Cass. n. 8293/2019

L’insussistenza del fatto contestato, di cui all’art. 18, comma 4, st.lav., come modificato dall’art. 1, comma 42, lett. b), della I. n. 92 del 2012, fattispecie cui si applica la tutela reintegratoria cd. attenuata, comprende sia l’ipotesi del fatto materiale che si riveli insussistente, sia quella del fatto che, pur esistente, non presenti profili di illiceità” (Cass. n. 29062 del 2017; conf. Cass. n. 13383 del 2017; Cass. n. 18418 del 2016).


Cass. n. 5631/2019

L’intenzionalità non è un fatto storico, quanto piuttosto una valutazione di fatto rimessa al giudice di merito cui compete in concreto l’accertamento degli elementi fattuali integranti il concetto legale della clausola generale (art. 2119 c.c.) (cfr. Cass. n.18247\09, Cass. n.7426\18).


Cass. n. 3655/2019

L’insussistenza del fatto contestato, di cui all’art. 18 I. n. 300\70, come modificato dall’art. 1, comma 42, della I. n. 92 del 2012, comprende anche l’ipotesi del fatto sussistente ma privo del carattere di illiceità, sicché in tale ipotesi si applica la tutela reintegratoria di cui al comma 4 dell’art. 18, senza che rilevi la diversa questione della proporzionalità tra sanzione espulsiva e fatto di modesta illiceità (Cass. n. 20540\15, Cass. n.18418\16, Cass. n. 11322\18).

Questa Corte ha più in particolare chiarito che non è plausibile che il Legislatore, parlando di ‘insussistenza del fatto contestato’, abbia voluto negarla nel caso di fatto sussistente ma privo del carattere di illiceità, restando estranea alla fattispecie la diversa questione della proporzione tra fatto sussistente e di illiceità modesta, rispetto alla sanzione espulsiva (Cass. 6 novembre 2014 n.23669, che peraltro si riferiva ad un caso di insussistenza materiale del fatto contestato).

L’assenza di illiceità di un fatto materiale pur sussistente, deve essere ricondotto all’ipotesi, che prevede la reintegra nel posto di lavoro, dell’insussistenza del fatto contestato, mentre la minore o maggiore gravità (o lievità) del fatto contestato e ritenuto sussistente, implicando un giudizio di proporzionalità, non consente l’applicazione della tutela cd. reale.


Cass. n. 24117/2018

Secondo il consolidato indirizzo di legittimità, l’insussistenza del fatto contestato, di cui all’art. 18 st.lav., come modificato dall’art. 1, comma 42, della I. n. 92 del 2012, comprende l’ipotesi del fatto sussistente ma privo del carattere di illiceità, sicché in tale ipotesi si applica la tutela reintegratoria, senza che rilevi la diversa questione della proporzionalità tra sanzione espulsiva e fatto di modesta illiceità.

In sostanza una volta ritenuto il fatto sussistente ma privo del carattere dell’antigiuridicità, si applica la tutela reintegratoria, restando questione distinta e diversa quella della proporzionalità.

Inoltre, mentre l’insussistenza del fatto contestato, di cui all’art. 18, comma 4, st. lav., come modificato dall’art. 1, comma 42, lett. b), della I. n. 92 del 2012, comprende sia l’ipotesi del fatto materiale che si riveli insussistente, sia quella del fatto che, pur esistente, nondimeno non presenti profili di illiceità, nelle ipotesi in cui il fatto contestato sussista ma non concreti gli estremi della giusta causa o del giustificato motivo soggettivo di licenziamento si applica la tutela reintegratoria cd. attenuata (cfr. da ultimo, Cass. n.13383/17) 

La lettera della legge  prevede la reintegra c.d. piena (comma 4) solo nell’ipotesi di accertata insussistenza dei fatto contestato, nel senso chiarito, mentre nelle altre ipotesi in cui il fatto contestato risulti sussistente ma senza configurare una giusta causa (o un giustificato motivo soggettivo) di licenziamento è prevista la tutela reintegratoria c.d attenuata.(ndr: la Corte di Cassazione, seppure ha correttamente dato applicazione al disposto normativo, così come oramai interpretato dalla consolidata giurisprudenza, ha erroneamente qualificato la tutela riconosciuta dall’art. 18, comma 5, St. Lav., come reintegratoria attenuata. In realtà, simile tutela è quella contemplata nel comma 4 dell’art. 18, il quale, nell’ipotesi di riconoscimento della tutela reintegratoria,  limita il diritto al risarcimento del danno a n. 12 mensilità, indipendentemente dal tempo trascorso dalla data del licenziamento a quella della reintegrazione. La tutela riconosciuta dal comma 5 della disposizione statutaria, invece, è di stampo meramente economico, riconoscendo al lavoratore il  risarcimento del danno, compreso tra 12 e 24 mensilità (tutela indennitaria forte, per distinguere da quella attribuita dal successivo comma 6). Tanto è vero che la Corte richiama espressamente il precedente di cui Cass. n. 13383/2017, il quale conferma l’applicazione della tutela reintegratoria attenuata – art. 18, comma 4- alle ipotesi di insussistenza giuridica del fatto contestato o punibilità della condotta con una sanzione conservativa, ai sensi del CCNL applicato al rapporto. La Corte, ancora, pare errare anche nella qualificazione della tutela di cui all’art. 18, comma 4, come “reintegra piena”, la quale, invece, è da riferirsi all’ipotesi di cui all’art. 18, commi 1-2).


Cass. n. 21958/2018

L’insussistenza del fatto contestato, di cui all’art. 18 I. n. 300/1970, come modificato dall’art. 1, comma 42, della I. n. 92 del 2012, comprende l’ipotesi del fatto sussistente ma privo del carattere di illiceità, sicché in tale ipotesi si applica la tutela reintegratoria, senza che rilevi la diversa questione della proporzionalità tra sanzione espulsiva e fatto di modesta illiceità (Cass. n. 20540/2015; conforme Cass. n. 18418/2016) (conf. Cass. n. 21910/2018).


Cass. n. 21265/2018

Con riguardo ad una situazione ove il fatto posto a base del recesso sia diverso da quello contestato perché comprendente un nuovo elemento costitutivo della fattispecie, rappresentato dalla recidiva, è applicabile la tutela reintegratoria disciplinata dall’art. 18, comma 4, St. Lav..

In simili casi non è invocabile neppure la tutela di cui al V comma del medesimo art. 18, che disciplina i casi di sproporzione tra condotta e sanzione espulsiva nelle ipotesi in cui non ricorrono gli estremi del giustificato motivo soggettivo o della giusta causa e non vi sia lo scollamento tra la gravità della condotta realizzata e la sanzione adottata risulti dalle previsioni dei contratti collettivi ovvero dai codici disciplinari applicabili che ad essa facciano corrispondere una sanzione conservativa (cfr. Cass 25.5.2017 n. 13178).

Ancora, non è invocabile neanche la tutela di cui al VI comma dell’art. 18 St. Lav., che concerne esplicitamente la violazione del requisito della motivazione o la violazione della procedura di cui all’art. 7 della legge n. 300/1970 oppure la violazione della procedura dell’art. 7 della legge n. 604 del 1966.

E’ stata, infatti, dalla giurisprudenza riconosciuta, a titolo esemplificativo, tale tutela nelle seguenti ipotesi: omessa audizione del lavoratore (Cass. n. 17166/2016; Cass. n. 25189/2016); violazione del CCNL che prevede un termine per l’adozione del provvedimento disciplinare (Cass. n. 17113/2016); genericità della contestazione disciplinare (Cass. n. 16896/2016); omessa comunicazione dei motivi di licenziamento (Cass. n. 17589/2016).


Cass. n. 14192/2018

In tema di diversificazione del regime delle tutele connesse all’illegittimo recesso datoriale, ed in particolare con la natura residuale della tutela reintegratoria come prevista dall’art. 18 novellato, così già interpretato da questa Corte (Cass. 08/07/2016 n. 14021), deve ritenersi che in caso di contestazione di pluralità di addebiti o, come avvenuto nel caso di specie, di un’unica articolata condotta, la “insussistenza del fatto” si configuri solo qualora sul piano fattuale possa escludersi la realizzazione di un nucleo minimo di condotta – fra i fatti oggetto di contestazione – di per sé solo astrattamente idoneo a giustificare la sanzione espulsiva, oppure, specularmente, secondo quanto già ritenuto, qualora si realizzi l’ipotesi del fatto sussistente ma privo del carattere di illiceità (Cass. 20/09/2016 n. 18418)

Quanto ora osservato costituisce sviluppo, nel contesto del novellato art. 18, del principio ripetutamente affermato dalla costante giurisprudenza di questa Corte secondo il quale, qualora il licenziamento sia intimato per giusta causa, consistente non in un fatto singolo ma in una pluralità di fatti, ciascuno di essi autonomamente costituisce una base idonea per giustificare la sanzione, a meno che colui che ne abbia interesse non provi che solo presi in considerazione congiuntamente, per la loro gravità complessiva, essi sono tali da non consentire la prosecuzione neppure provvisoria del rapporto di lavoro; ne consegue che, salvo questo specifico caso, ove nel giudizio di merito emerga l’infondatezza di uno o più degli addebiti contestati, gli addebiti residui conservano la loro astratta idoneità a giustificare il licenziamento” (Cass.28/07/2017 n. 18836; Cass. 30/05/2014 n. 12195 ; Cass. 31/10/2013 n.24574; Cass. 14/01/2003 n. 454).

La tutela indennitaria-risarcitoria, di cui al novellato art. 18 Legge n. 300/1970, non esclude il diritto del lavoratore a percepire anche l’indennità di preavviso in caso di licenziamento dichiarato illegittimo, non essendo venute meno, anche all’esito delle modifiche apportate dalla Legge 92/2012, quelle esigenze proprie dell’istituto, di tutela della parte che subisce il recesso, volte a consentirle di fronteggiare la situazione di improvvisa perdita dell’occupazione, né autorizzando la lettera e la “ratio” della disposizione una opzione ermeneutica restrittiva (Cass. 21/09/2016 n. 18508).


Cass. n. 12102/2018

L’orientamento di questa Corte in materia di interpretazione del comma 4 dell’art. 18 novellato è nel senso che l’insussistenza del fatto contestato comprende l’ipotesi del fatto sussistente ma privo del carattere di illiceità (o antigiuridicità), sicché in tale ipotesi si applica la tutela reintegratoria, senza che rilevi la diversa questione della proporzionalità tra sanzione espulsiva e fatto di modesta illiceità (Cass. n.13799\17, Cass. n. 18418\16, Cass. n.20540\15).


Cass. n. 13387/2017

Si premetta che il comma 4 dell’art. 18 deve intendersi come riferito a fatti ontologicamente disciplinari.

Ciò si desume non solo e non tanto dal rilievo che la norma si esprime in termini di fatto «contestato», quanto dal riferimento, immediatamente successivo, alle <<… condotte punibili con una sanzione conservativa sulla base delle previsioni dei contratti collettivi ovvero dei codici disciplinari applicabili …».

Ora, la lettera del comma 4 non lascia margini di dubbio circa l’applicabilità della tutela reintegratoria c.d. attenuata in caso di licenziamento intimato per una condotta punibile (in virtù di contratti collettivi o codici disciplinari) con mera sanzione conservativa.

Più problematico è, invece, il significato della locuzione “insussistenza del fatto contestato”, da interpretarsi o come inesistenza (anche solo giuridica) del fatto o come inesistenza del fatto materiale (o mero fatto).

Secondo la prima opzione ermeneutica la reintegra nella forma c.d. attenuata di cui al comma 4 del cit. art. 18 spetterebbe sia quando il ,fatto materiale si riveli insussistente sia quando, pur esistente, nondimeno non presenti profili di illiceità.

In altre parole, l’insussistenza del fatto contestato, di cui all’art. 18 legge n. 300 del 1970, come modificato dall’art. 1, comma 42, legge n. 92 del 2012, comprenderebbe anche quella del fatto materialmente sussistente, ma non illecito, non essendo plausibile che il legislatore, parlando di «insussistenza del fatto contestato», abbia voluto negarla nel caso di fatto sussistente, ma privo del carattere di illiceità, ossia non suscettibile di alcuna sanzione.

La seconda opzione riserva, invece, la tutela reintegratoria attenuata di cui al comma 4 cit. alla sola evenienza dell’insussistenza materiale del fatto, di guisa che, ove esso materialmente sussista (pur non integrando gli estremi della giusta causa o del giustificato motivo soggettivo), ai sensi del comma 5 sarebbe dovuta la mera tutela indennitaria (ancorché c.d. forte).

La prima opzione è quella accolta, in sede di legittimità, da Cass. n. 18418/16, Cass. n. 20540/15 e Cass. n. 20545/15.

Nello stesso senso è anche Cass. n. 10019/16, sia pure con una particolare posizione, solo accennata, sul tema della proporzionalità.

In senso difforme è Cass. n. 23669/14, che però, essendo riferita ad un’ipotesi di insussistenza materiale del fatto contestato, pacificamente rientrante nella tutela reintegratoria c.d. attenuata, non procede oltre nell’interpretazione della norma, di guisa che il riferimento al fatto materiale come oggetto della disposizione in commento sembra essere più un mero obiter dictum.

Ritiene questa Corte di condividere la prima opzione interpretativa, secondo la quale nella locuzione “insussistenza del fatto contestato” il fatto deve intendersi in senso giuridico e non meramente materiale.

In primo luogo, va tenuto presente che il mero fatto – come giustamente osservato da certa dottrina – non ha mai un proprio autonomo rilievo nel mondo giuridico al di fuori della qualificazione che, in maniera espressa od implicita, ne fornisca una data norma. Non lo si può apprezzare e non può produrre effetti giuridici senza riferimenti normativi.

Diversamente, per definizione ricade nell’irrilevante giuridico.

Ad analogo risultato conduce l’approccio ermeneutico sotto una visuale strettamente processualistica.

Per consolidata giurisprudenza (cfr., per tutte, Cass. S.U. n. 141/06) giusta causa o giustificato motivo di licenziamento sono fatti impeditivi o estintivi del diritto del dipendente di proseguire nel rapporto di lavoro, vale a dire eccezioni (non a caso, ex art. 5 legge n. 604/66 la giusta causa o il giustificato motivo di licenziamento devono essere provati dal datore di lavoro).

E tutte le eccezioni, proprio perché tali, sono composte da un fatto (inteso in senso storico- fenomenico) e dalla sua significatività giuridica (in termini di impedimento, estinzione o modificazione della pretesa azionata dall’attore).

In altre parole, per sua stessa natura l’eccezione non ha mai ad oggetto un mero fatto, ma sempre un fatto giuridico.

Lo stesso punto d’arrivo è suggerito in un’ottica sostanzialistica e di coerenza interna del vigente art. 18 Stat., nonché di compatibilità costituzionale.

Infatti, se per insussistenza del fatto contestato si intendesse quella a livello meramente materiale si otterrebbe l’illogico effetto di riconoscere maggior tutela (quella reintegratoria c.d. attenuata di cui all’art. 18, comma 4) a chi abbia comunque commesso un illecito disciplinare (seppur suscettibile di mera sanzione conservativa alla stregua dei contratti collettivi o dei codici disciplinari applicabili) rispetto a chi, invece, non ne abbia commesso alcuno, avendo tenuto una condotta lecita.


Cass. n. 10019/2016 

La ipotesi normativa della “insussistenza del fatto contestato” comprende non soltanto i casi in cui il fatto non si sia verificato nella sua materialità ma anche tutte le ipotesi in cui il fatto, materialmente accaduto, non abbia rilievo disciplinare o quanto al profilo oggettivo ovvero quanto al profilo, soggettivo, della imputabilità della condotta al dipendente (conf. Cass. nn. 2195821919/2018).

Ciò si ricava sotto il profilo letterale dalli uso della locuzione “fatto contestato”, che lega la materialità del fatto alla sua rilevanza disciplinare e, sotto il profilo logico, dalla assoluta sovrapponibilità, sotto il profilo disciplinare, dei casi di condotta materialmente inesistente a quelli di condotta che non costituisca inadempimento degli obblighi del lavoratore ovvero non sia imputabile al lavoratore stesso.

Quanto alla tutela reintegratoria, non è plausibile che il Legislatore, parlando di “insussistenza del fatto contestato”, abbia voluto negarla nel caso di fatto sussistente ma privo del carattere di illiceità, ossia non suscettibile di alcuna sanzione … in altre parole la completa irrilevanza giuridica del fatto equivale alla sua insussistenza materiale e dà perciò luogo alla reintegrazione ai sensi dell’art. 18, comma 4 cit.”.


Cass. n. 20545/2015 

Ogniqualvolta il fatto contestato presupponga anche un elemento non materiale (come la gravità del danno), allora tale elemento diventa anch’esso parte integrante del “fatto materiale”, come tale soggetto ad accertamento, sicché anche in tale ipotesi l’eventuale carenza determina la tutela reintegratoria.


Cass. n. 23669/2014

Il nuovo articolo 18 ha tenuto distinta, invero, dal fatto materiale la sua qualificazione come giusta causa o giustificato motivo, sicchè occorre operare una distinzione tra l’esistenza del fatto materiale e la sua qualificazione. La reintegrazione trova ingresso in relazione alla verifica della sussistenza/insussistenza del fatto materiale posto a fondamento del licenziamento, così che tale ‘verifica si risolve e si esaurisce nell’accertamento, positivo o negativo, dello stesso fatto, che dovrà essere condotto senza margini per valutazioni discrezionali, con riguardo alla individuazione della sussistenza o meno del fatto della cui esistenza si tratta, da intendersi quale fatto materiale, con la conseguenza che esula dalla fattispecie che è alla base della reintegrazione ogni valutazione attinente al profilo della proporzionalità della sanzione rispetto alla gravità del comportamento addebitato.