ente previdenziale non potendo trascurarsi che l’Ente gestisce, come detto, un vastissimo numero di rapporti di durata con gli assicurati e gli assistiti, comportanti l’erogazione di altrettanti trattamenti a scadenza periodica, da controllare e ricalcolare continuamente per effetto di accadimenti relativi alla persona del beneficiario oppure al mutevole statuto della prestazione.


Cass. n. 351/2018

Innanzitutto va rilevato secondo la disciplina applicabile alla fattispecie, costituita dall’art.13 I. 412/1991, l’irripetibilità delle somme è prevista anche nel caso in cui l’indebito si produca per mancanza del diritto a pensione e non soltanto in relazione al quantum della pensione.

Non si può quindi estendere al caso di specie la soluzione individuata nell’ipotesi in cui il diritto a pensione venga meno insieme al licenziamento, a seguito di reintegra ex art. 18 1.300/1970, la quale non può essere considerata espressione di un principio di carattere generale o comunque idoneo a sovrapporsi sulla speciale disciplina di settore in discorso.

Inoltre la medesima normativa non consente la ripetibilità dell’indebito in quanto manchi il dolo dell’interessato; al quale è equiparata l’omessa od incompleta segnalazione da parte del pensionato di fatti incidenti sul diritto o sulla misura della pensione goduta, che non siano gia’ conosciuti dall’ente.

Nel caso in esame, secondo la sentenza impugnata, la continuazione del rapporto era stata regolarmente comunicata all’Inps ed erano stati versati i relativi contributi; tutti fatti incompatibili con il diritto a pensione.

Talchè il pensionato non aveva omesso di comunicare nulla.

Né la sentenza è stata impugnata in fatto, in relazione alla individuazione del dolo del pensionato che consente in ogni caso la totale ripetibilità dell’indebito.

Si tratta perciò di un indebito dovuto ad errore imputabile all’Istituto, posto a conoscenza dei fatti relativi alla insussistenza dei requisiti per il diritto a pensione.

Quanto al fatto che il pensionato in questione abbia pure percepito la retribuzione nello stesso periodo di tempo, va rilevato che l’art.13 I. 412/1991 (come prima l’art. 52, comma 2, della I. n. 88/1989) non attribuisce alcuna rilevanza alle condizioni reddituali del pensionato percettore di prestazioni pensionistiche non dovute.

Alle quali invece il legislatore ha attribuito rilievo con le leggi 23 dicembre 1996, n. 662 e 28 dicembre 2001, n. 448, attraverso una disciplina di carattere globalmente sostitutivo di quella prevista dalle disposizioni sopra richiamate, da applicarsi in via transitoria soltanto ai pagamenti indebiti di prestazioni previdenziali anteriori al 1996 ed al 2001.

Talchè per i pagamenti indebiti di pensione effettuati dal 10gennaio 2001 trova di nuovo applicazione la disciplina di regime di cui all’art. 13, I. 412/1991 in base alla quale non è consentito rendere incondizionata la ripetibilità dell’indebito per la sola presenza di determinate soglie di reddito del pensionato.